IL NATALE RIVELATO

Viaggio nei miti, nei riti e nei misteri della festa più amata  - prima puntata

Aspettando il Grande Evento

L’attesa. Confessiamolo: di fronte al Natale siamo presi da un groviglio di pensamenti e ripensamenti, di abbandoni e tensioni, di speranze future e ancestrali richiami. A Natale succedono troppe cose importanti per persone diverse. C’è il credente che vi vede una data testimoniale significativa e c’è il consumista, che porta al parossismo il suo “vizio assurdo” quotidiano. C’è chi prepara all’esterno le città e le chiese per abbellirle in attesa del Grande Evento. E c’è chi, forse inconsciamente, vive il Natale in una dimensione intima ed esistenziale, che lo spinge ad interrogarsi sul senso della Nascita, della Vita e della Morte dell’Uomo in rapporto a Qualcosa che va “al di là”, che rimanda ad un Altrove misterioso.

Tutti i popoli antichi (dagli Atzechi agli Indonesiani) sono stati attratti dal fascino inspiegabile e, per certi versi, perturbante del Mistero della Nascita dell’Uomo e del Mondo, sì da giungere  a credere che un coltello magico avesse separato il Cielo dalla Terra per dar loro origine. Identico sentimento di religioso silenzio trasuda dalla famosa frase biblica che interpreta come un “trauma” la nascita del Mondo: “E Dio separò la Luce dalle Tenebre”.

Ed ancora, se veniamo alle culture più a noi vicine nel tempo e nello spazio e scendiamo giù giù nel “profondo Sud”, ad esempio in Basilicata, scopriamo complessi rapporti di presenza/assenza all’interno della concezione del Natale/ Nascita. C’è infatti un canto popolare che la dice lunga sulla nascita come separazione e alienazione. Testualmente tradotto recita così: “Quando io nacqui, mamma non c’era:/ era andata a lavare le fasce./ La culla che mi doveva dondolare/ era di ferro e non dondolava/ e il prete che mi doveva battezzare/ sapeva leggere e non sapeva scrivere.”

In questi versi struggenti è condensata tutta l’angoscia della Nascita, frutto di una separazione forzata dalla madre.  E’ in essi tutta la tragica Sapienza del Mondo, quella stessa che ispirò a Giacomo Leopardi  la sua celebre epigrafe sul trauma della Nascita: “E’ funesto a chi nasce  il dì natale”. Ma, proprio per positivizzare questi tre elementi negativi (Separazione, Tenebre e Morte) il ciclo calendariale, ispirato alla cultura cristiana, si conclude con una Meta suprema e risolutiva: il Natale.

La storia del Natale.  Il Natale si afferma come cristianizzazione di un rito pagano: la nascita di Cristo, definito nei Vangeli  “luce del Mondo”, si contrappone al pagano Dies natalis solis invicti, cioè alla celebrazione del solstizio d’inverno e alla nascita di Mitra, festeggiati appunto nel mondo pagano il 25 dicembre. Preziosa è l’indicazione di un Cronografo redatto verso la metà del IV sec. da Furio Dionisio Filocalo, in cui si legge una citazione da un calendario liturgico del 320 circa, che per primo riporta la celebrazione del Natale cristiano alla attuale data canonica. Essa fu poi accettata anche dalla Chiesa d’Oriente, intorno al 380, grazie all’influenza di San Giovanni Grisostomo e di San Gregorio Nazianzeno.

Una delle novità liturgiche consistette nella celebrazione di tre Messe solenni: una a mezzanotte, un’altra all’alba e un’altra al mattino. Esse si sono affermate in epoche diverse. Il rito più antico, cioè quello della messa celebrata al mattino, risale al IV sec., quindi è coevo al periodo in cui si è diffusa l’abitudine di festeggiare il Natale nel giorno del 25 dicembre. Nel V sec., e precisamente dopo il Concilio di Efeso (431), è invalsa la pratica della celebrazione della Messa di mezzanotte presso la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, dopo che è stata ripresa da un’analoga e precedente tradizione presso la grotta di Betlemme in Palestina. Ultima in ordine di tempo è giunta l’abitudine della celebrazione della  messa all’alba, che all’origine non era collegata al Natale, ma alla festa liturgica in  onore della martire Anastasia di Sirmio presso la corte bizantina del  VI sec.

Ma la novità culturale più pregnante del Natale cristiano consisté nel capovolgere il significato di dies natalis: mentre per i Romani questa espressione indicava la nascita di una persona, per la Chiesa indicò il giorno della morte in quanto inizio di un’altra vita: la Vita eterna.  E questa dialettica Vita/Morte ritorna, oltre che nella simbologia  della festa, anche nei riti della cultura popolare che aprono la strada ai festeggiamenti natalizi. Basta rifarsi a un’usanza, tipicamente campana: dal 13 dicembre (festa di Santa Lucia, protettrice della vista e legata al tema della luce) fino al 24 (Vigilia di Natale) si contano le “calenne”. Questi 12 giorni sintetizzano sacralmente i 12 mesi che volgono al termine: una sorta di “morte” dei mesi, che poi “rinascono” all’inizio dell’anno a nuova “vita”.

                

 

La prossima puntata su MediaVox Magazine il 15/12/2016

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).