EVENTI AL MUSEO/ Il tesoro delle tradizioni popolari sarnesi

Il calendario sarnese 2017: una bellissima iniziativa a scopo solidale.

15713009_10211543933544115_1672977950_nIl Museo Nazionale Archeologico della Valle del Sarno, mercoledì 21 dicembre, ha presentato, in collaborazione con il Liceo “T. L. Caro”, il Calendario sarnese (curato dal Dott. 15724229_10211543934344135_920424238_nDino Aito) e la Lezione-Spettacolo “Il tesoro delle tradizioni popolari sarnesi” del Prof. Franco Salerno e del Maestro Ugo Maiorano (icona nazionale e internazionale della musica folk). Insieme al folto e qualificato pubblico, sono intervenuti, con i loro saluti istituzionali, dopo la Direttrice del Museo Dott.ssa Emilia Alfinito, il Sindaco Dott. Giuseppe Canfora, il Vicesindaco Avv. Gaetano Ferrentino, l’Assessore alla Cultura Prof. Vincenzo Salerno e il Presidente dell’Associazione “Giornalisti – Campania Valle del Sarno” Prof. Salvatore Campitiello. Presenti l’Assessore allo Spettacolo Avv. Dea Squillante, il Direttore del periodico “Eventi” Livio Pastore, la Direttrice di “MediaVox Magazine” Avv. Viridiana Myriam Salerno, il Presidente della Pro Loco Sarno M.llo Aniello Annunziata  e il Presidente dell’Associazione Arma Aeronautica “Mario Mancusi” M.llo Enrico Annunziata. Il calendario contiene, sulla scia di quello di Frate Indovino, aforismi, proverbi, feste e cenni sulle personalità illustri (tra cui citiamo il personaggio storico Mariano Abignente, lo storico Don Silvio Ruocco, il drammaturgo Mariano De Lise e il musicista e compositore Alfonso Salerno). Le offerte per il Calendario saranno devolute al Processo di beatificazione di Padre Berardo Atonna, nato nel 1917 a Sarno. Pubblichiamo qui di seguito il testo della Conferenza del Prof. Salerno con le indicazioni dei canti magistralmente eseguiti dal Maestro Maiorano a commento del testo.

 

 

La Lezione-spettacolo di Franco Salerno e Ugo Maiorano

Il valore del Calendario e il patrimonio foklorico di Sarno

15750107_10211543913743620_1794931820_nPer la nostra società, affarista ed edonista, devota al dio danaro, appiattita su un “qui ed ora” alienante e straniante, l’uscita di un Calendario è un evento meramente economico e commerciale. Per chi, invece, crede nei grandi valori e nelle emozioni profonde la pubblicazione di un Calendario può essere motivo di valorizzazione dei tesori della cultura popolare. E’ questa la definizione che ben si attaglia al Calendario sarnese che è stato egregiamente curato dal dott. Dino Aito e che si inscrive nel solco dei veri calendari. Va detto che l’etimologia del termine “calendario”, secondo alcuni glottologi, rinvia al verbo greco “kalèo”, che significa “chiamare”. E non solo come fatto puramente verbale, ma come ufficio profondo, visto che dal medesimo verbo deriva la parola “ekklesìa” (“Chiesa”).15731577_10211543924863898_810771674_n

Questo calendario, infatti, ha un valore antropologico in quanto consente di compiere una ricognizione nei proverbi sarnesi e di seguire l’articolarsi delle feste popolari sarnesi, Ma, proprio nella direzione della “chiamata”, esso possiede anche un valore spirituale, visto che è finalizzato alla raccolta di fondi per il Processo di beatificazione del sarnese Padre Berardo Atonna.

Iniziamo, dunque, questo nostro viaggio tra le feste e le tradizioni popolari sarnesi (di cui scegliamo solo alcune). Cominciamo dal 17 gennaio, festa di Sant’Antonio Abate, che nacque nel 250 in Egitto ed era in passato molto venerato a Sarno, dove dal 1093 era attivo un Ordine ospedaliero che curava i malati di “herpes zoster” (cosiddetto “fuoco di Sant’Antonio”). Tre sono i simboli a lui collegati e rappresentati nella sua iconografia. Il primo è il bastone a forma di tau, che esprime la saldezza della fede. Il secondo è il fuoco, che serviva ad allontanare la paura nei confronti dei morti. Il terzo è il maiale, che gli antichi ritenevano responsabile delle “passioni vegetali”, cioè della mietitura del grano che gettavano nello sconforto i contadini. Con questo Santo il maiale, cioè il Male, diventa familiare e, dunque,

conoscibile e superabile, per cui esso diventa un animale sacro. La sua è una santità molto moderna, perché le fonti lo presentano come un Santo che prende in giro il Diavolo, suo tentatore: egli è, come scrisse Alfonso di Nola, un “trickster”, una sorta di intelligente persona ironica, che avvicina la sua sacertà ai livelli della quotidianità, come del resto fa oggi Papa Francesco. L’adeguato commento musicale del mese di gennaio è affidato alla canzone “Maronna quant’è aveto sto palazzo”, eseguita con la sua magica tammorra da Ugo Maiorano.
Il mese di febbraio nel Calendario è segnato dalla maschera del Carnevale sarnese di Alesio (di cui parla Silvio Ruocco): essa coopera a conferire a questa festa la cifra di rito della Crisi, in cui si consuma l’illusione drammatica, ma vitale, di indossare una maschera. Alesio era rappresentato da una persona mascherata, che, recando in mano un vaso da notte contenente maccheroni, avanzava ritmicamente, con il volto colorato di azzurro e di giallo. Due colori altamente simbolici: l’azzurro è simbolo di morte e di mancanza (è il colore della paura: in varie località si dice “ho una fifa blu”), mentre il giallo è un colore solare (segno di forza e di divinità).

15731098_10211543925303909_307128511_nIl mese di aprile si inscrive sotto il segno delle Croci e dei paputi del Venerdì Santo. La loro Processione è composta da gruppi di incappucciati, delle Confraternite sarnesi e dei loro cantori. La parola paputo deriva (secondo Antonio Altamura) dal latino pappus, che, significando “vecchio”, indica una condizione di passaggio verso un’altra Vita. Anche il cappuccio stesso (la cui etimologia si riallaccia a caput = “testa”) ricorda il copricapo conico, che veniva posto sulla testa dell’iniziando, a cui erano stati tagliati o bruciati i capelli. Le cappe che i paputi sarnesi indossano sono bianche. Questo colore è non solo il simbolo della purezza, ma soprattutto rinvia alla condizione dei Trapassati, di “coloro che, pur vedendo, non sono visti”, a causa del loro carattere trasparente, e rimanda dunque alla Morte (naturalmente, una “morte per la vita”). Solo i paputi della Confraternita di San Matteo hanno la caratteristica specifica del cappuccio rosso, che rinvia alla sofferenza del sangue, alla intensità del fuoco e all’opposizione tra la Vita e la Morte: basti ricordare il significato del Mar Rosso (in cui si verificarono la morte degli Egiziani e la vita-salvezza degli Ebrei). La tammurriata che incarna il senso della Passione di Cristo è quella eseguita dal Maestro Maiorano a chiusura della festa paganese della “Madonna delle galline” nella Domenica in Albis, a cui partecipavano e partecipano schiere di devoti anche sarnesi.

Un volo pindarico fino a luglio, che contempla la festa sarnese della Madonna del Carmine, il cui culto è legato al Monte Carmelo in Galilea, lussureggiante per la sua vegetazione e chiamato per antonomasia “il Paràdeisos, cioè “il Giardino”; che secondo la tradizione popolare era il luogo, dove Maria da fanciulla placava con il suo sorriso gli scossi elementi naturali. La Madonna del Carmelo è una Vergine nera. Nera è nei frammenti orfici la Notte, “madre degli dei e degli uomini”; nera è la terra fertile, che diventa la dimora dei Morti pronti a risorgere; e nere sono anche la dea indiana Kali e le Vergini Nere venerate dai Templari. La tammurriata di Ugo “Ex voto” commenta magnificamente la festa.

Un’altra Madonna nera è la cosiddetta “Madonna Schiavona” (o “Bruna”), festeggiata tra l’8 e il 12 settembre nella Chiesa di San Matteo sul Monte Saretto a Sarno. Originalissima e vero tesoro artistico è l’effigie della Vergine indicata come “Madonna Greca”. La tipologia iconografica è quella della Odigìtria (in greco odeghètria, “Colei che indica la via”), la quale ha canonicamente il Bambino a sinistra, mentre questa lo ha a destra (immagini di tal genere sono indicate come “non fatte da mano umana”). Singolare è l’esecuzione di inni in onore della Madonna di Montevergine. Il canto popolare di saluto alla Vergine, eseguito da anni da Maiorano e da “La Paranza dell’Agro”, termina con gli struggenti versi “E si nun ci virimmo cca/ nci virimmo all’Eternità”: così concludono i fedeli accomiatandosi dalla Vergine e proiettando le speranze dell’Aldilà su questa Terra.

Penultima tappa del nostro Viaggio: il mese di novembre con il ritorno dei morti.

15731448_10211543926943950_1018488031_nLe anime dei defunti, nella notte tra l’1 e il 2 novembre, secondo le testimonianze popolari dei Sarnesi, ritornano sulla Terra alle loro case. Perciò, a cominciare dalla sera del 1 novembre, nelle aree rurali, si pongono sul tavolo della cucina o sul davanzale un bicchier di vino e uno d’acqua, del pane ed un pezzo di baccalà. Segno evidente della necessità per il defunto di rifocillarsi, durante il suo Viaggio. Si crede inoltre che Dio, dal 1 novembre, lasci liberi i defunti di raggiungere i propri cari, i quali devono tenere, dentro o fuori le case, un cero acceso in segno di ospitalità. Infatti, i nostri informatori ci hanno narrato sorprendenti casi di “processioni dei morti” recanti in mano dei lumi.

E, alla fine dell’anno, dicembre con molte feste. Innanzitutto quella dell’8 dicembre dell’Immacolata, profondamente venerata nella comunità sarnese, che segue con fede la processione della più che trecentenaria Statua (1696), capolavoro del grande scultore Gaetano Patalano. Poi la festa di Santa Lucia del 13 con i suoi mitici falò e infine il rito della fine dell’anno o della nferta, una volta organizzato da gruppi di suonatori nella Valle del Sarno, che, recando una grande struttura vegetale di rami e di fiori beneauguranti, girano per i rioni, portando allegria con i loro suoni vivaci. Delicata fase di passaggio è, infatti, il periodo della fine dell’anno, in quanto prelude ad un tempo nuovo, quello dell’anno che arriva con le sue incertezze ma anche con le sue gioie segrete. In questo momento “liminare”, cioè di “soglia”, che introduce nel mese che è “porta” (“janua”), cioè Januarius (“Gennaio”). Tuttora Ugo Maiorano è il diffusore di questo rituale con il simpatico Canto di fine anno.

In conclusione, ci piace rimarcare che conoscere le tradizione non significa né proporre una maniera arcaica di esistenza né essere “lodatori del tempo passato”. La cultura della tradizione si fonda, invece, sulla forza dell’ “orizzonte di senso” della Vita (ad esempio, relativo alla solidarietà), che noi abbiamo perso, ma non perduto per sempre.

Testo di Franco Salerno

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Raffaele Di Matteo, dopo la Maturità classica, consegue la Laurea quadriennale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Salerno, discutendo la Tesi in Istituzioni di Diritto Pubblico, dal titolo “Diritto dell’informazione radio-televisiva e nuove tecnologie”. Diventa Avvocato, penalista e civilista, specializzandosi nelle materie che interessano il diritto penale, tributario, di famiglia e di lavoro. Coltiva sempre la sua passione per la scrittura e per il giornalismo e tiene rubriche di diritto per vari periodici. Viene accreditato ad importanti ed internazionali Eventi come, ad esempio, il Festival di Sanremo, l'Ischia Film Festival, il Taormina Film Fest e l'Italian Movie Award. E' Presidente dell'Associazione culturale "Mediavox" dal 2012 e Direttore editoriale della Testata Web "MediaVox Magazine" dal 2015.