Storia di un numero

Intervista all'autore Davide Rossi

"Guardavo dal finestrino uno spicchio di cielo stellato. Univo le stelle componendo disegni fantastici. Immaginavo che rappresentassero le anime di tutte le persone morte ingiustamente, ascese in cielo e destinate a guidare il cammino dei viaggiatori nelle notti serene, sgombre da turbamenti atmosferici. Splendevano di vita, luminose e serene, prive dei peccati di noi esseri viventi. Dalle tentazioni di odio e di vendetta, fornendoci un riparo dai desideri di violenza e dalla brama di potere. Le scrutavo, e mi sembrava di poterne vedere i nomi, le vite, le passioni, i sogni. I bambini erano i più luminosi, gaudenti, divertiti dall’altezza e dal panorama, richiamati in continuazione dalle madri, che li spronavano ad assolvere i loro compiti di angeli custodi. Gli uomini, vigorosi e imponenti, forti, quasi accecanti, a riempire la volta con la loro forza. Le donne, infine, bellissime, maestose, suadenti, ci ammagliavano con la loro bellezza.
Mi addormentai, pensando alla vita. Volai fuori dall’abitacolo e arrivai fino in cielo. Tutto intorno a me c’erano uomini, donne, bambini. Mi osservavano serenamente, fermi, immobili. «Quanti siete?» chiesi alla moltitudine che mi circondava. « Tanti… » mi risposero all’unisono."

Leggere può significare tante cose: evasione, svago,sogno, informazione… ma ci sono alcuni libri e alcuni temi che trascendono la lettura e, per la loro aderenza alla realtà ed il loro affrontare tematiche dolorosamente reali, trascendono l’esperienza di lettura stessa.
Quest’oggi, su MediaVox Magazine, vogliamo proporvi il romanzo di uno scrittore che fa proprio questo: affrontare un tema forte e attuale, guardandolo dritto negli occhi.
Stiamo parlando di Davide Rossi, scrittore e sceneggiatore cresciuto in provincia di Pavia, che nel suo secondo romanzo “Storia di un numero” crea un protagonista se vogliamo atipico: Kenny è infatti un migrante, un giovane in che parte in cerca di un futuro migliore e che affronta indicibili sofferenze per cercare un proprio posto nel mondo.
Filo rosso della narrazione, il senso di solitudine in cui ogni personaggio sprofonda e che, pur nelle differenze, accomuna tutti.
Di questo e tanto altro ci ha raccontato Davide Rossi in quest’intervista. Buona lettura.

L’INTERVISTA

Al centro del tuo libro c’è una tematica terribile e attualissima come l’emigrazione ed un personaggio che è, appunto, un “migrante”. Quello di migrante è un concetto che da tanti (purtroppo) viene utilizzato in senso dispregiativo e che, per ideologie politiche o discutibili prese di posizione, oggi tende a depersonalizzare la sofferenza e le difficoltà a cui tutte queste persone si interfacciano. Quanto pensi che la letteratura, oggi, possa cambiare la visione di certe masse e certe categorie di pensiero? Credo sia importante tentare di raccontare un’altra storia, possibilmente quella vera, o che comunque si avvicini il più possibile alla realtà. Io non credo si tratti di persone sprovvedute, che partono pensando di fare una gita di piacere, ma siano consci dei pericoli a cui vanno incontro. Proprio questo ci dovrebbe far riflettere: come mai persone, consapevoli degli echi di morte che provengono dalle vie migratorie, decidono di investire tutti i loro risparmi e se stessi nel tentativo di cambiare vita? Bene, io in questo romanzo provo a raccontare questo e molto di più. Cerco di descrivere nel modo più veritiero possibile il viaggio di uno di questi numeri, restituendogli, insieme ai compagni occasionali, un’identità. Un “on the road” a tratti romantico, a tratti spietato e crudele. In questo senso la letteratura può avere un ruolo chiave: quando si riesce a entrare nel cervello anche di un solo lettore e a rafforzare la sua idea, o addirittura a fargliela cambiare, beh, un piccolo miracolo è stato compiuto.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai riscontrato durante la ricerca per il tuo romanzo? Ricordiamo che Kenny, il tuo protagonista, durante le vicende si trova ad avere a che fare con l’ISIS, i trafficanti di esseri umani e il movimento integralista di Boko Haram… La ricerca: quella documentale è stata abbastanza semplice. Lì bastava individuare le fonti, selezionare la documentazione e catalogarla. Difficile, invece, è stata la ricerca fatta sul campo, compiuta presso alcune associazioni: il dialogo, il superamento della diffidenza, il conoscersi e il confronto. Superati i dubbi e le perplessità iniziali alcuni si aprivano, parzialmente, altri rimanevano sul vago e al massimo asserivano o rispondevano a monosillabi alle mie domande. Dall’unione complessivo del materiale, e grazie all’utilizzo di una particolare tecnica di scrittura chiamata “Cut up”, è nato il romanzo.


Nel titolo che hai scelto per il romanzo (ma anche nella quarta di copertina del libro stesso) è molto evidente uno dei grandi temi del libro: la solitudine. In un mondo sempre più connesso non sono soltanto “gli ultimi” ad essere soli ma anche la cosiddetta società del benessere. I personaggi che Kenny incontra di volta in volta, anche se diversi tra loro, portano tutti questo fardello… c’è un modo ideale o reale, secondo te, per sfuggire a questo stato di cose? C’è una bella canzone di Vasco Brondi che s’intitola “Iperconnessi” in cui c’è una strofa che recita “Iperconnessi sono grandi successi / Sono grandi insuccessi / Immagini terrificanti per intrattenerci / Sullo schermo nero i riflessi possiamo specchiarci / Ma se ti rivedessi / Se riuscissi a toccarti” in queste poche frasi c’è il riassunto della contemporaneità di molti. Affidiamo le nostre vite a questo mondo “irreale” in cui si cerca di essere altri, di diventare altro. Ma alla fine siamo ciò che siamo: risultato di scelte giuste o sbagliate, non di un like. Dobbiamo restituirci l’aria della città, delle campagne, delle montagne; la terra e l’asfalto, e magari meno conversazioni digitali e più live.

Quale, tra gli episodi contenuti nel libro, è stato il più difficile da scrivere? Senza alcun dubbio il capitolo in cui il protagonista viene torturato, insieme ad altri, da dei trafficanti di esseri umani. Finisce nelle loro mani a causa della polizia corrotta, una vera piaga nel continente africano. Subirà delle violenze indicibili, difficili da leggere. Quello è un capitolo per stomaci forti.

Parlando invece del tuo rapporto con la letteratura: quand’è che hai capito di voler diventare scrittore? Ci sono degli autori che ti hanno fatto esclamare “anch’io voglio raccontare storie!”? Da piccolo. Ho iniziato a scrivere molto giovane. Cose per lo più andate perse, che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare o di proporre. Il momento che mi ha consacrato e mi ha dato una decisa spinta forse è stata la stesura della sceneggiatura per il mediometraggio “Benvenuti a Casa Verdi”. Da lì in poi è diventata un’esigenza.

Quali sono tre aggettivi che assoceresti alla tua storia? Dura, vera e commovente.

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari? Mi sono dato come data dicembre del 2022. Da lì in poi incomincerò a proporre al mondo il mio terzo romanzo, prima c’è “Storia di un numero”. Nel mentre sto scrivendo, e a breve rimetterò mano al terzo scritto per la correzione e l’editing.

Condividi questo articolo...Print this page
Print
Email this to someone
email
Share on Facebook
Facebook
0Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Pin on Pinterest
Pinterest
0

Laureata in Letteratura italiana all' Università di Salerno, ha poi conseguito un master in Cinema e Televisione diretto dal produttore Nicola Giuliano presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli: grazie a questa esperienza ha partecipato al Roma Fiction Festival 2016 con un progetto di serie inedito. Lettrice onnivora e famelica, nel tempo che avanza è sceneggiatrice e scrittrice. La sua passione più grande sono le belle Storie: le scrive, le legge, le guarda e le gioca.