IL NATALE RIVELATO

Viaggio nei miti, nei riti e nei misteri della festa più amata - quinta puntata

Riti di fine anno: strenne e streghe31

Processioni mascherate e confessioni dei peccati, combattimenti rituali e allontanamento dei demoni, sacre astinenze e profani conviti: questi riti ed altri similari hanno da sempre caratterizzato la storia del Capodanno e dintorni. La fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo: un momento “eccentrico” del ritmo calendariale, segnato dal rovesciamento dell’ordine normale, ma anche dalla sospensione e dall’attesa -come in ogni delicata fase di “passaggio”- del trionfo delle forze della Vita. Furono i Babilonesi i primi ad avvertire questo significato misterioso del Capodanno, quando, durante il periodo delle cerimonie per l’anno nuovo (akitu, che durava 12 giorni) si recitava l’Enuma Elis, il poema della creazione, che rievocava la lotta fra il dio Marduk e il mostro Tiamat, cioè fra il Cosmos e il Caos.

Ma se questi dati mitici affondano nella notte della memoria storica, più vicini a noi appaiono i relitti della cultura latina, che, come vedremo, ha delle insospettate permanenze nelle tradizioni popolari meridionali. Lasciamoci guidare da un testo canonico: i summenzionati Saturnalia di Macrobio, che ci ricordano l’etimologia di “Januarius” (nome latino di “Gennaio”), derivante da Giano, il dio bifronte. Egli infatti guardava alla fine dell’anno trascorso e all’inizio del prossimo; ed era inoltre il protettore delle porte -luoghi di passaggio per eccellenza- come l’equivalente greco Apollo Thyraios. A lui, profeta del futuro, erano dedicati 12 altari, che rappresentavano i 12 mesi. Alle Calende di gennaio i Romani erano soliti scambiarsi, per augurio, le strenae, cioè dei ramoscelli di alloro, che accompagnavano datteri e fichi.

Ebbene, se ci addentriamo nei territori interni del Salernitano, con grande meraviglia ritroviamo delle usanze non dissimili. A San Rufo, come riferisce Giuseppe Colitti, persistono due singolari rituali: la richiesta della strena e della carennula. Nella notte del 31 alcuni giovani, bussando insistentemente alle porte degli abitanti del paese recitano, in momenti diversi, le seguenti strofe: “Cape r’anne, cape re mese/ ramme la strena che m’hai prommese” e “Ramme la carennula/ E quale? Chella ca te pennula/ E si nun me la vuò ra/ ca te pozze pennulià”. Sia la strena che la carennula (evidente deformazione di calende, da cui non è esente il riferimento erotico) equivalgono a doni: infatti i giovani ottengono frutta secche, noci o soldi.

Ancora più sorprendente è un’altra tradizione, registrata, anche se con frequenza oggi più rara rispetto al passato, nel territorio di Vallo della Lucania (Sa): in base ad essa un pastore, dopo aver indossato la pelle del lupo che ha ucciso, va in giro, bussando alle porte del paese e chiedendo in questua doni e vivande di vario tipo. La sorpresa si accentua allorquando paragoniamo questo rituale a quello riportato da J. Frazer nel Ramo d’oro, nel quale si analizza un’arcaica usanza europea, sopravvissuta in Scozia. Qui, durante l’ Hogmanay, cioè l’ultimo giorno dell’anno, un uomo, vestito con una pelle di vacca, seguito da una disordinata processione di persone armate di bastoni, benedice sulle soglie delle case le famiglie del paese, liberandole dalle streghe.

E proprio questo intento apotropaico richiama un altro nesso fra la tradizione europea e quella tipicamente meridionale. Sempre Frazer infatti ci ricorda che il periodo (12 giorni), il quale va dal Natale all’Epifania ed ha il suo punto culminante nel 31 dicembre, è “il tempo delle streghe”: ed è proprio per mettere in fuga presenze demoniache che a S. Silvestro i giovani boemi, dispostisi in cerchio, sparano 3 volte in aria. E’ azzardato dunque pensare che la rumorosa tradizione dei botti di fine anno, particolarmente viva in Campania, risponda a questo inconscio ed atavico desiderio di espulsione delle forze del Male?

Ma, come in ogni Grande Festa, il carattere liberatorio si manifesta in un duplice modo: mediante sia il contatto con simboli di vitalità sia la tendenza a capovolgere la Norma. Il primo processo è visibile in un suggestivo rito che generalmente si svolge durante la mattinata del 31 a Massalubrense (NA) presso lo Scoglio del Vervece, dal quale i sub del “Centro Immersioni” si tuffano per scendere alla profondità di 12 metri fino alla statua della Vergine, che è lì posta: il contatto con le acque, simbolo di Vita, e la risalita dal fondo (che simboleggia la dimensione sotterranea) ripetono un arcaico mito di creazione e di fondazione dell’Essere.

L’altro modo per liberare le energie più genuine consiste nella violazione, alla fine dell’anno, delle convenzioni sociali mediante la satira, la quale viene proferita in un clima orgiastico che ricorda appunto quello licenzioso dei succitati Saturnali. Un esempio di tale tipo di manifestazione è rappresentato dalla Frasca, che, affermatasi a Striano (NA), per anni è stata effettuata anche a Poggiomarino (NA). In questa città, durante il pomeriggio e la serata del 31 dicembre, due gruppi di questuanti, muniti di triccaballacchi e fisarmoniche, vanno in giro per le strade e, esibendo un grande ramo di lauro addobbato con campanelli e nastrini, chiedono vivande, che poi verranno consumate in una grande cena collettiva.

I riti di fine anno dunque restano profondamente radicati nella mentalità collettiva come momento di vittoria sulle fobie dell’inconscio e come tentativo di ipotizzare rapporti sociali meno alienanti. Questo ieri. Ma oggi, in questa società così refrattaria, così totalmente disanimata, può il Capodanno liberarci dai Mostri dentro e fuori di noi?

 

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).