Un messaggio di pace in tempi di crisi

Rubrica "Cronache di SPERANZA", a cura di Nasi Rossi Clown Therapy

Continuiamo il nostro viaggio nel mondo del volontariato intervistando la dott. ssa Elena De Piccoli attivista per i diritti umani, alla quale poniamo alcune domande per far conoscere ai lettori il suo impegno sociale a favore degli ultimi.

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Chi è Elena De Piccoli? Ci racconti brevemente la sua storia…

Sono principalmente una studentessa di Scienze delle Religioni e di Lingue e Culture del Medio Oriente; sono i miei studi che mi hanno portata a interessarmi a queste aree del mondo prima di tutto per la loro storia, la ricchezza delle loro lingue, culture e religioni. Poi sono arrivati i conflitti, le primavere arabe e di conseguenza le migrazioni. Il mio avvicinamento alla questione siriana e, in generale, il mio interesse per i diritti umani, mi ha portata a voler concretizzare il mio sostegno ai profughi non solo sottoforma di attivismo e divulgazione, ma di impegno reale, “sporcandomi le mani”. E’ così che ho conosciuto Stay Human Odv, l’associazione con cui sono partita per la prima volta per Chios, nel 2019. Prima di questa esperienza, avevo avuto modo di occuparmi di Islam e diritti lgbt partecipando alla realizzazione del documentario Allah Loves Equality, girato dall’attivista pakistano Wajahat Abbas Kazmi, in collaborazione con l’associazione Il Grande Colibrì.

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Ci parli dei progetti che avete realizzato e di quelli in corso…

In questi mesi i progetti realizzati sono stati diversi, in collaborazione tra tutte le associazioni presenti a Chios.
Abbiamo sostenuto la Chios People’s Kitchen, cucina vegana fondata da alcuni solidali di Chios, che portava pasti caldi ai rifugiati che vivono in città. Abbiamo collaborato con l’associazione governativa Metadrasi, che ha creato una piccola scuola adiacente al campo, in cui abbiamo tenuto dei corsi estivi, e anche con lo shelter per minori non accompagnati che si trova in città. Con loro abbiamo ridipinto muri, cucinato, siamo andati in gita al mare e abbiamo fatto corsi di inglese.
Abbiamo anche appoggiato delle volontarie indipendenti americane, che avevano iniziato un corso di inglese dedicato alle donne del campo. Il corso si svolgeva in un prato, vicino all’area taxi di Vial, dal lunedì al venerdì. Oltre che un corso di inglese, era anche il piccolo circolo di confidenze che ci facevamo tra donne. Con altre associazioni, come One Family – No Borders (Norvegia) e Refugees Banana and Biryiani abbiamo distribuito cibo, vestiti, coperte per i profughi del campo e residenti in città. Ora, date le circostanze, con le organizzazioni presenti a Chios cerchiamo di agire il più possibile, divulgando informazioni riguardo al Covid-19 nelle lingue dei residenti al campo.

Quali sono le emergenze umanitarie che seguite? Quali azioni concrete mettete in campo per la difesa dei diritti umani e per la pace?

Per quanto mi riguarda, oltre al cercare di dare sostegno ai migranti a Chios, cerco di raccontare la mia esperienza sotto svariati aspetti. Ci sono tante cose da tenere in considerazione, tanti aspetti di questa vicenda che viene chiamata la “crisi delle isole greche”. Non è una crisi solo delle isole del Mar Egeo, a mio parere, è una crisi dell’umanità intera, che si dimentica continuamente della sua storia e del suo passato, che si fa inasprire dall’odio. La crisi dei valori dell’umanità è in chi gioisce ad un barcone che affonda, in chi vuole rimandare a casa persone che una casa non ce l’hanno più perché distrutta dai bombardamenti, in chi si appiglia a dettagli come il fatto che questi ragazzi (perché molti sono ragazzi giovani) abbiano dei cellulari, che sono l’unico mezzo che hanno per rimanere in contatto con una famiglia che probabilmente non vedranno mai più. Quello che le associazioni presenti a Chios si impegnano a fare è anche un lavoro di denuncia di tutte le violazioni dei diritti umani che vediamo sotto i nostri occhi, quotidianamente.

L’immigrazione in Italia è diventato, purtroppo, un problema di ordine pubblico più che sociale e umano. Ci dica la sua opinione in proposito. La politica italiana quali azioni concrete deve mettere in campo per governare questo fenomeno? E l’Europa che ruolo può avere in questo processo?

Se devo essere sincera, dopo 8 mesi in un’isola greca, il problema dell’immigrazione in Italia è, per me, immaginario. Naturalmente io non sono una politica, per cui il mio punto di vista ha valenza fino ad un certo punto. Le dinamiche italiane, comunque, sono le stesse che accadono qui in Grecia; si prende un problema che per la verità non è così rilevante come si vuol far credere, ma che prevede un fattore “estraneo”, su cui, effettivamente, si può raccontare di tutto e di più e si verrà creduti, per mancanza di informazioni. Non che manchino gli strumenti per informarsi, ma senz’altro manca la voglia, la curiosità. Però quello che non si conosce, ovvero i migranti, con le loro “culture esotiche e religioni violente”, fanno paura, e la paura tende a sopraffare la razionalità. In ogni caso, molti studi sociologici sui migranti di varie provenienze, hanno rivelato che l’Italia è solo un punto di passaggio, spesso una tappa “obbligata” all’interno delle varie rotte per raggiungere altri paesi. Quello che si potrebbe forse fare, è velocizzare la burocrazia. L’Europa, invece, potrebbe prendere una posizione, agire concretamente e intervenire prima di tutto sulle isole greche, dove le istituzioni e gli abitanti stessi, stremati già da una situazione economica difficile, si sentono abbandonati del tutto nel gestire un flusso sempre maggiore di migranti. Ancor di più, ma mi rendo conto che è un’utopia, si dovrebbe smettere di ignorare che il problema alla radice sono i vari conflitti che dilaniano alcuni Paesi e di cui “l’Occidente” si è più volte reso partecipe.

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La guerra è sempre “un’avventura senza ritorno”. Quali azioni e comportamenti si possono concretamente realizzare per prevenire i conflitti e in che modo?

E’ una domanda piuttosto complicata a cui rispondere. Non so come si possa prevenire un conflitto, posso solo pensare che è necessario essere attenti a ciò che ci circonda e non limitarsi al proprio orticello. E’ anche necessario saper riconoscere le proprie colpe, seppure si tratta di andare indietro negli anni, ed evitare anche di contribuire all’armamento di altri paesi, producendo armi o permettendone il trasporto tramite il proprio paese. Sono soluzioni minime e ridicole, me ne rendo conto, ma finché le ragioni politiche ed economiche avranno tutto questo potere sui governanti, fino a prevalere tanto da pensare di poter “concedere” la morte di tanti civili, credo che certi conflitti rimarranno inevitabili.

Che  cosa pensa del progetto di “Difesa Popolare Nonviolenta”?

Personalmente trovo molto interessante il concetto di assumere su di sé la responsabilità della difesa collettiva e il sentirsi responsabili di ciò che accade all’intera società. Credo che dovrebbero essere il minimo per ogni persona consapevole, che si vuole impegnare a livello sociale e/o politico per rendere questo mondo migliore, senza dover necessariamente ricorrere alla violenza, cosa che personalmente non tollero.

La società contemporanea ha dilatato gli spazi tra le persone. Viviamo nel tempo della globalizzazione e siamo tutti “virtualmente”connessi, ma concretamente non riusciamo più a comunicare il senso della nostra umanità, che si svela soprattutto nell’accoglienza dell’altro. Cosa possiamo fare per “contagiare” il valore della solidarietà in questa moderna società dei consumi? Lei crede che le buone testimonianze di vita possono dare stimoli ai giovani per affermare una nuova civiltà dell’amore?

Le testimonianze, se fatte in un certo modo, sono fondamentali solo se non rimangono fini a sé stesse, devono essere una spinta per viaggiare (naturalmente scrivo queste parole sperando che questa triste pagina di storia, segnata dal coronavirus, finisca presto) e vedere con i propri occhi come certe narrazioni siano state, nel tempo, manipolate e costruite per creare odio. Io, per imparare ad accogliere l’altro, ho dovuto essere straniera in un altro Paese. Questo mi ha aperto gli occhi per più motivi; per prima cosa ho sentito sulla mia pelle cosa si prova a sentirsi addosso sguardi sospettosi o non accoglienti, ad essere ignorati quando non si parla la lingua di chi abita quel paese, ad essere costantemente fermata e controllata dalla polizia anche mentre vado all’università. Poi, ho cercato di entrare in queste diversità, di conoscerle e di apprezzarle. E da quando ho iniziato, non ho mai smesso di farlo. Certo è che le testimonianze non devono creare illusione; la diversità ha e deve avere aspetti che non ci piacciono, che possiamo non comprendere e che, a volte, dobbiamo comprendere di non avere la pretesa di cambiare. Possiamo però intavolare un dialogo, creare un ponte, incontrarci a metà strada e smussare gli angoli.

In molto paesi del mondo assistiamo alla violazione dei diritti umani, con violenze e torture anche sulle donne e sui bambini. Cosa possiamo fare per far rispettare, in ogni parte del mondo, la dichiarazione universale dei diritti umani?

Denunciare, fare petizioni, divulgare il più possibile, segnalare situazioni di cui veniamo a conoscenza. Un altro aspetto importante, anche se banale, è quello di spiegare i diritti umani. Mi rendo conto che molte persone non sono nemmeno consapevoli di cosa e quali siano esattamente i diritti umani. Creare consapevolezza è qualcosa di essenziale per creare una rete che permetta di intraprendere poi azioni concrete.
Consapevolezza che può essere creata con tutti i mezzi possibili, compresa l’arte, che avendo un forte impatto emotivo, risveglia tante coscienze.

La donna sta acquistando nella società sempre maggiore consapevolezza del suo ruolo. Come valuta la condizione femminile nel mondo?

C’è ancora tanto da fare sul ruolo della donna. La condizione femminile sicuramente sta evolvendo, prima di tutto per quanto riguarda le donne stesse. Molte di noi sono cresciute interiorizzando un patriarcato di cui non abbiamo scoperto l’esistenza che da poco. E’ come quando si ha una malattia che non presenta sintomi, oppure di cui non si conoscono i sintomi, perciò non si realizza di averli. In molte siamo cresciute considerando tutto questo come l’unica realtà possibile, sentendo parlare di “parità di diritti”, ma senza comprendere pienamente in cosa essi consistessero, soprattutto nella quotidianità. C’è ancora molto lavoro da fare, come dicevo all’inizio, ci sono ancora molti costrutti da abbattere, non solo per quanto riguarda il ruolo della donna, ma su tutte le questioni di genere. Dal canto mio, ringrazio tutte le sorelle e tutti i compagni che sono stati consapevoli da molto prima di me e che insistentemente combattono ogni giorno, diffondendo notizie e nozioni, creando sempre maggior consapevolezza. Grazie a loro ho realizzato che, senza saperlo, contribuivo ad alimentare il patriarcato. Naturalmente è un processo lungo e difficile quello di smantellare un sistema a volte così subdolo, io per esempio sono ancora all’inizio e molto ancora devo fare. Chiunque ha a cuore i diritti umani, dovrebbe appoggiare le battaglie femministe.

Come si costruisce la pace? E in che modo va declinata nelle azioni quotidiane?

Non sono sicura si possa costruire la pace, poiché storicamente e antropologicamente, la guerra esiste da quando esiste l’uomo. E’ un’amara verità, che però non significa che non si debba e non si possa lottare per un mondo migliore. Possiamo essere portavoce di una pace che, per quanto utopica, non dobbiamo smettere di desiderare. Nel quotidiano, secondo me, si basa tutto sul rispetto, sul dialogo e sull’evitare i pregiudizi.
Spesso attacchiamo persone, per esempio, che consideriamo “cattive” perché magari ci danno tale impressione e ci fermiamo a tale giudizio. Instaurando un dialogo, o spiegando cosa ci urta di loro, si potrebbe scoprire che stanno combattendo una battaglia più grande di loro, e che quello che a noi sembra un “cattivo”, semplicemente si sta difendendo, o sopravvivendo. Questo è un esempio molto banale per dire che la cosa più semplice da fare è non fomentare l’odio, fermarsi a riflettere prima di giudicare e diffondere una cultura della gentilezza.

Quale risposta possono dare la società civile e le istituzioni al dilagante fenomeno del razzismo e dell’odio?

Sarebbe bello che le istituzioni, anche locali, partendo dalle realtà più piccole, prendessero in considerazione le esperienze di chi, come me, decide di dedicare una buona parte del proprio tempo a studiare le culture altrui, per decifrarle, per smontare falsi miti, per dare risposte ai normali interrogativi che ci poniamo di fronte al diverso. L’odio e il razzismo, nel mio pensiero, sono spesso frutto di paura o di scarsa informazione. Chi si impegna ad informarsi (in maniera scientifica e non approssimativa, leggendo un paio di articoli su internet) è una risorsa che può essere sfruttata per avere qualche risposte in più. Inoltre, spesso, ci sono vere e proprie comunità di questi “diversi” che tanto ci spaventano che vivono tra noi, e che spesso mantengono un basso profilo perché questo odio lo annusano, lo respirano, lo sentono. Piccole iniziative per conoscersi a vicenda. Niente di complicato, ma il conoscersi e il dialogare fa certamente sentire tutti un po’ più al sicuro, smantellando tutti i “credevo che” o “non sapevo che”, che diventano barriere spesso invalicabili.

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I mezzi di informazione sono poco inclini a raccontare notizie di azioni e comportamenti di bene, perché il male fa più notizia. Quale ruolo hanno i mass media per una sana crescita sociale e culturale?

Il ruolo dei mass media in questo momento è purtroppo cruciale nel diffondere informazioni spesso fuorvianti. Succede con la questione israelo-palestinese, succede con la Siria, con lo Yemen, con l’Iraq, per non parlare dell’Africa che, se non si tratta di migranti dalla Libia che vengono ad “invaderci”, viene per lo più ignorata. Dico questo perché secondo me un problema ancora più grave è quando viene raccontato il male travestito da bene.  Noto che la tendenza dei media italiani (salvo quelli che si occupano in maniera specifica ed accorta di alcune questioni) è quella di prendere una parte e pretendere che esista solo quella. Come ho già detto in precedenza, molti non si sforzano di andare oltre, cosa che non sto criticando perché è comprensibile che chi si occupa d’altro possa non avere il tempo per farlo. La cosa imbarazzante è che non si dovrebbe nemmeno essere costretti a farlo, l’informazione corretta e libera dovrebbe essere alla base. Già questo sarebbe un passo in avanti per la crescita culturale.

Lei pensa che la rubrica di un giornale, che vuole raccontare le storie di uomini e donne impegnati nella solidarietà, può essere una buona pratica per far conoscere quella parte di società che pratica il valore del dono?

Sì, può essere una buona pratica, sono sempre dell’idea che se si riesce ad aprire un piccolo squarcio che desti l’interesse di una sola persona, di questi tempi si tratti sempre di una grandissima vittoria.

Ci lasci un messaggio di speranza…

In questi tempi difficili non è semplice dare un messaggio di speranza. Questa pandemia a livello mondiale ci mette alla prova tutti, qualunque sia la nostra posizione sociale, il nostro credo, la nostra occupazione.
Quello che posso dire è che in questi mesi, nonostante l’enorme sofferenza che ho visto e toccato con mano nel campo profughi di Vial, ho visto anche persone che non hanno perso la loro umanità. Persone che non esitano a preparare un posto in più a tavola e a condividere il cibo anche con me, pur sapendo che forse avrebbero rinunciato ad un pasto il giorno dopo. Bambini che si privano del poco che hanno per fare un regalo, solo per dimostrare affetto e riconoscenza. Se ci riesce chi ha davvero perso tutto e vive in una tenda, in condizioni misere, non ho dubbi sul fatto che ognuno di noi può riuscire a fare altrettanto.

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E' un eccezionale Artista, molto apprezzato anche grazie agli importanti Eventi, nazionali ed internazionali, a cui ha partecipato in veste di organizzatore. E’ un fine poeta. Impegnato nel mondo dell’associazionismo e del Sociale.