MISTERI NAPOLETANI

Il doppio volto del munaciello

Munaciello – foto fonte internet

 

 

Nelle leggende meridionali, se talvolta si impongono come truci protagonisti l’Orco, il Gigante e il Mostro dai corpi smisuratamente grandi, si insinua talaltra nelle pieghe degli eventi un esserino minuscolo, sgusciante, impercettibile, eppur dotato di magici e ineffabili poteri. A questa creatura l’immaginario campano ha dato il nome di munaciello,  chiamato anche mazzamauriello (dallo spagnolo matamorillos) o scazzamauriello (che compare nella Vaiasseide) poiché provocava scricchiolìi tra i muri delle case e appariva tra le scintille dei tizzoni ardenti nel focolare. In tal senso il munaciello è uno stretto parente del tedesco poltergeist  (da polter = fracasso e geist = fantasma), che fa rumori di ogni genere operando apparizioni o smaterializzazioni di oggetti.

A Napoli il munaciello assume una duplice personalità a seconda dell’ambiente familiare in cui appare: se ha in simpatia i padroni, arreca loro buona sorte e prosperità; quando, invece, prende in odio una famiglia, acquistando sembianze quasi demoniache, diventa dispettoso procurando molteplici guai. Singolare è la versione dell’origine di tale misteriosa leggenda del munaciello, riportata da Matilde Serao nelle sue Leggende  napoletane, pubblicate nel 1880.

Secondo la famosa scrittrice, lu munaciello era il figlio sgraziato e deforme di Catarinella Frezza, che lo partorì in seguito alla morte per omicidio del fidanzato Stefano Mariconda, ucciso mentre ella strappava disperatamente gli abiti degli assassini. La madre, ormai pazza per il dolore, se ne andò a vivere in un monastero insieme al figlio, a cui fece indossare, votandolo alla Madonna, un abito bianco e nero, da piccolo monaco: di qui l’appellativo di munaciello, diffusosi ben presto tra la gente del popolo.

Per il suo aspetto, anomale e terribile, si credeva fosse  dotato di poteri magici: se indossava il berretto rosso, era di buon augurio; se indossava quello nero, era portatore di sventure. Era lui -secondo la gente- che attirava l’aria puzzolente nei bassi dei Quartieri napoletani; era lui che faceva imputridire l’acqua; era lui che contagiava la rabbia ai cani; era lui che portava la mala sciorta; era lui che sussurrava in un orecchio ai re di imporre nuovi balzelli alla plebe affamata.

Finché una notte lu munaciello improvvisamente scomparve; molto probabilmente fu ucciso: un piccolo scheletro con un grosso teschio fu  infatti ritrovato in una cloaca. Ma questo è solo l’inizio della sua lunga carriera di “disturbatore” (talvolta però anche di “salvatore”) della povera gente. La sua figura diventò quella di uno spirito maligno e malizioso, che girovagava nelle case, desideroso di vendetta nei confronti degli uomini per i tormenti subìti in vita.

E così faceva trovare alla massaia disperata la porta di casa aperta, faceva cadere di mano alla sbadata domestica il vassoio con il servizio buono di bicchieri, faceva andare d’aceto il vino, dava la jettatura alle galline, faceva in modo che la signora poco fedele al marito si innamorarasse dei mustacci biondi del commesso di bottega e che le zitellone isteriche cadessero in  erotiche convulsioni.

Sette anni dopo il simpatico racconto delle Leggende della Serao, un altro intellettuale napoletano, Luigi Correra, ha ripreso il mito del munaciello, di cui cita alcune leggende  che ne sottolineano il ruolo positivo e salvifico. Egli infatti faceva aunnare comme a ll’oro (prosperare accumulando oro) la casa, in cui ci fosse una fanciulla di cui il folletto si era innamorato, oppure giocava a soldi con un fanciullo che gli fosse simpatico facendolo vincere sempre.

Però, bisognava, al tempo stesso, stare molto attenti alle reazioni del munaciello. Innanzitutto, come racconta Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato ad Eboli, si deve sapere che il folletto mira più di ogni altra cosa a rientrare in possesso del copricaco sottrattogli: “Per riavere il suo berretto rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà; ma, appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa”.

In secondo luogo, il folletto non ama l’eccessiva pubblicità: in tal caso si vendica sadicamente. Così si comportò  -narra una leggenda cilentana-  verso una donna, beneficiata con sacchi di monete d’oro, finché ella non rivelò al marito la fonte di tale ricchezza: il munaciello fece trovare il piatto, in cui egli depositava l’oro, dei puzzolenti pezzi di sterco di capra.

Ma la leggenda più simpatica sul munaciello riguarda un avvocato, a cui il nanetto sottraeva tutte le carte dei processi che egli seguiva, cosa che gli fece perdere molti clienti. Sicché il povero professionista decise di cambiare abitazione: fece caricare dagli inservienti su un carro tutte le masserizie. Era contento, perché si stava liberando del munaciello. Se non che, all’improvviso dalle suppellettili fece capolino un esserino con il berretto nero,che esclamò: “Era ora: finalmente si cambia casa!”

 

 

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).