Sentenze terribili e ironiche

Non a caso al povero Giulio Cesare capitò di marzo. Glielo avevano anche detto: “Attento alle Idi di marzo”; ma Cesare, grande scrittore e condottiero, evidentemente non conosceva i rischi che comporta marzo. Non vogliamo con questo spaventare i lettori della nostra rubrica, ma semplicemente metterli in guardia. A tal fine, non possiamo far altro che ricorrere alla cultura dei proverbi popolari, che, in Campania, dedica uno spazio monografico a questo enfant terrible del ciclo calendariale.
Cominciamo dal più noto dei proverbi: Marze è pazze. Sentenza che non ha bisogno di interpretazioni, se non della precisazione che la “follia” di marzo è dovuta alla sua collocazione temporale, fra inverno e primavera, al suo essere un “tempo liminare”, un momento di soglia e di passaggio. E, come tutti i momenti del genere, non consentono di sapere se si continua ad essere ciò che “si era ieri” oppure se si è già ciò che “si sarà domani”.
Pochi conoscono però le varianti del succitato proverbio, cioè Marze è pazze: ai ggiùvene ll’arrumme e ai viecchie l’ammazze. Il verbo arrummare, che significa “domare”, conferisce a questa entità astratta dell’anno una ben concreta capacità: quella di domare con i suoi imprevedibili influssi la forza dei giovani. E ci presenta la realtà umana come una gabbia di animali feroci appunto “da domare”. Una gabbia di folli, dove anche gli animali impazziscono: A mmarze pure e gatte èscene pazze.
E, come se non bastasse, accanto alla violenza il domatore Marzo usa anche la vendetta: contro coloro che non rispettano le usanze o i patti della morale: Chi nun respette ‘i viernarì ‘e marze, o more accise o more arze. Dunque morte violenta con il ferro o con il fuoco attende i violatori del digiuno di marzo, da rispettare il venerdì, giorno simbolicamente legato alla sofferenza.
Concludiamo questo ideale viaggio nelle terribili sentenze marzoline, ritornando agli aspetti meteorologici di questo mese. A questo livello due proverbi campani sottolineano l’instabilità del clima di marzo. Il primo recita così: Si marze ngrogne, te fa schizzà pure ll’ogne; si ‘ngrife, te fa levà pure ‘a cammise. Il secondo è più simpatico e ridanciano: Sole ‘e marze e ccule ‘i criature, nun può gghì mai sicure. Ritorna l’accoppiata fra marzo e gli esseri umani, in questo caso i bambini, i quali con i loro incontrollabili impulsi fisici creano un disagio, che, però -come capita anche con i guasti di marzo- può esser commentato con una bella risata.