ODIATA O AMATA: LA CORRIDA

La corrida: metafora della vita

 I muscoli del collo, ormai lacerati, costringono il toro a mantenere il capo chino, il sangue sgorga da ogni ferita provocata dalle banderillas ed ogni carica è sempre più sfiancante, accompagnata da un muggito, un misto di disperazione e rabbia.

 Di fronte il torero, un mix di eleganza e spavalderia, incita il toro a caricarlo, lo schiva con grazia e poi, voltando le spalle alla bestia, cerca corrida1l’approvazione del pubblico.

 E’ lo spettacolo della corrida, antica e controversa tradizione, un dramma epico di sangue e arena.

Tra i suoi estimatori Ernest Hemingway, che la descriveva come un “meraviglioso incubo”.

 La corrida è senza dubbio una metafora della vita: finale già scritto (la morte), storia ancora da definire.

 Le due star sono loro: torero e toro, carnefice e vittima, non esattamente in quest’ordine. Ma il torero non è solo. Della sua squadra fanno parte i peones, che hanno il compito di stuzzicare il toro con grandi cappe. E’ la parte più spettacolare, in cui tutto è ancora da scrivere.

Se si è fortunati si possono ammirare tori che, puntando le corna nel terreno, fanno capriole oppure saltano le barriere laterali creando un pericoloso quanto divertente scompiglio tra gli addetti ai lavori.

 E’ questo il momento in cui, se il toro è stato particolarmente bravo e si è guadagnato il favore del pubblico, si liberano delle mucche nell’arena con lo scopo di trascinare fuori l’animale e salvarlo.

 Si continua, altrimenti, con i picadores, cavalieri armati di lancia che lasciano che il cavallo, bardato, si faccia attaccare in modo da poter conficcare le lance nel garrese del toro. Anche qui le sorprese non mancano.

Qualche toro è in grado di rovesciare cavallo e cavaliere. I banderilleros, schivando la carica, piantano le loro banderillas sul dorso dell’animale, ormai sfinito.

 La fase finale è quella in cui il torero mostra tutta la sua bravura “toreando” a pochi centimetri dall’animale, prima di matarlo definitivamente.

 Misto di folklore e di religione, a tratti mistica, a tratti terribile, la corrida mette in scena sull’arena la lotta ancestrale per la vita. Assistere a un simile spettacolo presuppone la consapevolezza di guardare in faccia la morte. Ma i ruoli di vittima e carnefice non sono sempre scritti.

 Così, nella prima stanza del celeberrimo lamento per Ignacio Sánchez Mejías, il poeta andaluso Garcia Lorca, ricorda l’amico torero morto in una corrida.

Alle cinque della sera.

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco alle cinque della sera.

Una sporta di calce già pronta alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte alle cinque della sera.

Fotografie scattate da Marco Crescenzi

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Marco Crescenzi: classe 2001. Carattere indisciplinato, come i suoi ricci. Passione per lo sport e curiosità verso ciò che non conosce. Condividerà con i Lettori di MediVox Magazine tutto quello che i suoi interessi lo porteranno a scoprire.