Ci sono libri che nascono da un’urgenza narrativa, e altri che prendono forma come un atto necessario, quasi inevitabile. Avevo gli occhi belli. Storia di Anna Borsa, vittima di femminicidio, scritto da Valentina Iannaco e pubblicato da Armando Editore, appartiene profondamente a questa seconda dimensione: non è soltanto un’opera da leggere, ma una testimonianza da attraversare con rispetto, una pagina che si fa presidio morale, un gesto di memoria che sceglie di opporsi al silenzio, all’assuefazione e a quella pericolosa abitudine con cui troppo spesso il dolore altrui viene consumato e dimenticato.

Sul sito dell’autrice, infatti, il progetto viene presentato come un modo per mantenere vivo il ricordo di Anna Borsa e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza sulle donne; parte dei diritti d’autore, inoltre, viene devoluta all’Associazione Anna Borsa. Un segnale preciso, che restituisce al libro una statura ulteriore: quella di un’opera che non si limita a raccontare, ma sceglie di assumersi fino in fondo il peso umano, etico e civile di ciò che porta dentro.

Il cuore del libro è la storia di Anna, giovane donna uccisa il 1° marzo 2022 a Pontecagnano dal suo ex compagno. Eppure il valore del lavoro di Valentina Iannaco risiede soprattutto nel modo in cui questa vicenda viene restituita al lettore: non come un fatto da consumare nella rapidità della cronaca, ma come una presenza viva, dolorosa, ostinata, che continua a interrogare la coscienza collettiva. L’autrice sceglie una forma intima, composta e profondamente umana, capace di restituire dignità alla persona oltre il titolo di giornale, oltre il clamore mediatico, oltre l’orrore del fatto nudo. Ed è proprio in questa scelta di tono, di misura e di responsabilità che il libro trova una delle sue verità più alte.
Il materiale ricevuto racconta con chiarezza quanto questo volume abbia ormai superato i confini della semplice pubblicazione editoriale, trasformandosi in un autentico percorso culturale e civile. Si parla infatti di circa 43 presentazioni e iniziative, tra scuole, istituzioni, spazi culturali e appuntamenti di rilievo, con tappe che toccano Roma, Dublino e numerosi altri contesti di confronto pubblico. A questo si aggiungono interlocuzioni con realtà impegnate quotidianamente nel contrasto alla violenza di genere, segno evidente di un’opera che non si limita a narrare, ma prova a lasciare un segno, a incidere, a generare riflessione, ascolto e responsabilità.
Emergono ulteriori conferme di questo cammino: il Municipio VII di Roma ha inserito una presentazione del libro tra gli eventi del marzo 2025, e il programma romano del marzo 2026 ha da poco dedicato un nuovo appuntamento all’opera, ribadendone la funzione di memoria, sensibilizzazione e impegno pubblico.

Non sorprende, allora, che Avevo gli occhi belli abbia ottenuto anche riconoscimenti significativi. Il sito dell’autrice segnala il terzo posto nella sezione Libri Inchiesta del Premio letterario giornalistico Piersanti Mattarella 2025, mentre la pagina ufficiale del premio conferma la pubblicazione dell’elenco delle opere finaliste e vincitrici dell’edizione 2025. Nello stesso percorso di valorizzazione, il volume risulta inoltre presentato come opera in mostra alla Biennale Milano ArtExpo 2026, ulteriore passaggio che testimonia una ricezione non soltanto letteraria, ma anche simbolica e culturale.
Quello di Valentina Iannaco è dunque un lavoro che si colloca in un punto delicatissimo e necessario: il confine tra scrittura, impegno e responsabilità. Perché raccontare una vittima di femminicidio non significa soltanto ricostruire un destino spezzato, ma scegliere da che parte stare. Significa decidere di dare profondità dove troppo spesso resta solo la superficie, coscienza dove prevale l’abitudine, umanità dove il rischio più grande è quello della freddezza statistica. Ed è forse proprio qui che il libro trova la sua ragione più alta e più nobile: nel tentativo di trasformare il dolore in memoria viva e la memoria in consapevolezza collettiva.
MediaVox Magazine ha intervistato l’autrice per entrare ancora più a fondo in un tema tanto delicato quanto necessario, un argomento che ogni volta scuote, ferisce e devasta l’anima, ma che proprio per questo non può essere eluso, né trattato con superficialità.
L’INTERVISTA
Avevo gli occhi belli nasce da una ferita reale e da una vicenda che ha scosso profondamente le coscienze: quando ha compreso che raccontare Anna Borsa non sarebbe stato soltanto un progetto editoriale, ma una vera assunzione di responsabilità morale e civile? Purtroppo non ho mai conosciuto Anna Borsa, nonostante fossimo originarie dello stesso paese. Il giorno del suo femminicidio mi trovavo a Roma dove attualmente vivo, e nel corso dei mesi ho seguito la vicenda fino a quando ho contattato Vincenzo, il fratello di Anna, per una donazione spontanea che volevo fare per la realizzazione di un murale che ritraeva il volto della ragazza nei pressi della stazione di Pontecagnano. Successivamente l’ho contattato per l’acquisto di due felpe con il logo dell’Associazione Anna Borsa che aveva appena fondato. Tuttavia dentro di me si faceva sempre più forte il desiderio di onorare la memoria di Anna attraverso qualcosa di più della semplice donazione, così gli ho proposto di scrivere un libro sulla sua storia, perché volevo utilizzare la scrittura per darle immortalità. Non solo, ma il libro è anche un modo per sensibilizzare i lettori, soprattutto i giovani, sulla violenza contro le donne, affinché imparino a riconoscere i segnali d’allarme di una relazione pericolosa, ad aiutare una donna che magari sta vivendo le stesse persecuzioni psicologiche che ha vissuto Anna e soprattutto capiscano che la violenza non è e non deve assolutamente essere la soluzione a nessun problema d’amore.
Nel suo percorso, il libro è uscito dalle pagine per entrare nelle scuole, nelle istituzioni, nei dibattiti pubblici e nei luoghi della cultura: che cosa le hanno restituito questi incontri e quanto il confronto diretto con il pubblico ha cambiato, arricchito o confermato il senso più profondo del suo lavoro? Durante le presentazioni e gli incontri che ho organizzato in questi mesi sono stata affiancata da tanti professionisti e associazioni che quotidianamente si impegnano nella lotta alla violenza sulle donne. Questo mi ha arricchito notevolmente e mi ha permesso di dare maggiore enfasi all’intento divulgativo sociale e civile del mio libro. I feedback dei lettori e del pubblico che mi ha ascoltato inoltre sono stati preziosi per avere l’effettiva percezione del seme che la storia di Anna sta spargendo nel cuore di chi ne viene a conoscenza. Soprattutto tanti giovani, leggendo il libro, si sono promessi di impegnarsi a praticare il rispetto per il proprio partner affinché queste vicende non accadano più, motivo per me di profondo orgoglio.
In un tempo in cui si rischia spesso di ridurre il femminicidio a cronaca consumata in fretta, quale pensa debba essere oggi il compito più autentico della scrittura: denunciare, custodire la memoria, educare alla consapevolezza o provare davvero a trasformare lo sguardo collettivo?Spesso i titoli dei giornali focalizzano l’attenzione sul carnefice,rischiando di disumanizzare e far sparire la donna, mentre invece le parole utilizzate dai media dovrebbero servire a non alimentare l’assuefazione a queste vicende, evitare il voyeurismo, i dettagli morbosi e la spettacolarizzazione. Per questo sono convinta che la scrittura abbia il compito di dare valore alla memoria, di non far distogliere lo sguardo, di insegnare a capire più che giudicare, di dare voce a chi voce non ha più o che non riesce a farsi sentire e di avere riguardo per chi resta. Perché credo che ricordare non sia solo un gesto di rispetto, ma un modo per cercare di cambiare.