Continua la rubrica “Cronache di Speranze“. Al tempo del Coronavirus, dobbiamo raccontare anche vite che siano di esempio. Esistenze che hanno fatto del buio la propria luce. Testimonianze che ci aiutino a leggere dentro di noi. Proprio oggi, il momento storico in cui #iorestoacasa non è solo un hashtag ma una necessità collettiva, dobbiamo continuare a denunciare gli abusi, fisici e psicologici, che troppo spesso si consumano tra le mura domestiche. In questo periodo, purtroppo, si registra un aumento di violenza in famiglia di cui pochi parlano: oggi, più che mai, dobbiamo urlare “Stop!”
MediaVox Magazine ha scelto, dunque, di parlarvi ancora una volta di Filomena Lamberti: una storia di violenza e di ingiustizia, di umiliazione e di disperazione, con un finale diverso che ha il sapore della speranza. Filomena Lamberti ha vinto sul suo “Mostro”. E’ rinata e, ora, insieme all’Associazione “Spazio Donna”, dedica la sua nuova quotidianità a ricordare ai giovani che “un amore malato non è mai amore”. Bellissimo il suo libro “Un’altra vita”: non è un romanzo, è il coraggio di testimoniare…

LA STORIA
Quante volte abbiamo sperato di sentirci dire “Non posso vivere senza di te”? Forse troppe volte. Ma è proprio quando il desiderio d’amore diventa ricerca disperata di qualcuno o di qualcosa che dobbiamo stare attenti. La vista può annebbiarsi, l’udito calare, i sensi perdersi e tramutarsi in scuse non credibili.
È proprio allora che l’attrazione può diventare davvero “fatale”; può succedere che ciò che ci ostiniamo a chiamare “amore”, diventi possesso, violenza, manipolazione, ossessione… e, perché no, omicidio oppure suicidio. Questo non è amore. E non dobbiamo dircelo troppo tardi. L’amore non è “malato”. Purtroppo, oggi di casi di “amore malato” ne contiamo a decine; occupano le prime pagine dei giornali, sono nei titoli di apertura dei telegiornali. Per fortuna, se ne parla. Perché l’unico modo per combattere la violenza è conoscerla e denunciarla. Abbiamo scelto, perciò, di raccontarvi una storia di sofferenza, di ingiustizia e di umiliazione. Una storia che ha come protagonista una donna di Salerno e ha come finale un messaggio di profonda speranza.
“Sono stato io a ridurre mia moglie così e lo rifarei”: questa la frase shock di Vittorio, ex marito di Filomena Lamberti. Lei oggi ha il volto sfigurato dall’acido. Lui ha scontato soltanto 15 dei 18 mesi di reclusione: questa la pena definitiva.
Filomena è praticamente una bambina, ha 16 anni, quando incontra colui che sposerà. Dalle prime uscite al fidanzamento, dal matrimonio ai figli: un rapporto fatto di dipendenza psicologica ed economica, di violenze e di frustrazioni. Con tre figli e senza un lavoro, non ha il coraggio di ribellarsi e subisce, sempre in silenzio. La paura di non riuscire a salvare i suoi figli la rende schiava. Il marito, per trent’anni, isola Filomena da tutti; ma, pian piano, qualcosa dentro di lei cambia. Nel dicembre 2011, Filomena comunica al marito che vuole separarsi e lui sembra non arrabbiarsi; invece, sta solo meditando vendetta. Vendetta terribile, vendetta atroce. Paradossalmente, è proprio dopo che il suo carnefice le cancella con l’acido i connotati del viso che lei acquista la consapevolezza di poter rinascere.
“È il mio viso ferito che oggi mi dà la forza e la possibilità dl condividere con voi questi miei pensieri. Perché il mio volto deturpato mi ha insegnato ad avere fiducia in me stessa, mi ha fatto fare quel salto verso la donna che desideravo diventare. Il mio viso oggi sono veramente io”: è questo che dice ai giovani che incontra. Oggi Filomena è padrona di sé stessa, della sua vita, dei suoi pensieri, del suo sentire, del suo corpo. Il nuovo viso di Filomena parla di lei, del suo dolore e della sua forza di volontà.
Fa davvero venire i brividi l’aneddoto che racconta. Sono passate poche ore dall’agguato del marito. Filomena e i suoi figli sono in Ospedale, al “Cardarelli” di Napoli. Lei arde nel suo inferno di pene, mentre il figlio più piccolo le stringe la mano e vede i suoi occhi deformarsi ogni istante di più. Sa che in quel momento la madre non può vederlo e teme che possa rimanere cieca per sempre. Le continua a stringere la mano e le dice: “Mamma, sono qui, sono io, non ti lascio; ma tu mi puoi vedere?” E piange, piange. Filomena riesce a muovere le labbra e, con un filo di voce, per rassicurarlo gli risponde: “Come potrei non riuscire a vederti? Sei la luce dei miei occhi”. Ecco quanto forti sono le donne e quanto è unico l’amore di una mamma.
Oggi Filomena è una nonna orgogliosa: grazie al suo esempio e al suo coraggio, i suoi figli sono mariti innamorati e padri felici. È questo l’Amore vero. Perché l’Amore fa sorridere e non soffrire, fa vivere e non morire.
L’INTERVISTA
Filomena Lamberti è dolce e gentile. Sempre. Gli occhiali scuri nascondono le cicatrici, ma non il suo sorriso. Parlare con lei è pura emozione…
Quali sono i primi segnali di una relazione “malata”?
Il senso opprimente di possesso che non può e non deve essere scambiato per un pizzico di sana gelosia.
Che cosa bisogna fare appena si ha il sentore di trovarci di fronte ad un partner violento?
Il mio consiglio è di troncare la relazione ma, in ogni caso, non bisogna mai acconsentire, contro il proprio volere, a ciò che il partner vuole che tu faccia per forza. In amore non devono esistere imperativi, imposizioni o costrizioni.
Un consiglio alle ragazze…
Le ragazze devono ricordare che giustificare, anche solo una volta, la violenza può farti cadere in un tunnel dal quale può diventare anche impossibile uscire per rivedere la luce. Bisogna affidarsi, senza vergognarsi mai, subito alla propria famiglia e alle autorità competenti per non sentirsi sole nella lotta contro il “mostro” chiamato Violenza.
Lei non si è mai sentita veramente tutelata dallo Stato e dalla Legge, eppure consiglia sempre di denunciare subito…
Purtroppo ancora oggi, nonostante le tante campagne di sensibilizzazione, chi subisce violenza non denuncia anche per paura che lo Stato non tuteli pienamente le vittime e i loro familiari. Io ho sperimentato sulla mia pelle il fatto che lo Stato non sempre riesce a tutelare le vittime. Però, anche grazie alla mia vicenda, oggi sono stati fatti dei passi in avanti importanti. Dobbiamo provare a fare pagare ai nostri carnefici il male che ci hanno fatto e l’unico modo che abbiamo non è rispondere con il silenzio o con la violenza a nostra volta: l’unico modo è denunciare!
Torniamo alla sua agonia durante il matrimonio…
Io non lasciavo il mio ex perché dipendevo da lui dal punto di vista economico. Ho preferito vivere nel terrore ma ho sbagliato.
Quale domanda le hanno rivolto più spesso?
“Perché non l’hai lasciato prima?”. Le do anche la risposta: avevo 3 bambini molto piccoli e, da sola, non avrei potuto dare loro nemmeno da mangiare. Il mio appello alle giovani donne è quello di rendersi autonome economicamente: oggi è fondamentale per essere davvero libere e per sentirsi al sicuro.
La sua vicenda ha un duplice aspetto, positivo e negativo…
Sì, entrambi questi risvolti della mia storia convivono nella mia identità violata! Da un lato, continuo a soffrire per ciò che mi è stato tolto e per le ferite, fisiche e psicologiche mai guarite; dall’altro lato, ormai, con il mio nuovo volto convivo benissimo. All’inizio è stato difficilissimo; poi, sono finalmente diventata libera.
Quale è il suo obiettivo ogni giorno?
Testimoniare in giro per l’Italia. Cercare di fare in modo che nessuno più commetta i miei errori.
Ha mai pensato ad un nuovo amore?
Alle ragazze consiglio sempre di riprovarci, tutti hanno diritto al vero amore. Ma, finalmente, ho imparato ad amarmi e l’idea di trovare un altro compagno non mi ha mai lontanamente sfiorata.
IL TESTO TEATRALE
Il testo teatrale “I volti dell’altro” di Franco Salerno, messo in scena dalla Compagnia “La Nave dei Folli” del Liceo classico-scientifico-linguistico “T.L.Caro” di Sarno e pubblicato nell’omonimo volume edito da “Edizioni Buonaiuto”, contiene l’atto quinto scritto da Viridiana Myriam Salerno e liberamente ispirato alla vicenda di Filomena Lamberti…
Atto quinto – scena prima
Fabrizia adulta: Mi chiamo Fabrizia. Non abbiate paura del mio volto. Questo è solo il frutto di una vita bagnata dalla paura e dal dolore. La somma di bugie e violenze. Ricordo come se fosse ieri il giorno del mio 16° compleanno. All’uscita dalla scuola, incontrai lui (indica un uomo che entra in scena, vestito in maniera elegante e fine). Lo avevo già notato qualche giorno prima, tra la folla di studenti, che mi scrutava e mi sorrideva, quasi nascondendosi da lontano. Era più grande di me, si vedeva. Quel giorno lessi nei suoi occhi una luce diversa…
Mentre l’orchestra esegue una musichetta e le luci si fanno soffuse per qualche secondo, Fabrizia adulta va verso un lato della scena. Entra un’altra donna (Fabrizia giovane) che appende una maschera bianca ad un pannello. Di nuovo, luci alte…
Fabrizia adulta Quella che vedete ora lì, sullo sfondo, sono io. O, meglio, ero io. Voi potete vedere il mio vero volto. Lo vedete così com’era. Io, invece, non lo posso vedere più perché, se mi guardo allo specchio, vedo solo le ferite dell’amore malato che mi ha rovinato la vita. Anzi, non lo chiamerò mai più Amore. Perché l’Amore fa ridere non soffrire, vivere non morire. Ma a voi, per un’ultima volta, posso mostrarmi giovane, felice e libera.
L’uomo sul fondo della scena si avvicina con fare spavaldo a Fabrizia giovane.
Marco (invadente) Ti ho notato subito tra le tue amiche perché sei diversa. Sembri più grande, più matura, eppure hai il sorriso di una bambina. Dolce e sensuale al tempo stesso. Credi ai colpi di fulmine? (La abbraccia, mentre la ragazza intimidita abbassa lo sguardo) Piccola, è inutile che abbassi lo sguardo e fai la finta timida… (cerca di baciarla)
Fabrizia giovane (imbarazzata) Ti ringrazio per i complimenti ma…
Marco (interrompendola) Non ammetto “se” e non ammetto “ma”. E’ bastato uno sguardo per innamorarmi di te e ormai ho già deciso: sarai mia. Anzi sei già maia! (La bacia) Oggi pomeriggio festeggiamo il tuo compleanno. Insieme, al cinema.
Atto quinto – scena seconda
Mentre l’orchestra esegue un’altra musichetta e le luci si fanno ancora soffuse per qualche secondo, Fabrizia giovane va verso un lato della scena, prende la maschera dal pannello e la indossa, mentre Marco si allontana verso il fondo e si gira spalle al pubblico.
Fabrizia adulta (triste e rassegnata) Gli avrei dovuto chiedere come facesse a sapere del mio compleanno, non l’ho mai fatto e questo dubbio mi rimarrà per sempre. Ma soprattutto non avrei dovuto accettare quel maledetto invito. Dopo nemmeno un mese eravamo fidanzati ufficialmente. Si venne a presentare ai miei genitori. Da allora, cambiò radicalmente o, forse, mostrò la sua vera natura. A poco a poco mi fece conoscere il mostro che era sempre stato. All’inizio litigavamo sempre, lui voleva il controllo totale sulla mia vita. Poi, io smisi di opporre ogni tipo di resistenza perché avevo troppo paura delle sue reazioni violente. Non volevo far sapere ai miei genitori che mi picchiava. Dopo un anno esatto, era il giorno del mio 17° compleanno, mi diede appuntamento al parco vicino casa mia. Mi aspettava in auto, mi fece salire a bordo e capii subito che era ubriaco. Mise in moto l’auto; io ero terrorizzata e non riuscii a proferire parole. Accese la radio (si sente la musica da una radio), a tutto volume, e iniziò a guidare. Arrivammo a Roma. Quella fu la nostra “fuitina” e la nostra luna di miele insieme. Tornai con tanti lividi ed incinta. Dopo pochi mesi ci sposammo. Il mio matrimonio fu sicuramente più triste di quanto sarà il mio funerale. Così, tra lacrime e rimpianti, passarono 15 anni. Avevamo 2 figli straordinari: un maschietto ed una femminuccia. Era il 30 ottobre: la data della mia rinascita. Andai a ritirare le analisi: ero incinta del nostro terzo figlio. I miei figli sono l’unico successo che sono riuscita ad ottenere durante la mia esistenza. La notizia della terza gravidanza mi diede una strana carica.
Fabrizia giovane si leva la maschera, la appende al pannello e si gira.
Fabrizia giovane (forte e decisa) Non potevo condannare anche questo bambino, indifeso e incolpevole, all’infelicità. Così, uscita dalla clinica, mi recai allo studio dell’avvocato di mio padre. Finalmente. Calò la sera, prima che mio marito Marco tornasse a casa, misi i bambini a letto e andai anch’io a dormire. Sul tavolo gli lasciai un regalino. La lettera di richiesta di separazione e il risultato delle analisi. Ma lui ebbe una reazione apparentemente incomprensibile. Si comportò esattamente come non avevo previsto. Lesse le carte, venne a dormire senza dire e fare nulla. Il giorno dopo era sorridente e gentilissimo. Io non riuscivo a capire, ma non chiesi nulla. Passarono i giorni e decisi che, prima di lasciarlo definitivamente, avrei fatto nascere prima il piccolo. Poi il giorno in cui entrai nell’ottavo mese di gravidanza, di domenica pomeriggio, all’improvviso e senza motivo, mi iniziò a picchiare. Fortunatamente i miei vicini bussarono alla porta, mi portarono subito in ospedale. Partorii un mese prima, con non poche complicanze.
Fabrizia adulta (mentre Fabrizia adulta parla, Fabrizia giovane prende dal fondo un lenzuolo e un cuscino; stende il lenzuolo, adagiandosi sopra come distendendosi in un letto) Il mio terzo figlio aveva ormai quasi un anno. Era il giorno del nostro anniversario di matrimonio. Di proposito, andai a dormire prima che lui rincasasse, non volevo vederlo. I bambini erano stanchissimi e anche io stranamente presi subito sonno. Marco tornò più tardi e fu silenziosissimo, entrò nella mia stanza in punta di piedi. Pensai volesse violentarmi per l’ennesima volta e, invece….
Marco (in ginocchio accanto a Fabrizia giovane, sussurrandole con voce suadente) No, non ti voglio possedere. Non più. Non mi interessi più. Però ho preso una bella decisione (le afferra i capelli)
Fabrizia adulta (terrorizzata) Marco, tu mi fai paura, allontanati…
Marco (sempre sussurrando) Comando ancora io! (Ora alzando la voce) Non dimenticarlo mai!
Fabrizia giovane (terrorizzata) i bambini dormono, ti prego non svegliarli…
Marco (ironico) Ahahah! Non hai capito ancora che non mi interessa più nulla di te, perché tu sei il nulla. Volevi lasciarmi? Ahahahah! Non ti avrò più io ma non ti avrà nessuno!
Fabrizia adulta (mentre Marco getta l’acido in faccia a Fabrizia giovane, alzandosi col busto quasi a volersi proteggere) Noooooo! (crolla nuovamente a terra e rimane lì).
Fabrizia giovane (subito dopo Fabrizia 1, quasi all’unisono) Aiutooooo! (si gira di spalle).
Marco si alza, va verso Fabrizia adulta e fa il gesto di gettare anche a lei l’acido in faccia, poi va via con arroganza. Mentre Fabrizia giovane è distesa per terra, entra in scena un ragazzo.
Michele Mi chiamo Michele, sono uno dei figli di Fabrizia. Un padre in fondo è come se non lo avessi mai avuto. Lui è stato condannato a 18 mesi e ne ha scontati solo 15. Uno scandalo, una vergogna! Non dimenticherò mai più la scena in cui in ospedale stringevo la mano di mia madre e vedevo i suoi occhi deformarsi ogni istante di più. Sapevo che in quel momento non vedeva e temevo potesse rimanere cieca per sempre. Le continuavo a stingere la mano e le dicevo: “Mamma sono qui, sono io, non ti lascio ma tu mi puoi vedere?” E piangevo, piangevo. Lei riuscì a muovere le labbra e con un filo di voce, per rassicurarmi, mi rispose: “Come potrei non riuscire a non vederti. Sei la luce dei miei occhi.” Allora capii quanto forti sono le donne e quanto è unico l’amore di una mamma. Giurai a me stesso che mai sarei stato come mio padre e che mia mamma ce l’avrebbe fatta. Oggi, sicuramente grazie all’esempio di mia madre, sono marito innamorato e padre felice di due belle bimbe: ho reso mia madre una nonna orgogliosa.
Michele prende la maschera bianca dal pannello, si avvicina a Fabrizia giovane, le consegna la maschera che lei indossa e la aiuta ad alzarsi. I due escono di scena abbracciati.
Fabrizia adulta (al centro del palco) Io ringrazio il mio volto ferito, che oggi mi dà la forza e la possibilità dl condividere con voi questi miei pensieri. Perché il mio volto ferito mi ha insegnato ad avere fiducia in me stessa, mi ha fatto fare quel salto verso la donna che desideravo diventare. Oggi io mi sento padrona di me stessa, della mia vita, dei miei pensieri, del mio sentire, del mio corpo. Il mio nuovo viso parla di me, del mio dolore, della mia fatica, della mia forza di volontà, della mia speranza, della mia gioia. Il mio viso oggi sono veramente io.
IL DISEGNO



