Una riflessione sul fotografo napoletano che l’11 febbraio ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Accademia di Macerata
Un altro riconoscimento alla sua carriera e al suo talento si aggiunge al già ricco repertorio di premi e soddisfazioni ottenute dal fotografo napoletano Mimmo Jodice, classe 1934. L’Accademia di Belle Arti di Macerata, infatti, gli ha conferito la laurea honoris causa in Architettura e contemporaneamente il premio Svodoba. Ma non è di certo il primo. Già l’Università partenopea Federico II gli aveva concesso la laurea in Architettura e così anche l’Università della Svizzera italiana. Del resto, l’ambiente dell’accademia non gli è mai stato estraneo. Lì infatti, prima ancora di diventare docente di Architettura – dal ’75 al ’94 – aveva frequentato numerosi artisti delle avanguardie e si era interessato soprattutto di pittura. L’elemento fondamentale del suo passaggio all’attività fotografica è costituito da un regalo: un ingraditore. Con esso Jodice comincia a sperimentare, sia nelle tecniche che nei soggetti. Come dice lui stesso in una intervista per la rivista Tutti fotografi: “La passione per l’arte mi ha portato a sperimentare i linguaggi della pittura e della scultura. Fino a che è arrivata la fotografia”. Una rivelazione quasi trascendentale che lo trasporterà in un mondo fatto di istantanee esclusivamente in bianco e nero, attimi rubati allo scorrere del tempo e da esso volutamente alienati. E’ lo stesso Jodice a parlare per le sue foto di “una dimensione senza tempo”, sospesa inevitabilmente tra passato, presente e futuro, riproponendo quella ambiguità propria del mezzo fotografico che – come lasciava intendere Rosalind Krauss parlando dell’indicalità della fotografia – è sempre qualcosa e altro da sé. All’inizio Jodice predilige soprattutto il ritratto ed il nudo e continua la sua crescita personale nel fertile e fervente clima artistico napoletano. Attraverso la galleria di Lucio Amelio, ad esempio, conosce i più grandi esponenti delle avanguardie e, grazie al contatto con lo studioso De Simone, si interessa delle feste e dei rituali religiosi del napoletano e del Sud.
A partire dagli anni ’80, però, la figura umana cederà il passo ad una analisi dello spazio urbano per poi ritornare soltanto più tardi in un ritrovato interesse per i volti. Ad influire sulla sua fotografia sarà certamente anche il suo essere profondamente napoletano, che sfocerà in un’attenzione costante per il mare e l’antico, temi sempre presenti nelle sue foto.
Nel definire la sua attività di fotografo spesso Jodice cita Pessoa : “Ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?”. La citazione è così sentita che sarà anche il titolo di una sua mostra al Centro Internazionale di Fotografia. Jodice, nelle sue fotografie, si perde e ci fa perdere, per poi farci ritrovare in uno spazio nuovo, che non è quello della realtà fotografata oggettivamente, come erroneamente si pensa quando si parla di mezzo fotografico, ma visione filtrata di quella porzione del reale che cattura l’attenzione del fotografo, viene guardata, fissata attraverso la “scrittura di luce” che è la fotografia e poi rielaborata nella camera oscura. Quella stessa realtà che è la realtà ma è anche qualcos’altro. Che diventa quel puctum di cui parlava Roland Barthes nella sua Camera chiara, polo d’attrazione dello sguardo che dà un senso all’intera presentazione del reale.
Jodice collaborerà con diversi storici dell’arte e le sue foto compariranno in pubblicazioni come la nuova edizione dell’Arte Moderna di Giulio Carlo Argan, aggiornata da Achille Bonito Oliva. Anche Parigi avrà modo di apprezzare le sue foto nel progetto fotografico Les yeux du Louvre, in cui il volto diventerà elemento quasi ossessivo, nella sua alternanza di visi celebri di nomi altisonanti, fissati indelebilmente sulla tela da grandi artisti del passato e quadri fotografici in cui appaiono all’attenzione dell’osservatore i volti anonimi, ma ugualmente importantissimi nella resa dei dettagli, dei dipendenti del Louvre.
Nel 2001, a Napoli, Gae Aulenti inserirà le sue foto a tema archeologico nella stazione Museo della metropolitana. Ancora, nel 2014, Jodice festeggerà i suoi ottant’anni ricevendo il cosiddetto “matronato alla carriera” dal Museo MADRE, dove sono presenti alcuni suoi scatti e in cui, in primavera, è prevista anche una retrospettiva a lui dedicata. Insomma, Napoli non ha dimenticato Jodice così come il fotografo non ha dimenticato le sue radici, pur avendo ali per volare al di là dei confini regionali e nazionali, come i premi ricevuti lo scorso 11 febbraio ci permettono ancora una volta di ricordare.
Foto tratte dal Sito ufficiale di Jodice: www.mimmojodice.it
