“Kid you’ll be fine”

Intervista a Neil Hilborn

Neil Hilborn è un ragazzo di 26 anni, a cui però all’età di 11 viene diagnosticato un disturbo ossessivo-compulsivo (o DOC): lui, per questo motivo, durante la sua vita non riesce a mantenere rapporti o relazioni con persone per lui importanti. Nel suo libro,Our Numbered Days”, Neil parla soprattutto della relazione con la sua ex-fidanzata. La donna che è sempre nei suoi pensieri che come egli stesso scrive, “è stata la cosa più bella su cui mi fossi mai fissato”. E proprio lei riguarda una delle poesie del libro “OCD”. Che recita: “La prima volta che l’ho vista… Tutto nella mia testa si è calmato. Tutti i tic, tutte le immagini in continua successione sono semplicemente scomparse. Quando soffri di disturbo ossessivo compulsivo, non puoi avere veramente momenti di tranquillità. Anche a letto, penso: Ho chiuso la porta? Sì. Mi sono lavato le mani? Sì. Ho chiuso la porta? Sì. Mi sono lavato le mani? Sì. Ma quando l’ho vista, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare erano le curve delle sue labbra. O una ciglia sulla sua guancia – una ciglia sulla sua guancia – una ciglia sulla sua guancia. Sapevo che dovevo parlare con lei. Le ho chiesto di uscire sei volte in trenta secondi. Ha detto di sì dopo la terza, ma nessuna di loro sembrava giusta, così ho dovuto continuare. Al nostro primo appuntamento, ho passato più tempo a organizzare la cena per colori che a mangiare, che a parlare con lei… Ma lei lo amava. Amava il fatto che la baciavo per salutarla sedici volte o ventiquattro volte se era Mercoledì. Le piaceva che mi ci voleva una vita per arrivare a casa a piedi, perché ci sono un sacco di crepe sul nostro marciapiede. Quando ci siamo trasferiti per vivere insieme, ha detto che si sentiva al sicuro, perché nessuno avrebbe mai potuto derubarci dal momento che chiudevo la porta sicuramente almeno diciotto volte. Guardavo la sua bocca per sempre quando parlava – quando parlava – quando parlava – quando parlava quando parlava; quando mi ha detto che mi amava, gli angoli della sua bocca si arricciavano all’insù. Di notte, si stendeva a letto e mi guardava spegnere le luci, e accenderle, e spegnerle, e accenderle, e spegnerle, e accenderle, e spegnerle, e accenderle, e spegnerle, chiudeva gli occhi e immaginava i giorni e le notti che stessero passando di fronte a lei. Una mattina volevo salutarla baciandola ma lei se n’è andata perché diceva che le stavo solo facendo fare ritardo al lavoro… Quando mi sono fermato davanti a una crepa del marciapiede, lei ha continuato a camminare… Quando ha detto che mi amava, la sua bocca formava una linea retta. Mi ha detto che stavo occupando troppo del suo tempo. La settimana scorsa ha iniziato a dormire a casa di sua madre. Mi ha detto che non avrebbe dovuto lasciare che mi affezionassi così tanto a lei, che tutta questa storia è stato un errore, ma… Come può essere un errore se non devo lavarmi le mani dopo averla toccata? L’amore non è un errore. E mi uccide sapere che lei possa scappare via da questo e io semplicemente non posso. Non posso- Non posso uscire e trovare qualcun’altra, perché penso sempre a lei. Di solito, quando mi ossessiono sulle cose, vedo germi infilarsi nella mia pelle. Mi vedo investito da una serie infinita di auto… E lei è stata la cosa più bella su cui mi fossi mai fissato. Voglio svegliarmi ogni mattina pensando al modo in cui tiene al volante.. Come gira le manopole della doccia come se stesse aprendo una cassetta di sicurezza. Come soffia le candele- soffia le candele – soffia le candele – soffia le candele – soffia le candele – soffia le… Adesso, penso solo a chi altro la sta baciando. Non riesco a respirare, perché lui la bacia solo una volta- non gli importa se è perfetto! La rivoglio indietro così tanto… Così tanto…che Lascio la porta aperta. Lascio la luce accesa.”

Forse non si può neanche definire questo testo una semplice “poesia”, perché forse è qualcosa che va oltre, qualcosa che a poco a poco diventa una musica che tocca corde che non dovrebbe toccare, qualcosa che, quando la si ascolta o si vede l’autore leggerla, fa capire come lui, che scuote la testa più volte dimenandosi, stia solo cercando di dire che pensa a lei mentre compie i gesti anche più quotidiani. Forse non è semplice poesia o una semplice dichiarazione, ma forse è quanto di più vero e sincero si possa immaginare. Di certo, non ha la pretesa di coinvolgere, ma è solo il tentativo di travolgere il lettore-spettatore.

Ecco, qui di seguito, le domande con le corrispettive risposte dello scrittore…

Qual è il tuo processo di scrittura e, se ne hai uno, come lo realizzi?

E’ molto particolare: mi sveglio alle 4:00 ogni mattina. Perché è un momento in cui ci sono poche distrazioni possibili. Mi siedo a scrivere una poesia o due: “Ti sei veramente svegliato alle 4 del mattino?” Credo che l’abbia fatto apposta, ma è stato molto utile a me. Per me, in quei momenti avverto un’ispiraz o a leggere. L’ho appreso da uno dei professori del College, Marlin James, che ho rivisto recentemente quando ha vinto il premio “Booker Prize”. Sono andato a una manifestazione in suo onore e gli ho detto: “Ehi, ti ringrazio tanto, per avermi detto quella cosa. Mi ha veramente aiutato.” Allora luione che consente al mio cervello di fare delle connessioni. Solo allora sento un paio di righe nella mia testa e, in quel momento, io devo smettere e devo mettermi a scrivere.

Quale consiglio daresti agli altri scrittori?

Preparati a essere respinto. Fallirai molto di più di quanto tu abbia successo. Nonostante questo, scoprirai come attaccare il tuo ego ai risultati del tuo lavoro. Questa è una cosa che ho imparato andando alle gare di poesia tutte le volte. Ho partecipato a centinaia di gare, e ho vinto otto volte: non sono super competitivo, non lo sono mai stato. Una delle cose che ho sempre detto a me stesso, ogni volta che sono stato ad una gara e sono stato eliminato nel primo turno, è che “stasera ai giudici non è capitato di entrare in quello che stavo facendo”. Più importante a quel punto, le poche volte che ho vinto o fatto bene, mi sono detto la stessa cosa: “stasera ai giudici è capitato entrare in quello che stavo facendo”. Quindi il mio consiglio migliore è quello di scrivere. Non smettere mai di scrivere. Scrivi fino a quando la tastiera non si rompe. Trova una comunità di scrittura che ami e di cui ti fidi e fa’ sì che guardino una tua poesia 20 volte. Insieme a ciò, lascia andare il tuo ego; pensa che le persone che modificano il tuo lavoro non stanno cercando di buttarti giù o di dire che non sei un buono scrittore, stanno dicendo che questa riga particolare di fronte a loro non sta facendo tutto il lavoro che potrebbe fare. Non sarai mai perfetto, e certamente non sarai perfetto per tutte le volte, perciò permetti a te stesso di scrivere alcune poesie scadenti. Anche se si presenta una riga che è la riga più banale in tutta la terra, lasciala scritta, perché potrebbe condurti ad un verso migliore.

Scrivere è una forma di espressione o di replica per te?

La scrittura, per me e per un sacco di gente, è una terapia. Ogni volta che sto attraversando qualcosa di importante nella mia vita, una delle prime cose che faccio è sedermi e scrivere una poesia. Per me è un metodo di elaborazione: mi sento di avere tutte queste emozioni in testa, che, per me, sono grandi e spaventose. Ma, se posso metterle su una pagina e letteralmente farle vivere fuori del mio corpo, posso essere più oggettivo, perché le guardo e non solo le sento.

Dove trovi l’ispirazione?

C’è un tipo di ispirazione in cui tu speri sempre. E’ come avere un’illuminazione divina. Speri sempre questo, ma non puoi dipendere da questo. Quindi, poiché la scrittura è il mio lavoro, lo è anche ovviamente esibirmi, viaggiare e roba così. È il nucleo iniziale che serve per scrivere poesie. Una volta che trovo una struttura o un’idea o un pensiero che mi piace, scrivo solo in base a questo. La maggior parte delle poesie probabilmente andrà male. Alcune persone scrivono perfettamente le loro prime bozze o le pensano per mesi, poi improvvisamente scrivono una poesia perfetta. Non sono io, io scrivo solo tante poesie ogni giorno e il novanta per cento di loro non le ho mai mostrate a nessuno.

Hai avuto come obiettivo quello di ispirare qualcuno con il tuo lavoro?

E’ sempre una speranza. Non è necessariamente un obiettivo, non ho mai preso la decisione conscia di piacere. Ho iniziato quando ero un ragazzo e sapevo che volevo andare all’università per scrivere. Quando OCD mi ha spaventato, ho iniziato a girare. Non c’era mai un momento in cui pensavo “Sì! Sto andando a ispirare le persone”. Ora, sto solo cercando di ottenere il risultato più genuino ed onesto possibile, ma, più cerco e penso di provare a connettermi con le persone, più mi confronto con la genuinità.

Come ti senti quando le persone si ispirano al tuo lavoro?

E’ davvero bello, amico, e veramente sono ancora entusiasta. Sono ancora estremamente sorpreso, le persone mi hanno detto che per anni e ancora in qualche modo sono in grado di suscitare un senso di meraviglia. Penso che aiuta essere in grado di essere efficace o immaginarmi o farmi immaginare su un palco o in un video o a scrivere poesie o a fare qualunque cosa. Questo è Neil Hilborn. Questo è il ragazzo che può ispirare le persone, anche se io sono veramente timido e introverso.

Qual è stato il tuo pezzo preferito che hai scritto?

Penso che non ci sia un brano preferito che ho scritto, in quanto questo dipende dal mio stato d’animo, che talvolta è felice e talvolta è triste.

Dove hai trovato l’ispirazione per “DOC” (“OCD”)?

L’ho anche scritto: mi è stato diagnosticato un disturbo ossessivo compulsivo, quando avevo 11 anni. Ho iniziato a scrivere questa poesia (“DOC”) quando avevo circa 20 anni; per lungo tempo cercavo di descrivere che significasse avere il DOC (OCD) e perché è stato difficile per me vivere il modo in cui OCD prende il tuo tempo. Il modo in cui mi rende inflessibile nelle relazioni inter-personali e cose del genere. Quella poesia è partita come una semplice poesia, è stata una stupida falsa lettera a donne che mi stavano facendo a pezzi. In essa raccontavo perché avevo OCD e asma, come l’ho modificato, come altri lo hanno modificato, come gli altri scherzavano su questa mia condizione, anche se essa è diventata sempre più grave. A poco a poco, questo testo è diventato qualcosa di più serio di un semplice pezzo “scherzoso”, perché molte persone ormai stavano attribuendo importanza ad esso.

Le foto sono tratte dalla Pagina Facebook ufficiale di Neil Hilborn: clicca QUI per visitarla

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Francesco Squitieri, classe 99'. Studente del liceo classico T.L.Caro. Simpatico, ambizioso e competitivo. Appassionato di sport, in particolare di basket.