Carità educativa ed inclusione sociale: la speranza di un futuro migliore

Continuiamo il nostro viaggio nell’universo della speranza intervistando don Gennaro Pagano, al quale poniamo alcune domande per far conoscere ai lettori il suo impegno di sacerdote a favore degli ultimi.

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Chi è Gennaro Pagano? Ci racconti brevemente la sua storia…

Sono un uomo. Ho studiato al liceo artistico statale di Napoli, perché da sempre appassionato di arte. Poi mentre mi stavo laureando in storia dell’arte (mi mancavano quattro esami) decido di lasciare ragazza e università per entrare in seminario, anche grazie alla spinta entusiastica di Mons. Padoin, Vescovo di Pozzuoli, recentemente scomparso. Non credo di aver ricevuto una chiamata più speciale dalle altre: mi sento chiamato a seguire il Signore Gesù come tutti e ho scelto il modo che sento più consono ai miei desideri di libertà e felicità: il presbiterato. Ovviamente è una scelta non solo personale ma maturata in una comunità, con laici preti della mia parrocchia di origine, San Vitale a Fuorigrotta.

Lei è il Direttore della Fondazione Regina Pacis di Quarto. Riesce a coniugare agevolmente questo ruolo istituzionale con il suo impegno di sacerdote?

La Fondazione Regina Pacis è un’opera di carità educativa e di inclusione sociale. È anche un luogo di ricerca psicopedagogica ma soprattutto è un’opera ecclesiale che traduce, nell’operato sociale ed educativo, le istanze di bene, bontà e amore derivanti dal Vangelo. Non sono il “direttore” di un’azienda ma di un’opera. Inoltre, all’interno di quest’opera vi è un’associazione fondata da un Padre bianco, P.Pippo: ha come scopo la fraternità universale vissuta nell’intimità e nel rispetto, nell’accoglienza vicendevole e di tutti. Quest’associazione a cui appartengo è l’anima spirituale della Fondazione: fa in modo che non diventi una semplice impresa sociale.

Lei è il cappellano dell’istituto penale minorile di Nisida, quali sono le problematiche più frequenti che affronta nel suo impegno di sacerdote e di educatore? Nel carcere è concretamente possibile realizzare un percorso di rieducazione sociale? Qual è il ruolo della famiglia e della scuola nel percorso di rieducazione?

Il carcere è sempre il punto di arrivo di un percorso costellato di assenze: assenze del mondo adulto, assenze di un contesto sicuro, assenze di un’educazione alle scelte, e anche assenza di una propria adesione personale ad un progetto di vita più giusto e legale. Di conseguenza in carcere si fanno i conti con queste assenze. Nisida è un luogo privilegiato perché da diversi anni la direzione e gli operatori cercano di adoperarsi per offrire possibilità di riscatto a questi ragazzi: non sempre ci si riesce ma sempre si cerca di provarci con tenacia. Il mio ruolo consiste nel sostenere, anche con la marcia in più del Vangelo, tutta l’equipe educativa e nello stesso tempo nell’essere accanto ai ragazzi, magari provando a dar voce alle loro mancanze, a colmare quelle assenze e orientarli, anche attraverso la Parola, ad un futuro diverso, fatto di speranza e di vita.

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Lei vive e opera in una zona ad alto tasso di criminalità organizzata. Nell’area dell’hinterland napoletano sono presenti e frequenti anche reati ambientali gravissimi, che hanno prodotto la cosiddetta “terra dei fuochi”. In questo contesto sociale così difficile che ruolo gioca la chiesa, le istituzioni e la società civile?

Credo che la chiesa giochi un ruolo importante, come ogni gruppo di persone. È opportuno non identificare la chiesa esclusivamente con i preti ma piuttosto ricordarci che la chiesa c’è dove è presente un discepolo di Gesù che adempie il proprio dovere, che lotta per uno scenario diverso, che alimentato dal Vangelo si adopera per il bene comune. Ovviamente non mancano i presbiteri che sul campo si spendono per questa causa ma anche i parroci impegnati nella pastorale diciamo così “ordinaria” si spendono per il bene comune nella misura in cui educano il popolo che gli è affidato alla scuola del Vangelo. Dal Vangelo nasce la profezia della chiesa, quella che spinge i credenti ad essere “spine nel fianco”, voci sapientemente dissonanti, capaci di spingere al meglio e con dolcezza i percorsi della società, aiutando le istituzioni ma anche criticandole con libertà quando necessario.

La criminalità non è solo un problema di ordine pubblico, ma qualcosa di più complesso che investe la scuola, la famiglia, le istituzioni e la politica. Quale interventi ritiene necessari per contrastare il crimine?

È una domandona. Meriterebbe una discussione lunga. Le dico semplicemente questo: tutto. Non basta dire “l’esercito” o “la scuola”. Occorre tutto. Che ognuno faccia la propria porta. Che chi si occupa di educazione, di politica, di controllo sociale… sia sul proprio pezzo senza delegare ad altri.

Anche nei paesi ricchi ci sono persone che vivono di stenti. Sono le “pietre di scarto” per citare una espressione cara a don Tonino Bello, persone che non sono più funzionali all’“impero del denaro ( cit. Padre Alex Zanotelli)”. Chi sono gli ultimi?

Sono quelli che restano ai margini. Quelli che abitano le periferie esistenziali. E non sempre sono ascrivibili ad una categoria chiara e netta. Gli ultimi sono persone che hanno un nome, un volto, una storia. Li riconosci quando li incontri.

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Il Concilio Vaticano II ha portato una ventata di rinnovamento nella chiesa e nella società. Quali istanze sono ancora valide e cosa c’è ancora da attuare?

Credo che il CVII sia ancora valido anche se in parte ancora inattuato, basti pensare al clericalismo ancora imperante in molte comunità cristiane e in contrasto assoluto con l’ecclesiologia della Lumen Gentium o con l’apertura al mondo della Gaudium et Spes. Tuttavia è anche vero che la cornice del mondo è cambiata e tanti nuovi temi si sono affacciati alle porte della chiesa, come ad esempio quelli inerenti il “dire Dio” ad un mondo culturalmente scientifico, il ruolo della donna, la custodia della casa comune.

Nei primi anni 70 si è sviluppata in America latina, soprattutto ad opera del teologo peruviano Gustavo Gutiérrez, la teologia della liberazione. L’opzione preferenziale per i poveri quale spazio ha nelle nostre comunità cristiane?

Credo che la maggior parte delle comunità abbia almeno qualcuno che si occupi dei poveri ma abbiamo ancora tanto cammino da fare per arrivare ad essere una “chiesa povera e per i poveri” come ci ha chiesto Papa Francesco.

Come facciamo a riconoscere i segni della presenza di Dio nella nostra storia?

Qualcuno diceva che Dio lo si riconosce solo dopo che è passato, che lo si vede di spalle. Credo che l’esame di coscienza ignaziano, il ripercorrere la giornata e il tempo dinanzi allo sguardo amorevole del Padre sia il miglior modo per percepire i movimenti del cuore, il calore che lo inebria come inebriò l’interiorità dei discepoli di Emmaus. Il calore del cuore e i suoi movimenti sono il luogo della manifestazione di Dio.

La chiesa è stata sempre molto rigida sulla morale e forse non tanto sui comportamenti sociali che generano diseguaglianze, ingiustizie e mancanza di diritti, mi riferisco, in particolare, a chi usa la ricchezza per fini personali e a chi sfrutta l’uomo per accumulare profitto. Qual è la sua opinione al riguardo?

Spesso, non teoricamente, ma nella predicazione la morale è stata presentata come morale sessuale. Questa cosa andrebbe analizzata psicologicamente. Paradossalmente la morale del vangelo è una morale ecologica, che pone l’uomo dinanzi all’istanza ultima, quella dell’amore senza se e senza ma, che ha il modello e la realizzazione in Gesù di Nazareth il quale non è stato un grande predicatore “morale” ma piuttosto uno che si è preoccupato di fare del bene, di amare, di perdonare, di denunciare l’ingiustizia e riconciliare. Magari pranzando con Zaccheo o lasciandosi toccare da una donna. Ha più convertito un pranzo di Gesù che tanti nostri predicozzi.

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Viviamo in un clima di odio ed intolleranza. Qual è l’antidodo a questi comportamenti culturali e sociali che generano violenza non solo verbale?

La cultura. Con la C maiuscola. Quella che educa il cuore. Che allarga la mente.

Quando l’uomo viene provato nella malattia riconosce il senso della propria fragilità. Come si affronta il dolore?

Credo che ognuno lo affronta come può a partire dalla propria storia. A volte più che affrontarlo devi abitarlo, toccarlo, perfino amarlo, con la disponibilità a lasciarlo andare e nell’apertura al sereno. Consiglio a tal proposito un bel libro del caro amico Alberto Maggi: “Chi non muore si rivede”.

Ci lasci un messaggio di speranza…

Per essere autentici cristiani occorre aver chiara una cosa: che il meglio deve ancora venire. Sempre.

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Foto tratte dal web

 

E' un eccezionale Artista, molto apprezzato anche grazie agli importanti Eventi, nazionali ed internazionali, a cui ha partecipato in veste di organizzatore. E’ un fine poeta. Impegnato nel mondo dell’associazionismo e del Sociale.