QUANDO L’AMORE CREA DIPENDENZA!

I consigli per affrontare la dipendenza affettiva

“Ho iniziato una storia con quest’uomo 4 anni fa e da allora è stato un continuo tira e molla, finché tutto è andato in malora. Ci siamo incontrati a casa di una coppia di amici comuni e io mi sono sentita subito attratta da lui. Il mio forte interesse nei suoi confronti era molto chiaro, e lui sembrava divertito nel ruolo di “preda”. L’ho invitato a uscire e siamo andati a cena. Per me è stata una serata molto divertente: lui era bellissimo ed è stata una bella serata. Quando siamo stati insieme è stato bellissimo. Dopo un po’ è diventato tutto difficile…”.

Tratto dalla storia di vita di C.C.

 

Prima di trattare un argomento così delicato e dibattuto, fare una premessa è d’ obbligo: ognuno di noi ha bisogno in qualche misura degli altri, tutti abbiamo bisogno di approvazione, calore e sostegno da parte dell’altro, questo ci aiuta a regolare la nostra autostima e a sentirci parte di un qualcosa.

Augurarci di raggiungere la totale indipendenza dall’altro non è possibile, ma come in ogni cosa della vita il giusto equilibrio è nel mezzo!

Per alcuni la fine di una relazione viene vissuta come un’occasione per intraprendere nuove storie, dove potersi confrontare con consapevolezze e aspettative diverse su di sé e sugli altri.

Purtroppo questo non vale per tutti! Per molti la fine di un rapporto da il via ad un terremoto che destabilizza la vita sin dalle sue fondamenta. Progetti distrutti, aspettative disattese, ma la cosa peggiore è la percezione che l’amore che si è donato all’altro non sia stato considerato “abbastanza”, che la persona stessa non sia stata considerata “abbastanza”; come se dalla relazione sentimentale dipendesse l’intero valore della loro vita. Questo avviene in particolare in persone che hanno fatto dell’altro il centro della loro vita, quasi annientandosi nella personalità, il tutto con il fine ultimo di percepirsi degni di valore attraverso le attenzioni dell’altro.

 

Ma cosa spinge a comportarsi così?

In queste situazioni il partner diventa lo strumento attraverso cui ci si sente rassicurati. In questi casi parliamo di “Dipendenza Affettiva, indicandola come una forma patologica di amore caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione di coppia, in cui uno dei due riveste il ruolo di donatore d’amore a senso unico, e vede nel legame con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza (Roberti, 2013)”. Tale dipendenza, molto simile alla dipendenza da droghe o da alcool, è spiegabile con meccanismi biologici e psicologici, che si attivano per evitare di soffrire ed ottenere una certa tranquillità interiore.

Il problema della dipendenza affettiva è stata già trattata storicamente  da Otto Fenichel (1945) che nel “Trattato di Psicanalisi delle Nevrosi e Psicosi” introduce il termine “Amore-dipendenti” per indicare persone che necessitavano dell’amore come gli altri necessitavano del cibo o della droga.  Ma nonostante le caratteristiche specifiche che ne determinano le manifestazioni comportamentali, questa condizione non è ancora inserita nei sistemi nosografici diagnostici accettati a livello internazionale come il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, oggi alla V edizione (noto con l’acronimo DSM-V).

Dai dati statistici si evince che il 99% dei dipendenti affettivi è donna (Guerreschi, 2011), ma considerando la diversa manifestazione tra i due generi, tale percentuale potrebbe essere distribuita abbastanza equamente. A livello comportamentale osserviamo nelle donne una maggior tendenza alla mentalizzazione, ovvero il cercare soluzioni pensandoci e ripensandoci continuamente, mentre gli uomini tendono più a sfogare frustrazioni e problemi, investendo su altro, per esempio il lavoro o attività fisiche.

Sul piano fisiologico la dipendenza affettiva da una persona, come abbiamo precedentemente accennato è molto simile a quella verso una droga. Si tratta di un processo per cui il comportamento messo in atto dalla persona, che  ha lo scopo di produrre piacere e allo stesso tempo allontanare una sensazione di disagio interiore, viene ripetuto in modo del tutto incontrollato, pur sapendo che è nocivo (Marie-France Hirigoyen, 2005).

A livello cognitivo parte il valzer dei dubbi che invade costantemente la mente ed il presente della persona, impedendo alla stessa di poter vivere in modo funzionale la realtà: “Che cosa ho fatto di male? In cosa ho sbagliato? Se mi ha lasciato perdere è perché non valgo abbastanza! Senza di lei non sono nessuno! Solo lei può amarmi così come sono. Devo fare di tutto per trattenerla a me”.

Tale percezione di se stessi non corrisponde sempre alla realtà, poiché spesso un rapporto finisce perché magari non c’è sintonia, o perché si è accettato una vita che non è a nostra misura solo per la paura di restare sole, e questo ha poco a che fare con il sentimento “amore”. Ma purtroppo questo non viene preso in considerazione da chi vive tale difficoltà. Queste persone mendicano attenzioni e continue rassicurazioni, poiché tutto ciò li aiuta a sentirsi  amati e accettati, contrastando così l’impotenza e lo stato di vuoto interiore con i quali si caratterizzano personalmente. La dipendenza affettiva è una condizione di assoluta dedizione all’altro, che determina la progressiva riduzione dei propri spazi di autonomia. Essa  implica il disinteresse per tutto quanto non riguardi l’oggetto d’amore. Chi soffre di questa forma di dipendenza vive come “pericolo” ogni altro rapporto ed è ossessionato dall’idea di perdere il partner. L’allontanamento temporaneo della persona amata causa un’enorme sofferenza e forti accessi di gelosia, che possono sfociare in violenza fisica o verbale, o in episodi depressivi. A volte basta rimanere inaspettatamente soli o non ricevere una semplice telefonata per avere paura di essere abbandonati.

Come possiamo affrontarla?

Per alcuni uscire da queste situazioni così tanto dolorose è estremamente difficile, le emozioni di vergogna, di rabbia e senso di impotenza tendono a bloccare le richieste di aiuto. Tutto ciò potrebbe sembrare troppo difficile da essere affrontata, ma di certo non è impossibile con il giusto supporto: la chiave di svolta per trattare questa problematica è parlarne, chiedere aiuto!!!

A tal proposito, in Campania,  sul territorio dell’Agro-Nocerino-Sarnese, negli ultimi anni, l’Associazione “Il Risveglio di Maya” ha creato degli spazi di ascolto per donne e uomini, dove promuovere  la condivisione dei propri vissuti,  con lo scopo di mettere in discussione i meccanismi che li hanno condotti a legarsi morbosamente ad un partner cercando di  potenziare le proprie risorse personali.

La parola d’ordine in questi casi è rinascere!

Rinascere con la consapevolezza delle proprie potenzialità e della propria unicità!

 

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

 

Condividi questo articolo...Print this pageEmail this to someoneShare on Facebook854Share on Google+0Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn0Pin on Pinterest0

Psicologa –Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale Esperta in Disturbi di Personalità e Tecniche di Rilassamento. Socia della Società Italiana Terapia Cognitivo Comportamentale (SITCC).