Primavera e quarantena: un matrimonio che non s’ha da fare

Gli inquietanti report di Gennaio dalla Cina, il focolaio lombardo e le zone rosse a Febbraio, il lockdown, l’isolamento e la reclusione a Marzo –un mese che sembra svanito dai calendari.

E poi Aprile: la primavera, che già da settimane se ne stava dietro la porta mai veramente sbarrata da un inverno timido ed esitante, ha riversato luce e colore su un mondo deserto e silente, libero dall’uomo, ma pronto a risorgere e straordinariamente traboccante di una vita che si riappropria degli spazi che le erano stati sottratti. Ma, mentre la luce del giorno ricaccia sempre più in là l’arrivo della notte e la luna prova a riprendersi il suo spazio avvicinandosi alla Terra e svelandosi grandissima e misteriosa all’occhio dell’uomo intrappolato, il virus continua a soggiogare il mondo intero, spaventa umili e potenti, colpisce e uccide i più fragili e sfortunati e rinchiude tutti gli altri in case, stanze e ricoveri, condannandoli ad una quotidianità inedita e trasversale, uguale a tutte le latitudini e per tutte le estrazioni sociali e culturali.

La quarantena è un’occasione: tutti si sono detti e ripetuti questa inconfutabile verità nelle settimane di Marzo trascorse in forzato isolamento. Fra un nuovo esperimento culinario, una lezione di yoga e un serial televisivo (tutto rigorosamente in tuta!) si medita sul senso della vita, si rivalutano le relazioni e le persone, si progettano cambiamenti di vita, si pianificano viaggi nei luoghi della propria terra, si vagheggiano abbracci e carezze, si riscoprono l’ambientalismo, la solidarietà, il valore e il sacrificio di medici ed infermieri, la caducità dell’uomo e della salute, l’importanza dell’informazione, persino l’uguaglianza fra gli esseri umani. Si moltiplicano proclami di cambiamento e promesse di miglioramento per il futuro.

Ma poi arriva Aprile e i raggi di un sole più caldo e persistente si tuffano impietosi su giornate allungate e sempre più uguali in cui si fanno largo le tensioni legate al contagio, l’insofferenza alle restrizioni, le speranze puntualmente disattese di una curva in rapido calo, l’ansia per l’impiego o la mancanza di dispositivi protettivi nelle rare uscite di necessità o lavoro e l’avvilimento di una reclusione prolungata.

È primavera: la pizza o il pane fatti in casa, le videochiamate, l’home fitness, la riscoperta del pollice verde in terrazza, la ricerca di tutorial sul web per ogni tipo di attività. il solarium sul tetto, le serie televisive, Spotify, Netflix, le videochiamate su Skype o su Whatsapp, le canzoni sui balconi con il tricolore sventolante, le visite virtuali ai musei più affascinanti del mondo, le storie Instagram con l’hashtag #iorestoacasa e relative gif non bastano più. Dissipano la noia, allentano le preoccupazioni, ma non sono sufficienti a cancellare il dolore per i tanti lutti, la nostalgia dei propri cari lontani, la rabbia per la mancanza di prevenzione e la superficialità di molti e lo shock indimenticabile dei feretri trasportati di notte su tir militari verso ignoti luoghi di cremazione.
Tra spesa a domicilio tramite app, download dell’ennesimo modulo di autocertificazione e interrogativi sulle mascherine questa primavera in quarantena si carica di fronti aggrottate dalla preoccupazione, labbra increspate dall’insofferenza, guance rigate da lacrime di disperazione per le perdite umane ed economiche e occhi attoniti, sgranati su un mondo che muta profondamente e spoglia l’uomo di ogni riferimento, lasciandolo spiazzato e inerme dinanzi al futuro.

Ma quando arriva il futuro? Come sarà? Ci sarà il futuro? Il passato è svanito insieme a centinaia di vecchietti falciati dal virus, il futuro è ontologicamente ignoto (ora più che mai!): rimane, quindi, il presente. Un presente, in cui la cattività, le restrizioni delle libertà individuali che nessuna delle generazioni ora viventi (se non quella decimata dal Covid-19) aveva mai sperimentato, la rinuncia ai contatti sociali (ché anche per Millenials e Post-Millenials attaccati a smartphone e tablet la vicinanza fisica è imprescindibile), certe solitudini prolungate, i primi segni di nostalgia per la vita frenetica e rutilante di prima e i timori legittimi per la situazione lavorativa ed economica stanno smorzando gli entusiasmi iniziali, la riscoperta delle gioie domestiche e il conforto di un contatto ritrovato con i propri familiari.

La primavera è arrivata, avanza lieve e lieta, ignora le ragioni della pandemia, non teme il virus, non esibisce giustificazioni non necessita di precauzioni, ravviva, esalta, illumina tutto e la quarantena degli uomini si fa ancora più difficile, ma c’è un tempo per tutto e non ci sono ricette infallibili per viverlo al meglio, né fuori né dentro casa. Nessuno può sapere come saranno le fasi due e tre, dopo queste settimane tanto inedite quanto intense. Nessuno può o sa dire come vivere il tempo che ci separa dalla fase due affinché non sia perduto e, se lo fosse, come lo si possa recuperare.

Ma se è vero, come affermava Cartesio, che l’unica certezza è il dubbio, mai come in questo momento l’umanità è sembrata così ricca di certezze.

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Laureato con lode in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II con specializzazione in Relazioni Internazionali, perfeziona la sua formazione attraverso master di secondo livello, stages ed esperienze formative e lavorative di carattere amministrativo. Svolge attività di traduzione e consulenza linguistica in inglese, francese e spagnolo. È socio fondatore e vicepresidente dell’Associazione Culturale Mediavox.