IL NATALE RIVELATO

Viaggio nei miti, nei riti e nei misteri della festa più amata - terza puntata

Storia del presepepresepe

E come potevamo noi mancare, con la storia campana dentro il cuore, fra i pastori di San Gregorio Armeno? E’ quello che ognuno di noi pensa dopo aver effettuato, già a metà dicembre, la canonica visita agli storici presepi di questa via dell’antica Napoli. Il nome stesso della strada evoca misteriosi intrecci fra Cristianesimo, influssi orientali e mitologia pagana, visto che le reliquie del Santo, chiamato l’Illuminatore d’Armenia, furono traslate in questa Chiesa napoletana che da lui prende nome e che, secondo alcuni, sorge su un antico tempio pagano dedicato a Cerere.

Ed è qui, fra dedali di strade, fra i mille modi di dare vita alle figure di terracotta, che si celebra fino a Natale il Trionfo del Presepe. Microcosmo brulicante, artistico gioiello, caldo segno di umili dimore, simbolo di fede radicata, il presepe è uno dei momenti canonici della nostra storia quotidiana, ma al tempo stesso richiami inconsce simbologie.

Sono passati ormai più di 700 anni da quella storica notte di Natale del 1223, allorquando S. Francesco d’Assisi ideò, a Greccio, partendo dall’umile realtà di ogni giorno, la rappresentazione della Natività, che ben presto (intorno al 1280) colpì la fantasia di un artista come Arnolfo di Cambio, autore del primo presepe in pietra. Prendeva così l’avvio una storia infinita, anch’essa dai contorni avvolti dal mistero.

Arcana è la struttura stessa del presepe: era una grotta o una stalla? I Vangeli di Luca e di Matteo parlano di una stalla, mentre l’apocrifo Protovangelo di Giacomo e S. Giustino Martire fanno esplicito riferimento ad una grotta. Certo le due tradizioni potrebbero non essere in contraddizione fra loro, visto che le grotte naturali in Oriente fungevano sia da rifugio per i viandanti sia da stalla per gli animali. Del resto la prima descrizione del luogo in cui nacque il Bambino, fatta da S. Girolamo nel 404, parla di specus Salvatoris (“grotta del Salvatore”) in cui figura uno stabulum, cioè appunto una mangiatoia.

Ma quello che a noi preme ribadire è la diversa simbologia dei due luoghi deputati ad ospitare la nascita del Redentore. La grotta ha una dimensione più ampia, in quanto richiama, come scriveva Porfirio nella sua opera Nell’antro delle ninfe, il cosmo intero, a cui gli antichi dedicavano le grotte; non a caso la tradizione mitologica racconta che molti dèi pagani, da Zeus a Dioniso, nacquero in una grotta. Al tempo stesso però la grotta rimanda all’oscurità profonda, alle tenebre cupe, che è la condizione dell’anima del credente,prima che essa sia “rischiarata” dalla nascita di Cristo.

La capanna invece si segnala per la sua fragilità, simbolo della precarietà umana e del tono dimesso dell’umile rispetto al potente, ma è contemporaneamente il frutto di una costruzione, lenta e paziente, da parte dell’uomo di una comunità che si insedia in

uno spazio avverso, allo stesso modo di come l'”uomo religioso” costruisce se stesso come membro di una comunità di credenti nello Spazio della Storia dominato dal Male.

Ma se questi sono i segni universali e, per così dire, archetipali del presepe, esso assume configurazioni e simbologie particolari a seconda del contesto sociale in cui è allestito. In questo ideale e breve viaggio tra i presepi più famosi d’Italia, ricordiamo i resti del presepe ligneo, che, opera di Giovanni e Pietro Alamanno (1478-1484), si trova nella Chiesa di San Giovanni a Carbonara a Napoli, il presepe del 1535 che è nella Chiesa di San Bartolomeo a Scicli (RG) e quello del Sacro Monte a Varese. Posteriore, ma altrettanto suggestivo, è il presepe di Santa Maria in Aracoeli a Roma.

Il Settecento napoletano è poi costellato di esemplari inimitabili. Ma anche agli inizi dell’Ottocento l’arte presepiale in Campania produce dei pezzi di altissimo valore artistico. A tal proposito, per una breve rassegna, non si può non partire dal più maestoso: quello che nel 1817 fu allestito nella Reggia di Caserta per volontà del re Ferdinando II, il quale, in occasione dell’inaugurazione della Ferrovia Napoli-Portici-Caserta, commissionò al pittore Salvatore Fergola un complesso presepiale, simbolo del fasto regale borbonico. Ad esso posero mano anche Giuseppe Sammartino (che lavorava proprio nel fondaco di S.Gregorio Armeno) e i fratelli Vassalli, autori di anomali e bellissimi elefanti, che fecero la loro prima comparsa (a documentazione dello stretto rapporto fra presepe ed eventi storici) in occasione dell’Ambasceria Turca presso il Regno di Napoli.

Per certi versi similare è la monumentale “Mostra permanente del presepe nel mondo”, che si trova nel Santuario di Montevergine (AV) e che raccoglie, proprio nello spirito “cattolico” (nel senso di “universale”) della Chiesa, esemplari provenienti, oltre che dalle regioni italiane, da varie nazioni come Giappone e Alaska. Agli antipodi si situa, invece, ancora in territorio campano una “scuola” che potremmo definire dell’arte presepiale “povera”, ma non meno suggestiva. Essa ha il suo fulcro a Spiano, frazione di Mercato S. Severino (SA), dove degli anziani artigiani per anni hanno fabbricato arcaici pastori in terracotta.

Ma il mistero profondo della sapienza semplice di questi anonimi artigiani è riposto ancora lì, da dove siamo partiti: a San Gregorio Armeno. Lì la strada stessa è un presepe, i visitatori continuamente deambulanti sono dei pellegrini, i pastori più strani, da Pulcinella alle Anime del Purgatorio, sono l’incarnazione della croce che porta la gente e le vistose bancarelle di terracotte con i cibi abbondanti “incarnano” la fame non solo di pane, ma soprattutto di giustizia.

 

 

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).