Il lavoro fondamento della Repubblica.

Un percorso tra le norme costituzionali.

Il lavoro , su cui tanto si dibatte nella giornata del 1° maggio, è posto dalla Costituzione a fondamento della Repubblica.

La collocazione di questo principio in apertura del testo costituzionale ne fa subito intuire l’importanza, che peraltro può essere precisata solo attraverso una sua interpretazione coordinata con altre norme costituzionali.

La prima norma a cui fare riferimento (non fosse altro per la sua collocazione nella stessa parte intitolata “Principi fondamentai”) è certamente l’art. 4 i cui due commi stabiliscono i principi del diritto al lavoro e del dovere di lavorare di tutti i cittadini.

Il lavoro dunque viene visto come dimensione essenziale dell’uomo, sotto due distinti aspetti: per un verso (art. 4, c. 1) come modo di provvedere ai propri bisogni, di entrare in rapporto con la natura trasformandola e ricavandone le utilità necessarie, come forma essenziale di sviluppo della sua personalità, cioè di dominio sulle cose e di governo della propria esistenza; e in tale prospettiva individualistica il lavoro non può che essere riconosciuto come un diritto fondamentale dell’uomo stesso; per altro verso (art. 4, c. 2) il lavoro viene considerato nel suo aspetto sociale, come forza che coopera con quella di altri uomini per il progresso materiale o spirituale della società e dunque viene affermato come dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione.

Si può così avere un primo chiarimento del significato della espressione “Repubblica fondata sul lavoro” e si può osservare che gli artt. 1 e 4 di per sé considerati esprimono un concetto di lavoro ancora assai generico: lavoro è infatti “qualunque attività o funzione” diretta a obiettivi di carattere “materiale o spirituale”, e dunque tanto se sia svolto in condizioni di autonomia che di subordinazione, tanto che assicuri ingenti profitti quanto che sia appena sufficiente a garantire i bisogni essenziali.

Se però proseguiamo nella lettura di altre norme costituzionali, sarà facile accorgersi come esse introducano fondamentali distinzioni rispetto alle caratteristiche del lavoro stesso: si deve fare riferimento agli artt. 35-37. È sufficiente una prima lettura per accorgersi che da una trattazione astratta e ideale del lavoro qual è quella propria degli artt. 1 e 4, si passa a una prospettiva storica e concreta che considera essenzialmente il lavoro subordinato: è evidente che le norme relative alla retribuzione, alle ferie, alla durata della giornata lavorativa ecc., non possono fare riferimento al lavoro autonomo, quello cioè di chi (come ad esempio il libero professionista o il proprietario di un’impresa) decida da sé le proprie condizioni di lavoro, ma intendono porre dei limiti a chi ha il potere di determinare le condizioni di lavoro altrui in base alla propria maggiore forza economica.

Il discorso ci riporta dunque all’art.3 e per questa via ci mostra ulteriori, importanti sviluppi. Si rilegga con attenzione il secondo comma di questo articolo; esso dice che la libertà e l’uguaglianza dei cittadini sono limitate di fatto da ostacoli di ordine economico e sociale, e che lo Stato ha il compito di rimuoverli per consentire lo sviluppo della persona umana; fin qui si tratta di affermazioni generali, di cui le norme appena citate sul lavoro subordinato costituiscono uno svolgimento e a cui si collega direttamente l’art. 4 quando dice che la Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ma l’art. 3, c.2 indica una seconda finalità dell’intervento dello Stato, che è quella di rendere possibile “l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Con questa espressione viene anzitutto confermato che esiste una fondamentale distinzione

tra i lavoratori genericamente intesi, fondata sulla loro partecipazione o meno alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese; e il riferimento storico-sociale al lavoro subordinato non poteva essere più trasparente.

Tra coloro che genericamente lavorano, sembra cioè dire la Costituzione, esiste una fondamentale disparità, perché i pochi che detengono la proprietà dei mezzi di produzione detengono il maggiore potere, mentre chi possiede solo la propria forza-lavoro e la vende ai primi è escluso dall’effettiva gestione del potere stesso. L’intervento dello Stato per superare questa disuguaglianza non si pone dunque sullo stesso piano di tutti gli altri, ma assume carattere di centralità, in quanto diretto a rompere il nesso tra proprietà e potere, e dunque non solo a favorire una categoria più debole ma a trasformare i fondamenti stessi dell’organizzazione sociale, perché il lavoro diventi realmente il fondamento della Repubblica e perché acquisti un senso effettivo la cooperazione di tutti al progresso materiale e spirituale della società.

Buon 1° maggio

Foto tratta dal web

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Docente di Discipline Giuridiche ed Economiche presso l’I.S.I.S. “G. Fortunato” di Angri , di cui è anche collaboratore-vicario. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Salerno con 110/110 con lode e licenziata in Teologia Dommatica summa cum laude presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – sez. San Tommaso, ha conseguito due Master in Studi storico-religiosi ( Ebraismo, Cristianesimo e Islam; Il Cristianesimo antico nel suo contesto storico) presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, il Master di II livello Management e Leadership delle Istituzioni Educative presso l’Università degli Studi di Bologna e il master Didattica e Psicopedagogia per i disturbi specifici di apprendimento presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha pubblicato molti volumi. Sensibile e attiva nel dibattito socio-culturale sul territorio campano.