Il possesso non è amore

Rubrica "Cronache di SPERANZA", a cura di Nasi Rossi Clown Therapy

“L’amore non dà nient’altro che se stesso e non prende nulla se non da se stesso. L’amore non possiede, né vorrebbe essere posseduto, perché l’amore basta all’amore”, Khalil Gibran

Oggi più che mai abbiamo bisogno di volerci un po’ più bene. La pandemia ci ha costretti a guardarci allo specchio e a parlare con gli occhi, nello stesso momento, alla mente e al cuore. Siamo stati messi alla prova e, senza se e senza ma, abbiamo convissuto davvero con noi stessi. Abbiamo parlato con la nostra creatività, abbiamo stretto la mano alle nostre paure. Oggi più che mai dobbiamo imparare a dire stop alla violenza, su noi stessi e sugli altri. E per farlo occorre comprendere un solo, breve concetto: l’amore malato non è amore, il possesso non è amore!

Abbiamo intervistato la Dott. ssa Filomena Avagliano, vi invitiamo a riflettere sulle sue parole. Laureata in Scienze e tecniche psicologiche; sessuologa. Si occupa di sociale da 10 anni, negli ambiti della disabilita’e della discriminazione di genere. E’ la Presidente di Resilienza di Agorà, centro di auto e muto aiuto contro la violenza di genere. E’ anche Presidente dell’Associazione Pianeta 21 Salerno, che si occupa di sindrome di down.

Che cosa è la violenza?

Il termine violenza oggi è usato e abusato; la sua etimologia chiarisce meglio il suo significato, il termine deriva da violare.
Per cui per violenza intendiamo qualsiasi azione fisica o verbale con la quale si prevarica l’altro, distruggendo la sua volontà o umiliando la persona. La violenza fisica è quella che più facilmente siamo in grado di riconoscere, proprio perché questa forma lascia segni fisici che sono visibili. Quando invece ci riferiamo alla violenza di genere la distinguiamo dalle altre forme di violenza, per meglio imparare a riconoscere le sue dinamiche e le sue modalità di espressione nella società. La violenza contro le donne si definisce come: “ogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare un danno fisico, sessuale, psicologico o una sofferenza della donna, compresa la minaccia di tali atti, la coercizione o l’arbitraria privazione della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata” (Art. 1, Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’Eliminazione della Violenza contro le Donne, Vienna, 1993). Si comprende da questa semplice spiegazione, che la violenza di genere è un tipo di violenza diretta ad una persona sulla base della sua violenza di genere, una violenza agita da uomini contro le donne proprio perché donne. Quindi la violenza di genere si distingue da altre forme di violenza ed è importante mantenerla distinta da altre forme di violenza, questo per imparare a comprenderne le cause e le origini.

Ci sono dei segnali che ci avvisano che una persona potrà avere comportamenti violenti?

Purtroppo non esistono segni predittori e non è detto che chi in pubblico sia pacato non sia poi una persona violenta. Certamente se impariamo a riconoscere la violenza potremmo avere un occhio allenato: chi sminuisce l’altro continuamente, chi con battute sessiste mette in imbarazzo o umilia sicuramente potrebbe essere un soggetto violento.

Quando un amore può definirsi “malato”?

Sicuramente un rapporto malato (non parlerei di amore perché chi ti abusa non ti ama) è un rapporto disfunzionale caratterizzato da un asimmetria di potere, dove il partner pretende il controllo sull’altro, sulla gestione della propria vita, su quali lavori si possono fare, sul se si possa avere un conto corrente intestato in autonomia. L’abuso in questi rapporti è il motore su cui si regge la coppa.

Quando ci rendiamo conto di vivere un rapporto violento o di sudditanza psicologica, che sia esso di amicizia, di amore o di lavoro, che cosa può aiutarci a prendere coscienza del problema e a liberarci da questa terribile situazione?

Già accorgersi di vivere un rapporto malato è una presa di coscienza importante. La consapevolezza non è già la via d’uscita dalla dinamica violenta ma è sicuramente un segnale di presa di coscienza che fa comprendere che chi subisce violenza ha cominciato a vederla e a non incolparsi per l’abuso. Importante è poi parlarne e non pensare che le cose andranno a posto da sole, non giustificarle come qualcosa di transitorio: in genere la violenza tende ad aumentare, soprattutto quando la partner è stata piegata psicologicamente e avrà perso gli amici, sprofondando nell’isolamento emotivo.

Se siamo familiari o amici di una persona che subisce violenza o costrizioni psico-fisiche come dobbiamo comportarci?

Ascoltare chi è vittima di violenza, accoglierla con un ascolto empatico. Soprattutto non giudicare con frasi sminuenti o con parole che rivittimizzano chi ha trovato il coraggio di aprirsi. Parole come forse anche tu l’esasperi, non avevi visto prima…contribuiscono a far sentire colpevoli. Suggerire poi di recarsi a un centro antiviolenza: anche solo telefonicamente serve a creare un primo contatto. Se invece ci accorgessimo che questa donna è vittima di abuso è possibile anche in forma anonima fare un esposto alle forze dell’ordine.

Ci sono degli indizi comportamentali che possono essere utili da riconoscere per evitare di instaurare una relazione malsana?

Sicuramente modalità controllanti sia sullo stile di vita che sull’abbigliamento possono essere un segnale: all’inizio possono sembrare attenzioni ma il controllo non è affetto ed è anzi il primo segnale che l’altro ci percepisce come una cosa, una cosa che gli appartiene e che è solo sua. Esiste poi un’abitudine malsana nel giustificare tali atteggiamenti: sotto il nome di gelosia deresponsabilizziamo il violento. La nostra cultura patriarcale tende poi a dire che chi è innamorato è geloso. No, quello non è amore: è possesso. Quello è trattare l’altro come un oggetto di proprietà in cui l’unico amore è l’amor proprio di sentirsi il padrone.

Le ferite causate dalla violenza lasciano sempre cicatrici nell’anima o nella mente o possono anche essere del tutto guarite?

Noi non siamo ciò che ci capita, siamo come reagiamo ad esso. Il racconto della violenza subita è già un primo passaggio verso la guarigione delle ferite emotive lasciate da una relazione disfunzionale. Prendersi in carico, fare un percorso terapeutico può aiutare moltissimo. Anche prendere contatti con centri antiviolenza può essere una modalità di superamento del trauma, rendersi conto che non si è sole, che non è successo solo a noi aiuta a circoscrivere il trauma come un qualcosa che poteva accadere a chiunque, soprattutto in una società che tende a non credere alle donne e molto troppo spesso a colpevolizzarle. Imparare a conoscere la violenza di genere ci insegna che questa ha una particolare pericolosità, non attiene infatti solo alla sicurezza personale ma viola discriminando la libertà della persona

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Viridiana Myriam Salerno, laureata in Giurisprudenza presso l'Università "Federico II" di Napoli, è Giornalista Professionista (iscritta all'ordine nazionale dei giornalisti, Ordine della Campania, dal 2009). E' anche Avvocato. E’ Direttore Responsabile della Rivista-Web “MediaVox Magazine”, da novembre 2015 I suoi scritti sono pubblicati in numerosi libri, editi da importanti Case editrici. Si occupa del coordinamento di Uffici-Stampa e dell’organizzazione di eventi culturali; ad esempio, è nello Staff organizzativo del Festival internazionale di Cinema “Italian Movie Award” dalla I Edizione. E’ stata accreditata a rilevanti eventi nazionali ed internazionali, come il Festival di Sanremo, il Taormina Film Fest e l'Ischia Film Festival (entrando nello Staff Stampa di quest'ultimo nel 2016).