IL PESCE D’APRILE

Riso divino: il pesce d'aprile dagli antichi riti ad oggi

Il riso è di origine diabolica o divina? Ha un suo ritualismo o è eccentrica esplosione di “entusiasmo” (che significava nella lingua greca il “dio dentro”)? Magari nelle condizioni di una strana “ebbrezza”, dominata da un potere di-vino. Sono giochi di parole  -qualcuno penserà-  quelli che stiamo proponendo. Forse sì; ma forse dietro le parole, ci sono schegge di vita, grumi di sogni e qualche atomo di verità. E, per avvicinarci alle verità che sono dietro il mistero del Riso, giunge propizio questo nostro viaggio, a ritroso nel tempo, alla ricerca delle radici perdute di un rito, che appare oggi sciatto e quotidiano e invece vanta un antico e arcano blasone di nobiltà: il pesce d’aprile.

Gli antenati mitologici, folklorici e letterari di questa simpatica usanza risalgono a tempi antichissimi.Cominciamo dalle cronache rosa-nere del mito greco. Esse ci narrano al proposito una storia illuminante. Di divinità appunto che ridono. Ce ne parla l’Inno omerico a Demetra, in cui la dea, affranta dal dolore e dal lutto in quanto è alla ricerca disperata della figlia Kore, sta “senza sorridere”, fino a che la serva Iambe (nome che è tutto un programma, poiché significa “colei che schernisce”), con i classici lazzi e frizzi al confine con l'”osé”, fa ridere e rasserena la dea, che avrà poi in sorte la possibilità di rivedere la figlia dalla primavera all’autunno.

La Dea Bastet

Ancora più sorprendente, come racconta Erodoto, era il rituale folklorico primaverile, diffuso a Bubasti in Egitto, in occasione della festa in onore di Bastet, dea rappresentata sotto forma di gatto (animale, invero, non privo di valenze diaboliche): delle donne, solcando su imbarcazioni il Nilo, beffeggiavano altre donne sulla riva, alzandosi le vesti. Un gesto questo che i Greci chiamavano anasyrma e che ritorna frequentemente nei miti dell’Ellade.

I Latini andarono ancora oltre. E forse è nella loro letteratura  che viene anticipato, in forme simili alle nostre, il pesce d’aprile. Basta leggere un episodio a cavallo fra il II e il III libro dell’Asino d’oro di Apuleio: Lucio, il protagonista del romanzo, dopo un lauto banchetto consumato ad Ipata, in Tessaglia (terra di magia), imbottito (si badi bene!) di vino, uccide tre esseri misteriosi. Portato in tribunale e destinato a pena tremenda, viene posto di fronte alla “madre” dei tre uccisi, la quale, scoprendo il lenzuolo funebre, ne rivela l’identità: si tratta solo di tre otri, che Lucio, ubriaco, ha infilzato. Testimoni, pubblico, giudici: tutti in piedi a ridere di crepapelle.

E così gli spiegano che a Ipata, all’inizio dell’anno, che corrisponde quasi al nostro aprile, si suole con una beffa collettiva festeggiare il dio Riso, “un nume che accompagna con benigna affezione il suo fedele che è autore ed attore del gioco”. Nei tre succitati campi dell’immaginario antico la beffa “primaverile”, mescolando l’Eros e l’Occulto, si pone dunque come rito risolutore di una situazione angosciosa.

Come si è poi arrivati all’attuale usanza legata al primo aprile? Le ipotesi sono discordanti. C’è chi la fa risalire all’abitudine che si aveva a Firenze di mandare i sempliciotti a comprare in un certo posto un tipo di pesce che esisteva solo in effigie. E c’è chi lo riporta al costume marinaro di mandare a pesca gli inesperti il primo aprile, proprio quando i pesci sono invece sul fondo per depositare le uova.

Ed infine non manca chi ha “cristianizzato” tale rito, ricollegandolo al decreto pontificio che vietava il consumo di pesce il primo aprile, in ricordo del miracolo accaduto al tempo del Patriarca Bertrando: il Papa, infatti, ospite di quest’ultimo il primo aprile, quindi in piena Quaresima, sarebbe stato prodigiosamente liberato di una spina conficcatasi nella gola durante il frugale pranzo. E’ evidente in tal caso l’accostamento fra scherzo d’aprile e Carnevale (il quale ingenera il suo contraltare cristiano, cioè la Quaresima) e ancora fra il simbolo del pesce e le primitive tradizioni cristiane: non si dimentichi che il nome greco di “pesce”, ichthùs, è l’acrostico di Ièsus Christòs Theù Hyiòs Sotèr, ossia “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore”.

Alberto Sordi in “Il Marchese del Grillo”

Per non parlare poi di un famoso pesce d’aprile del Marchese del Grillo, il quale fece credere ad un povero carbonaio, come al solito ubriaco, di essere lui il vero Marchese: al risveglio lo attendevano però il mattarello della moglie e la truce realtà quotidiana.

Oggi, la situazione è diversa. In questa  nostra società che non sa ridere (e forse non sa neanche piangere), ma che conosce la beffa delle tante disfunzioni, una profezia si è avverata: il dio Riso, collettivo e liberatorio, è morto. Ed è stato anche imbalsamato nel sarcofago del piccolo schermo, da quando anni fa ebbe successo la trasmissione “Scherzi a parte”. E allora, davvero scherzi a parte, è il caso di dire, parafrasando l’aforisma di Woody Allen, che è uno di quelli che sa far ridere e piangere: il dio (Riso) è morto, al società è in crisi ed anche noi non ci sentiamo tanto bene.

 

 

Foto tratte dal web

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).