L’ADDIO A LUCA ALINARI

UN'ARTE RICCHISSIMA SOSPESA TRA ONIRICO E BIZZARO

Una vita spesa a Firenze, dalla nascita sino alla scomparsa il 15 marzo 2019. Qui – precisamente agli Uffizi – è il luogo in cui il suo autoritratto dimora accanto a quello di grandissimi artisti del passato. Luca Alinari era un pittore fiorentino sino alle viscere, nonostante la sua arte abbia viaggiato tanto, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, in particolare in Oriente. Dico pittore e non artista, perché lui stesso preferiva definirsi tale, perché artista, per lui, era già una consacrazione, un essere esemplificativo di un tempo, un luogo, uno spazio. Un essere fisso in qualche punto, mentre lui amava muoversi tra tempi e modi diversi, unendo il classicismo dei grandi maestri del passato a richiami contemporanei, come la Pop Art, visibile soprattutto nel cromatismo ipersaturo, quasi al neon delle sue opere, e il Neodada: il pittore, infatti, usa tantissime tecniche – decalcomania, collage, trasposizioni fotografiche, per citarne alcune – e materiali diversi, che vanno dal plexiglas alla stoffa al legno, fino ad arrivare al vetro di murano.

Anche il suo esordio è legato al capoluogo toscano, quando, nel 1968, espone alla galleria Inquadrature. Saranno gli anni ’80, però, a consacrarne il successo nel mondo dell’arte, grazie alla partecipazione a due eventi importantissimi per la contemporaneità italiana: la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma. Ma veniamo alla sua arte. Le sue opere mantengono costanti un elemento figurativo di matrice quasi bizantina per quella che Di Capua ha definito una “fissità allarmante di purissima icona”, visibile soprattutto negli algidi mezzibusti di donne, fissamente appunto incollati alla tela, in perfetto contrasto con lo sfondo invece bizzarro, onirico, coloratissimo, ma soprattutto ricchissimo (Renato Barilli ha parlato per lui di “arte ricca”, in contrasto con la corrente artistica dell’arte “povera” della seconda metà degli anni ’70), da “horror vacui”. E poi ipnotico, profondamente simbolico. In alcuni casi questo simbolismo ricorda l’ingenuità segnica di Mirò, soprattutto nella serie delle “stelline”. Lo stesso Alinari parlò di “una favola senza fine infilata dentro un caleidoscopio”.

Simboli, spirali, curve si avvicendano in composizioni dalle forme, ma soprattutto dalle consistenze diverse, tra la mollezza, la malleabilità di alcune campiture quasi fluide e strati invece materici, di aggiunta stratificata e corposa di colore e sabbia, o ancora zone ben definite, quasi calligrafiche. E poi la componente letteraria: titoli, numeri, frasi e scritte compaiono nella composizione aggiungendo misticità e mistero all’opera, quasi enigmi da risolvere o tasselli da riunire. Ma non solo: ci sono, in alcuni titoli, riferimenti a Saba e Borges, così come ci sono poeti, come Sanguineti (con cui ha collaborato in “Fame di tonno. Pastelli e poesie”) che gli hanno dedicato dei componimenti. In Alinari in effetti, la componente letteraria ed intellettuale è fortissima, memore anche dei suoi studi umanistici: ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia. La pittura, in effetti, è arrivata dopo, come lui stesso racconta in una intervista per “Italia Art Magazine”: “Non sapevo perché costruissi su quelle tavole tutti quei disegni. E cosa fossero. Però mi davano la stessa soddisfazione che mi regalava il fatto di indossare il cappello da carabiniere del papà di un mio compagno di scuola. Cominciai a dipingere e non ho smesso mai più”.

La questione dell’ingenuità del gesto pittorico ritorna più volte nei discorsi del pittore, lasciando intuire una sorta di automatismo del processo creativo di matrice surrealista, come pure l’atmosfera immaginifica, onirica, fiabesca che promana dalle sue opere sembra suggerire.  Tuttavia, nel caso di Alinari, non si può esattamente individuare una etichetta precisa che possa identificare e riassumere la sua arte, che, per riprendere le sue parole, è “senza documenti”, ovvero non basata su una alterazione dell’essere in virtù di una definizione convenzionale universalmente riconosciuta, ma “centro di una identità profonda”. In quest’ottica, l’arte serve “a dare alla nostra esistenza una sua giustificazione, la sua missione, il luogo dove andare, la definizione che ci può distinguere da tutto: uomini”.

Dunque, figure che sembrano rifarsi a una antica tradizione fiorentina, a volte distorta secondo il gusto contemporaneo, si inseriscono in una personalissima visione delle cose e degli spazi. Il risultato è una formula ben riuscita di “vecchio” e “nuovo”, una interpretazione assolutamente riconoscibile, che lascia, alla luce della sua scomparsa, un segno indelebile nella storia della Firenze contemporanea – la sua Firenze – ma soprattutto dell’arte italiana.

Foto tratte dal web

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Laureata in Storia e Critica d'arte presso l'Università degli Studi di Salerno, ha partecipato in qualità di critica d'arte a diverse esposizioni, recensendo artisti nazionali ed internazionali. Ha collaborato, inoltre, con diversi giornali locali, sia cartacei che online, pubblicando articoli di carattere socio-culturale.