La Memoria dei defunti


Con la memoria dei defunti siamo al cuore dell’autunno: gli alberi si spogliano delle foglie, le nebbie mattutine indugiano a dissolversi, il giorno si accorcia e la luce perde la sua intensità. Eppure ci sono lembi di terra, i cimiteri, che paiono prati primaverili in fiore.
Sono stati i celti a collocare in questo tempo dell’anno la memoria dei morti.
Durante la veglia funebre si dipingevano i teschi e si trascorreva la notte bevendo, suonando e cantando; questa celebrazione rappresentava la speranza di non soccombere alle sventure, alle malattie, alla morte stessa. Un’eco di quelle veglie si ritrova oggi nella notte di Halloween (All-Hallows-Eve, la vigilia di tutti i santi ), celebratain origine nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti, durante la quale i ragazzi si travestono da scheletri mimando il ritorno dei trapassati sulla terra.
La chiesa ha poi cristianizzato la memoria dei morti, rendendola una delle ricorrenze più vissute e partecipate, non solo nei secoli passati e nelle campagne, ma ancora oggi e nelle città più anonime, nonostante la cultura dominante tenda a rimuovere la morte. Nell’accogliere questa memoria, questa risposta umana alla “grande domanda” posta a ogni uomo, la chiesa l’ha proiettata nella luce della fede pasquale che canta la resurrezione di Gesù Cristo da morte, e per questo ha voluto farla precedere dalla festa di tutti i santi, quasi a indicare che i santi trascinano con sé i morti, li prendono per mano per ricordare a noi tutti che non ci si salva da soli.
La memoria dei morti è per i cristiani una grande celebrazione della resurrezione: quello che è stato confessato, creduto e cantato nella celebrazione delle singole esequie, viene riproposto qui, in un unico giorno, per tutti i morti.
E , dal tempo delle offerte agli dei sino ai giorni nostri, il cibo, simbolicamente, nel segno della continuità, permane come legame tra il mondo dei viventi e quello degli spiriti, tra la materia e l’anima.
In questa occasione le diverse aree geografiche della penisola sono accomunate dall’uso dei legumi, fave e ceci in particolare, come probabile prosecuzione di riti risalenti all’antichità. I Romani consideravano le fave sacre ai morti e ritenevano che ne contenessero le anime. Questa consuetudine si protrasse sino al X secolo, quando le fave divennero cibo di precetto nei monasteri durante le veglie di preghiera per la Commemorazione dei Defunti. Anche i ceci vengono associati sin da tempi remoti al mondo ultraterreno. Nell’antica Grecia, durante le feste di fine inverno in onore di Dioniso, dio arcaico della vegetazione e del rinnovo naturale, si cuocevano grandi pentole di civaie (ceci, fave, fagioli e altri semi) che venivano poi esposte sugli altari e offerte alle anime dei trapassati affinché si rifocillassero prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno nell’aldilà.
Altre consuetudini si esprimono con la preparazione di dolci (ossa dei morti o torrone) e con l’uso del frumento come dono rituale, dal “Pane dei morti” diffuso in tutto il nord Italia, ai Cicci cotti, “grano dei morti” della Puglia, possibile prosecuzione dei riti greci di offerta a Demetra, dea delle messi, per assicurare il raccolto futuro. Ulteriori occasioni di legami affettivi con il mondo ultraterreno venivano offerte nel passato ai bambini: in Puglia si era soliti appendere al bordo dei letti delle calze, chiamate “cavezette di murte” , che durante la notte venivano riempite di dolci. In Sicilia la Celebrazione dei Defunti era una vera e propria festa dedicata ai piccoli, citata anche da Giovanni Verga nella sua novella, La Festa dei Morti.
Anche l’uso della zucca, tipico prodotto autunnale, ha tradizioni antiche e consolidate in diverse parti della penisola, dove ad Ognissanti può essere lasciata piena di vino per i defunti o utilizzata come lanterna per favorire il ritorno dei trapassati nell’aldilà.

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Docente di Discipline Giuridiche ed Economiche presso l’I.S.I.S. “G. Fortunato” di Angri , di cui è anche collaboratore-vicario. Laureata in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Salerno con 110/110 con lode e licenziata in Teologia Dommatica summa cum laude presso la Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – sez. San Tommaso, ha conseguito due Master in Studi storico-religiosi ( Ebraismo, Cristianesimo e Islam; Il Cristianesimo antico nel suo contesto storico) presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, il Master di II livello Management e Leadership delle Istituzioni Educative presso l’Università degli Studi di Bologna e il master Didattica e Psicopedagogia per i disturbi specifici di apprendimento presso l’Università degli Studi di Salerno. Ha pubblicato molti volumi. Sensibile e attiva nel dibattito socio-culturale sul territorio campano.