La “Fuitina”

Uno sguardo all'Italia di ieri per scoprire quella di oggi.

Foto tratte dal web

Ricigliano è un paese in privincia di Salerno , a 500m di altezza e con circa 700 abitanti.

Conoscete il Bar di Tittina a Ricigliano? Il classico “Bar in piazza”, piccolo ma accogliente con tutto ciò che può servire al paesano di poche pretese; un buon caffè, un dolce fatto in casa egregiamente dalla cara Tittina, biscotti , cioccolato e una giocata a lotto. Semplici tavolini per giocare a carte, passatempo preferito degli aziani locali. Ed è lì che, in una mattina d’inverno, al mio tavolo si siede il Sig. Gennaro Malpede, affettuosamente chiamato zio Gennaro, nel suo elegante cappotto grigio e cappello abbinato con larga faldo, si siede si toglie il cappello scoprendo i pochi capelli bianchi rimasti, e puntuale al nostro appuntamento mi rilascia un’intervista sulla “fuitina sicula”

Zio Gennaro dal 1968 vive in Sicilia con la sua famiglia che non lo lascia mai da solo da quando la sua dolce Lidia è andata in cielo… ogni tanto, però, torna al paese salernitano per stare con i suoi vecchi amici. Zio Gennaro è stato fortunato, non ha avuto bisogno della “fuitina” ma ha potuto sposare la sua amata Lidia con tutti gli onori; tuttavia, è stato testimone di tanti amici che per coronare il loro sogno d’amore hanno dovuto mettere cedere a questa pratica. Leggiamo le sue parole:

“Sono tante le storie che potrei raccontarti sulla ‘fuitina’ perché il dopoguerra aveva lasciata alle spalle tanta povertà: sposarsi era un lusso, poche famiglie potavano permetterselo; così, si ricorreva alla ‘fuitina’ per risolvere in maniera economica e veloce quello che sarebbe stato ‘il matrimonio riparatore’… ora ti racconto la storia due giovani che, per privacy, chiamerò Tonio e Pina. Nel 1968 avere 27 anni per un uomo e 24 per una donna, significava essere al limite dell’età per sposarsi, perché c’erano ragazzi che si sposavano anche a 15 anni con il permesso dei genitori oppure a 20 anni eri già pronto. Tonio e Pina erano fidanzati ormai da anni ma soldi per il matrimonio non c’era, da entrambi le parti. Pina però voleva avere bambini ed aveva paura di diventare troppo vecchia, e sua madre condivideva la sua angoscia ed impotente vedeva sua figlia lasciarsi andare allo sconforto di non poter coronare il suo sogno. In questo caso, la ‘fuitina’ fu organizzata con la complicità delle famiglie, che pur di non apparire troppo povere per una grande festa di lusso, giustificavano il semplice ‘banchetto’ di basso tono per ‘punire’ i coniugi novelli per il poco ‘contegno’ assunto. Cosi , una sera, dopo aver organizzato tutto anche il ‘nido d’amore’ dove si sarebbe consumata l’unione, con l’aiuto di amici fidati, i due innamorati di davano alla fuga dalle rispettive famiglie.”

Dopo un piccolo intervallo per bere il caldo caffè di Tittina, prima di riprendere il racconto, vedo passare davanti ai miei occhi l’immagine dei miei genitori, che si sposarono in sacrestia dopo la loro “fuitina” per i motivi sopra indicati. Vedo mia madre nel suo umile e semplice tailler blu ed un fiore nei capelli che regolarizza la sua “convivenza” ormai da due mesi con mio padre. Loro non possono più raccontarmela, poche notizie le ho avute dai timidi e riservati racconti di mia madre, perché non ne andava fiera anzi avrebbe voluto che le cose andassero diversamente, magari come la sua “favola” voleva. Torniamo a Zio Gennaro che intanto, ha finito il caffè e con un sorriso riprende:

“Tonio e Pina non si sposarono subito, dovettero prima aspettare che il ‘mediatore’, in genere un familiare, facesse da paciere tra le famiglie che intanto si fingevano offese ed arrabbiate con i rispettivi figli per non avere seguito le giuste regole per un matrimonio sfalzoso. Il fatidico giorno arrivo’, ed io ricordo che accompagnai gli sposi in Municipio e poi in Chiesa ma in sacrestia perché ‘peccatori’ a gli occhi di Dio ma soprattutto del paese, e la sposa nonostante avesse potuto indossare il ‘velo’ simbolo di purezza, era bellissima nel suo tubino bianco a ginocchio, ed un delicato fiore nel capelli neri lucidi di ‘brillantina’ che esaltavano la sua carnagione mediterranea, con in dosso il gioiello più bello: ‘il sorriso di una donna innamorata’ che per il suo uomo ha rinunciato allo sfalzo, ha subito l’umiliazione di dover si sentire peccatrice, di aver dovuto dimostrare la sua verginità alla di lui madre e poi essere accettata dalla società finalmente con tutti i requisiti in ‘regola’.”

Non importa quanti anni sono passati, oggi non c’è la ‘fuitina’… Ma è bello pensare, però, a ciò che rimane immutato nel tempo: quello che Zio Gennaro ha chiamato “il gioiello più bello che una donna indossa il giorno del suo matrimonio” e cioè gli “occhi felici della donna innamorata”. Quelli, credetemi, non invecchiano mai!

Articolo di Giovanna Passariello

Note: l’autrice ringrazia, per la preziosa collaborazione,

i sigg. Gennaro e Patrizia Malpede e il Bar Pacelli della cara Tittina.

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