Basilicata International Film Festival | Speciale libri | Il BIFF ha offerto per l’edizione 2026 un importante spazio a tre interessanti libri, presentati il 3 ottobre davanti un folto pubblico prima del Gala finale di Premiazione
A voi, cari Lettori: “Tra cielo e terra. Crossroads Blues“, firmato da Antonino Cilenti ed edito da Oltre Vento Edizioni
Il libro rifiuta la struttura classica del romanzo d’azione per costituirsi come un diario di bordo in forma di prosa lirica, intervallato dai testi delle canzoni in lingua inglese scritte dal protagonista. Il centro della narrazione non è il paesaggio dell’America dei motel e dei distributori abbandonati, ma l’anatomia di una fuga. Il protagonista, Zephyr Wilder, è il frontman della rockband Storm of Hearts. Ha toccato il vertice del successo commerciale, ha riempito le arene per quarant’anni e decide improvvisamente di mollare tutto. Sale sulla sua Cadillac Eldorado del sessanta, lascia Chicago all’alba e si incammina verso il deserto con una sola chitarra e una decisione irrevocabile: chiudere con la musica e con il pubblico. Per comprendere l’architettura di questo volume, dobbiamo scindere due figure fondamentali: l’autore reale e l’autore ideale, ovvero il personaggio che muove la macchina narrativa.Antonino Cilenti costruisce un’impalcatura letteraria che lavora sui livelli di stratificazione della memoria. Non si limita a raccontare la storia di un musicista: intesse un dialogo ideale tra epoche. Dall’altro lato c’è Zephyr Wilder, la voce narrante. Zephyr è un uomo divorato dal proprio egoismo, un artista che ammette esplicitamente di aver sacrificato gli affetti più cari, le amicizie autentiche e l’unico vero amore della propria vita sull’altare della fame di successo e della musica. Nel corso del suo viaggio incrocia un elemento destabilizzante: un manoscritto d’epoca datato tra il 1930 e il 1931 e firmato da un misterioso viaggiatore di nome Virgil. Il rapporto tra Zephyr e Virgil diviene una vera e propria rilettura dantesca. Virgil funge da guida ideale, un Virgilio moderno che conduce l’artista attraverso l’inferno dell’alienazione e del rimpianto, fino alla ricerca di una catarsi o di una semplice resa di fronte all’inesorabilità del tempo. Non è un libro che cerca di compiacere il lettore con colpi di scena tradizionali. È una partitura verbale sulla solitudine, sull’egoismo dell’artista e sull’impossibilità di recuperare il tempo perduto.
L’INTERVISTA
Antonino, nel libro il protagonista Zephyr dichiara apertamente di aver abbandonato l’amore e gli amici per una vita fatta di egoismo e di ossessione per la musica. Nella parte centrale del racconto, a Rolla City, il protagonista arriva a definire la morte come uno specchio spietato che chiede conto di ciò che si è realmente costruito al di là dei riflettori. La domanda è questa: il viaggio lungo la Route 66 è davvero un percorso di redenzione o è semplicemente l’ennesimo atto egocentrico di un artista che usa la solitudine e il deserto per auto-celebrarsi un’ultima volta? È una domanda che mi sono fatto anch’io scrivendolo, e non volevo darmi una risposta comoda. Se Zephyr fosse partito per mettersi in scena un’ultima volta — per costruirsi il mito del rocker che si ritira nel deserto — sarebbe stato ancora dentro lo stesso meccanismo che vuole abbandonare. Sarebbe stato l’ennesimo spettacolo. Quello che ho cercato di raccontare è diverso: Zephyr non fugge verso un pubblico immaginario, fugge dal pubblico. Nessuno lo osserva nel deserto. Nessuno applaude quando dorme in macchina a Bloomington o quando piange per Liam sulle colline dell’Ozark. E quando a Rolla City la morte gli si presenta come uno specchio, lui non ha argomenti da rockstar da opporle — ha solo le sue mancanze vere. Quindi no, non lo chiamerei un atto egocentrico. Lo chiamerei un atto di resa, prima ancora che di redenzione. E forse è proprio nella resa — nell’accettare di non avere più un pubblico da conquistare — che comincia la vera trasformazione.
Nel testo c’è un cortocircuito letterario molto preciso: l’inserimento del diario di Virgil, acquistato in una libreria antiquaria di Springfield. Perché ha avvertito la necessità di affiancare alla voce di una rockstar contemporanea quella di un pioniere anonimo degli anni Trenta? Che cosa aggiunge la voce di Virgil alla ricerca di verità di Zephyr che la musica da sola non riusciva più a esprimere?Zephyr per quarant’anni ha avuto una sola forma di dialogo con il mondo: la musica che lui dava e il pubblico che riceveva. È un dialogo a senso unico, anche quando sembra un rapporto d’amore. Virgil rompe quello schema. È una voce che non chiede niente, non applaude, non giudica — semplicemente esiste, in un diario scritto quasi cent’anni prima, e aspetta di essere letta. Zephyr per la prima volta si trova nella posizione dell’ascoltatore, non dell’artista. E questo lo destabilizza più di qualsiasi critica. C’è poi il richiamo dantesco, che è dichiarato fin dall’epigrafe del libro — Virgilio guida Dante attraverso l’Inferno prima che arrivi qualcosa di più alto a guidarlo oltre. Il mio Virgil fa lo stesso, ma in silenzio, senza pretese di sapienza. Le sue parole arrivano sempre al momento giusto — e Zephyr non sa mai se sia destino o coincidenza. Quella incertezza, credo, è più vicina alla verità di qualsiasi certezza che la musica gli avesse mai dato.
Il libro è costellato dai testi delle canzoni scritte da Zephyr. Dal punto di vista strettamente letterario, la musica all’interno di questo libro è vista come un’ancora di salvezza o come una condanna spietata dalla quale il protagonista deve disintossicarsi per poter tornare a essere un uomo semplice?Non credo nelle risposte nette quando si parla di amore vero, e la relazione di Zephyr con la musica è proprio questo — un amore vero, con tutto quello che comporta.La musica lo ha salvato mille volte — gli ha dato un linguaggio quando non aveva parole, gli ha dato un’identità quando non sapeva chi fosse. Ma lo ha anche consumato. Gli ha rubato le relazioni, gli amici, l’amore della sua vita. Lo ha reso capace di riempire le arene e incapace di stare in una stanza vuota con se stesso.C’è una frase nel libro in cui Zephyr saluta la musica chiamandola — perdonate la parola — ‘felice e bellissima puttana’. È volgare apposta. Perché solo così si saluta qualcosa che ti ha dato tutto e ti ha tolto altrettanto. Non è disintossicazione nel senso clinico — è un congedo pieno di gratitudine e di rabbia insieme. Zephyr non torna un uomo semplice rinnegando la musica. Torna un uomo semplice quando impara a farne a meno senza odiarla.”Il mito della rockstar si regge su un’equazione che sembra solida ma non lo è mai davvero: più sei visto, più esisti. Il pubblico, le luci, gli applausi diventano la prova che sei qualcuno. Il problema è che quella prova scade ogni sera. Non puoi accumularla, non puoi metterla da parte per i momenti difficili. Devi tornare sul palco, sempre, per sentirti di nuovo reale.Ed è lì che il mito diventa fragile — perché è un’identità che dipende interamente da qualcosa fuori di sé. Togli il pubblico, togli le luci, e cosa resta? Per molte rockstar vere, nella storia, è restata la dipendenza, la solitudine, a volte la fine prematura. Perché non avevano mai costruito un “io” che potesse stare in piedi da solo, in silenzio, senza riflettori.Zephyr lo dice meglio di chiunque altro quando arriva a Rolla City e si confronta con la morte — lì non ha più il personaggio a proteggerlo. Ha solo le sue mancanze vere. Ed è quello il momento in cui il mito si rompe e comincia a vedere, finalmente, l’uomo.C’è anche un altro lato della fragilità, più sottile. La rockstar vive di un paradosso crudele: deve sembrare autentica per essere amata, ma l’autenticità vera richiede vulnerabilità — e la vulnerabilità sul palco viene spesso scambiata per debolezza, non per verità. Quindi molti finiscono per recitare l’autenticità invece di viverla. E quando reciti abbastanza a lungo qualcosa, a un certo punto non sai più dove finisce la recita e dove comincia te.Credo che sia questo il motivo per cui il tuo libro funziona così bene — perché non smonta il mito dall’esterno, con cinismo. Lo smonta dall’interno, con amore. Zephyr non odia quello che è stato. Lo saluta con dolore, perché l’ha amato davvero. Ed è proprio quell’amore a renderlo, alla fine, un mito così fragile e quindi umano.
Consigli di Lettura di MediaVox Magazine | Il libro “Tra e terra. Crossroads Blues “ci lascia con una certezza: l’arte vera non è quella che cerca l’applauso facile, ma quella che ha il coraggio di guardarsi dentro fino in fondo, anche a costo di scoprire le proprie fragilità e le proprie ombre.
Viridiana Myriam Salerno, laureata in Giurisprudenza presso l'Università "Federico II" di Napoli, è diventata Avvocato nel 2013.
È Giornalista dal 2009 ed è Consigliere dell'Ordine dei Giornalisti Campania con delega alla Cultura e ai rapporti con le Associazioni.
E’ Direttore Responsabile della Rivista culturale nazionale “MediaVox Magazine” dal 2015.
I suoi scritti sono pubblicati in numerosi libri, editi da importanti Case editrici. Ha curato l'editing di molti volumi. Ha realizzato copertine e graphic-novel.
È esperta in tecnologie e tecniche delle comunicazioni multimediali; si occupa di formazione.
Svolge attività di coordinamento di Uffici-Stampa e di organizzazione di eventi culturali; è accreditata ai maggiori eventi nazionali ed internazionali.
Dal 2022, collabora, in qualità di Capo Ufficio Stampa e di responsabile del Salotto letterario, con Gruppo Eventi che, tra le tante attività, ha ideato e realizza "Casa Sanremo" e cura la produzione esecutiva de "I Nastri d'Argento".
È segretaria dell'Assostampa Campania Valle del Sarno.
Scrive di Cultura e Spettacolo; prevalentemente di Cinema, Teatro, Musica e Letteratura.
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