TUCK&PATTI

Tuck Andress e Patti Cathcart: l'amore è jazz...

Litorale, inizio aprile 2017; quando i riccioli nivei di Tuck Andress compaiono all’ingresso della sala, il sole brillante di inizio primavera a Salerno comincia a corteggiare la linea dell’orizzonte distesa sul mare. Sorriso disarmante, la leggenda a sei corde dell’Oklahoma, da perfetto cavaliere, appena posate le valigie tiene aperta la porta a Patti Cathcart, moglie e voce dell’indissolubile duo jazz che da trenta anni riscuote successi in giro per il globo.

Il duo, nato in California dall’incontro fortuito dei musicisti in occasione di un’audizione, dopo dieci anni di gavetta nei club americani esordisce col botto nel 1988, e da subito si impone con grande veemenza nell’ambito del jazz contemporaneo.

Questa sera Tuck e Patti sono di scena in un club, occasione perfetta per una bella conversazione prima del tuffo nelle suggestioni musicali del concerto.

Durante il check, per la gioia dei tecnici, i due mostrano una competenza sbalorditiva perfino a quei livelli, liquidando le prove in poco meno di mezz’ora, confezionando una qualità d’ascolto da studio d’incisione.

«Se ti occupi di questo per più di trent’anni in maniera esclusiva finisce che lo impari» – si schernisce Tuck – «In fondo non è difficile… pensa che nella vita reale non so far nulla con le mie mani», beh, forse perché la tua vita reale è far musica, no?, «Sì, direi che è possibile…».

Tuck si trincera dietro un sorriso che pare imbarazzato, eppure il chitarrista, classe ’52, è considerato uno dei massimi esponenti della chitarra jazz già dagli esordi, con quel “Tears of Joy” oramai pietra miliare, ed a ragione: la sua peculiare tecnica, suonare basso, armonia e melodia in contemporanea, lo ha reso famoso al punto da ispirare legioni di giovani apprendisti.

«L’Italia continua ad essere eccezionalmente generosa con noi» – cinguetta Patti appena liberatasi dai monitor auricolari – «Abbiamo la fortuna di suonare tanto qui da voi, per noi siete diventati una sorta di seconda casa», sarà perché già dai tempi dell’esordio l’Italia è stata il vostro secondo mercato discografico, considero, e lei «Sì, tutto è iniziato così, per via del gusto che ci accomuna, ma poi abbiamo scoperto perché tutti all’estero dicono che siete diversi… perché lo siete davvero! Siete stati esposti a millenni di arte, civiltà e cultura, credo dipenda da quello».

Le fa eco Tuck: «Sai cosa apprezzo del pubblico italiano? Non ha preclusioni. Altrove suonare jazz vuol dire eseguire i brani del Real Book, qui da voi è normalissimo ed apprezzato passare da Joe Pass a Jimi Hendrix, perché la musica, l’arte, non ha confini, e voi lo sapete bene, ne possedete la consapevolezza nel DNA». È da tanto che non pubblicate musica, dieci anni da “I remember You”, disco di cover reinterpretate a celebrazione del grande repertorio americano, perché?, «Devo dirti che siamo molto, molto meticolosi; per fare un disco, dopo una buona idea, c’è bisogno di dedizione, dunque di tempo. Allo stato attuale siamo in tour praticamente tutto l’anno, così da non poterci permettere una lunga sosta in studio. Ma arriverà il momento di pubblicare nuova musica, la nostra visione è in continuo sviluppo, credo che il pubblico apprezzerebbe una testimonianza di cosa sono Tuck e Patti oggi, oltre le tavole del palco».

Patti, oltre ad essere in genere l’autrice degli inediti del duo, viene indicata spesso come la mente che cura gli affari del progetto; cosa consiglierebbe ad un giovane musicista che, oggi, desiderasse provare a far diventare la musica il proprio lavoro?, «Oggi è fondamentale tenere nelle proprie mani le briglie della propria attività: direi che non bisogna perder tempo dietro case discografiche, manager o altro. Fonda la tua etichetta, mettiti sul tuo van e gira a proporre la tua musica. Certo, è complesso, ma bisogna considerare che troppo spesso si scambia il poter lavorare dignitosamente nella musica col diventare star miliardarie. Il primo è un obiettivo legittimo e raggiungibile, nonostante questo periodo di grande crisi, la seconda una illusione creata ad arte: oggi le star sono solo brand multinazionali che cannibalizzano se stessi». Interessante e lucida la visione della cantante californiana, che esige un ampliamento; se questo è il frangente del business, cosa mi dici della sostanza artistica? «Lì il discorso cambia, se scegli di far il musicista poni i tuoi sentimenti in gioco, li porgi al pubblico che li restituisce in qualche modo, devi esserne desideroso». «E soprattutto devi capire che fare musica è diverso da tutto il resto» – interviene Tuck – «di sicuro devi formarti, studiare, suonando soprattutto con altri musicisti, però devi sapere che ciò che fai ha a che vedere con la parte più profonda di te, non è come avvitare una lampadina; oggi più che mai mi va di dirlo: tecnica e teoria sono solo strumenti per arricchire il tuo bagaglio, ferri del mestiere, poi devi mettere al centro del discorso della tua musica la tua stessa anima. Sento tanti, troppi giovani artisti affogare nell’accademia, ed è un peccato

Ci salutiamo, è ora di andarsi a cambiare e poi andare a cena, entrambi aspettano la “mosarella” che da queste parti, dicono, è “simply awesome”.

Durante la serata resto nella penombra a gustarmi la performance eterea e spesso trasognata del duo, che però non lesina scosse e picchi; in scaletta a sorpresa viene inserita, dopo Castles Made of Sand, l’altra hendrixiana Little Wing a disegnare un climax che fa spellare le mani al folto pubblico. Tuck è in forma, e lo dimostra ripetutamente fino ad una versione di Europa dilatata e lisergica, che di sicuro piacerebbe allo stesso Santana. Patti, dopo aver dato saggio di quale varietà di velluto possegga l’ugola, prima paga il suo tributo a Keith Jarrett, poi si fa mattatrice raccontando quanto ami il marito nonostante le grandi differenze caratteriali che arricchiscono il loro rapporto, infine fa cantare la sala su di Time after Time. Tempo di bis, due ore sono volate via. Il pizzicore dell’aria notturna ricorda ai miei zigomi che è tempo di tornare a casa, non prima di  aver salutato gli artisti che hanno donato magia alla serata; stanno finendo di caricare la macchina, devono partire, viaggio notturno per Bologna, a dormire ci penseranno domani. Certe le cose le fai se le ami, penso, mentre poco distante il mare risuona del suo respiro sulla spiaggia. La Musica, quella vera, vuol solo questo. Essere amata.

Le fotografie sono tratte dal web

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Gianfranco Villano è il fondatore e chitarrista degli Yres, con i quali ha vinto Sanremo Rock, Festival&Trend e BI.Live; pubblica un album omonimo. Ha condotto programmi radiofonici, ha scritto di musica su diversi periodici e quotidiani come il Saggio e La Città, cura la direzione artistica di eventi e programmazioni, tra cui il Festival EbolinBlues e la kermesse StillJammin’. Laureando in Lingue e Culture Straniere, fonico FOH, ha conseguito diplomi da musicoterapista ed operatore socio-psico pedagogico.