Notte di sangue e di terrore a Vienna nella notte del 2 novembre. Quattro civili morti, due uomini e due donne tra i 40 e i 50 anni, uno degli attentatori ucciso dalla polizia, e 17 feriti di cui sette sarebbero in gravi condizioni.
Tutti sono stati colpiti da armi da fuoco.
L’Europa intera gettata nel panico.
Ancora una volta vengono distrutte le nostre certezze , la nostra quotidianità, i valori fondamentali che accomunano i popoli liberi e democratici d’Europa, di cui non a caso è stata colpita una delle capitali simbolo.
Inquieta più di tutto che molti Jiadhisti sono nati, sono stati accolti in Europa. Che cosa significa questo? Com’è stato possibile che l’Europa stessa sia stata l’incubatrice del fondamentalismo?
Il terrorista ucciso , infatti, pare che sia un giovane pesantemente armato, forse di origini albanesi, riconducibile all’Isis, ma nato e cresciuto in Austria.
Come questo è possibile?
Molteplici le cause.
Cause su cui ci si confronta. Ci si scontra.
La prima è data sicuramente dallo sradicamento dei giovani musulmani di seconda-terza generazione, rispetto alla società circostante. Essi vedono la città dalla periferia, non conoscono il centro, se ne sentono respinti. Non sono veramente parte della nazione in cui sono nati. La loro condizione sociale, una scolarizzazione spesso fallita, favoriscono un senso di emarginazione e, quindi, di risentimento verso un mondo, quello europeo, che avvertono come estraneo e ostile. Un’altra causa può essere individuata nello stesso mondo occidentale odierno, il cosiddetto “mondo liquido” connotato da un individualismo profondo, da un’eclisse parimenti profonda di valori e di ideali, da promesse di vita non realizzabili. A un giovane, che avverte interiormente l’esigenza di valori in cui impegnarsi, l’Europa odierna è in grado di offrire divertissment ma non ideali che muovano verso la solidarietà. La “religione” della Laicité indica un’identità formale che copre il valore polemico delle differenze senza risolverlo. Alla genesi del jiadhismo europeo vi è , poi, indubbiamente, l’Islam europeo, l’Islam incontrato in tante moschee europee. Al vuoto spirituale del vecchio continente, alla emarginazione sociale e culturale, il giovane di provenienza araba cresciuto in Europa oppone la scoperta di una fede radicale, totalizzante, mutuata da iman che esportano i dettami dell’Islam più integralista.
Quale risposta deve dare l’Europa?
La risposta non può essere solo militare.
E l’Isis è un mostro che non coincide con l’Islam, con la fede tranquilla di milioni di credenti.
La soluzione non può stare nella costruzione di identità affermate in antitesi ad altre, identità dialettiche che ricopiano, nell’opposizione, quella dell’avversario. È questa la pericolosa via dello “scontro di civiltà”.
Né l’Europa può credere, d’altra parte, che il problema si risolva favorendo lo scioglimento delle differenze. Chi viene o nasce in un Paese deve innanzitutto imparare a rispettarne le tradizioni, gli usi, i costumi, le leggi. È una legge non scritta dei popoli.
Come bisogna reagire, dunque?
Il mondo islamico europeo ha, se lo vuole, le risorse per tirarsi fuori dalle secche a cui l’integralismo lo sta portando. Allo stesso modo, potremmo dire che la vecchia Europa, per quanto disincantata e violentata nelle sue tradizioni, ha le risorse per rispondere in modo non meramente reattivo.
L’Europa deve cercare la risposta proprio nella sua identità, quella aperta al confronto, non quella dell’odio. La civiltà dell’Europa, quella autentica, è dominata dalla “secondarietà”, dalla capacità della Roma antica di farsi “seconda” rispetto alla cultura ellenica e del cristianesimo di farsi “secondo” rispetto all’ebraismo. Per questo l’Europa è capace di “integrazione”, non ha bisogno di azzerare la tradizione, la fede, la cultura di coloro che calpestano il suo suolo. Non ha paura dell’altro. Ha il dovere di difendersi , ma è anche sufficientemente forte per sopportare le differenze.