Il suo è un linguaggio poetico denso, ricco di richiami culturali che però, allo stesso tempo, riesce a dare luce alle parole. Il poeta Davide Rocco Colacrai (1981 Zurigo) è una felice realtà nel nuovo panorama culturale italiano. “Asintoti e altre storie in grammi” è il suo ottavo libro di poesia, pubblicato con Le Mezzelane, piccola casa editrice con cui aveva già pubblicato il pluripremiato e fortunato volume “Istantanee Donna (poesie al femminile)”.
In “Asintoti” si intrecciano poesie che parlano di solitudine, di assenza, di famiglia e anche d’amore…

Che cosa rappresenta per lei la poesia?
La Poesia – rigorosamente con la P maiuscola – rappresenta, per me, contemporaneamente catarsi e salvezza. Catarsi rispetto a tutte le esperienze che in quanto Davide – e parlo del Davide uomo – ho attraversato e che, in un modo o nell’altro, hanno contribuito a formare chi sono oggi, anche nella mia qualità di poeta. Salvezza rispetto a queste stesse esperienze che, accumulandosi, potevano implodere o esplodere e, fortunatamente, sono esplose, o meglio germogliate, in poesia. Pertanto la Poesia, come catarsi e come salvezza, rappresenta anche, per me, una possibilità o un tentativo di perdono verso me stesso.
Nella sua raccolta di liriche lei pone l’accento sulla solitudine e sull’amore. Ci parli della sua poesia?
La mia poesia viene solitamente definita una poesia storica o civile in quanto affronta spesso e volentieri fatti storici o presenta personaggi della storia moderna che la maggioranza dei lettori non conosce o non ricorda. Il racconto di un tale evento – proprio come una tragedia – sottende o comporta almeno un elemento di quella che chiamiamo solitudine. Infatti ognuno di noi, nelle nostre esperienze anche condivise, affronta una guerra con se stesso – ognuno un guerriero e un eroe, come i protagonisti dei miei versi.
Le sue liriche riescono a dare luce alla memoria. Quanto del suo vissuto è possibile ritrovare nei suoi versi?
Sono convinto che in tutti i miei versi sia possibile cogliere il mio vissuto – a volte si tratta di dubbi, altre di pensieri, altre ancora di un modo di vedere o di percepire le cose, ci sono poesie dove si rivelano le mie paure, altre nelle quali si esprime il mio amore per la vita. La poesia è lo specchio di chi siamo noi, con le stesse contraddizioni e un senso, più o meno preciso, che le accomuna.
Quali sono i poeti che fanno parte della sua formazione culturale?
I poeti che ritengo fondamentali nella mia formazione, sia come uomo sia come poeta, sono senz’altro Giacomo Leopardi, Antonia Pozzi, Sandro Penna e William Blake con i suoi Libri Profetici.
Nel suo testo “Asintoti e altre storie in grammi” ci sono poesie in cui descrive il dramma della violenza e della prostituzione, quello dei manicomi e della solitudine. Allora qual è il ruolo del poeta nella società contemporanea?
Come dicevo poc’anzi, con la mia poesia racconto la realtà, storie di una contemporaneità che si ripete e che spesso le persone preferiscono non conoscere o non ricordare. In questo senso, a me piace provocare un confronto, una riflessione, fare in modo che il lettore abbia la responsabilità di formulare un giudizio.
Lei ama presentare le sue liriche in ambito teatrale. Com’ è il suo rapporto con i suoi lettori/spettatori?
Presentare le mie poesie attraverso spettacoli teatrali è stato un azzardo, che tuttavia si è rivelato essere vincente. È molto interessante, emotivamente toccante, ogni volta anche inaspettato, percepire l’attenzione degli spettatori verso i miei versi, verso la storia che racconto e condivido con loro, e l’emotività che poesia dopo poesia si fa strada. Mi meraviglia a ogni spettacolo il fatto che il singolo spettatore sembra scoprire, con me, la poesia per la prima volta.
Lei è un professore di matematica. Come si abbinano l’algebra, il teorema di Pitagora, gli asintoti al suo mondo poetico?
Sicuramente la matematica e la Poesia hanno in comune la pluralità dimensionale e l’ignoto. Infatti, entrambi appaiono in un modo che potremmo definire limitato, circolare, perimetrato: una specie di ordine predeterminato, che a molti piace perché esprime una certa sicurezza. Tuttavia nascondono, entrambi, significati – e quindi altre dimensioni rispetto a quelle che vediamo, altre interpretazioni: una specie di caos ordinato – che solo chi ha fede può cogliere.
Secondo lei, le poesie possono aiutare a rimarginare le ferite dell’esistenza?
Credo, e sono solito affermare, che la Poesia è fondamentale per vivere e per soprav-vivere, e quindi anche per affrontare l’esistenza, le sue ingiustizie e le sue ferite. Infatti la Poesia aiuta a sentire di più e a pensare di meno.
Quando ha avuto la consapevolezza che la sua poesia toccava l’anima delle persone?
Tanti anni fa, dopo aver sperimentato altre arti come la musica, la pittura e la recitazione, sono tornato alla Poesia per affrontare me stesso, per conoscermi (meglio) e salvarmi. Alcune delle poesie che scrivevo, e parliamo degli anni universitari, le facevo regolarmente leggere ad alcune mie compagne, che rimanevano emotivamente sconvolte. Sono state loro a credere in me e a farmi credere in quello che chiamo dono e qualcun altro chiama talento.
Chi è Davide Rocco Colacrai oltre la poesia?
Davide Rocco Colacrai è metà uomo e metà bambino. L’uomo è molto disciplinato, preciso, organizzato, un infaticabile lavoratore, concreto in ogni cosa, non ama perdere tempo. Il bambino invece è un grande sognatore, un ribelle, curioso della vita in tutte le sue sfaccettature e non si arrende mai. La differenza principale sta nel fatto che l’uomo sorride poco mentre il bambino ha un senso dell’umorismo straordinario.
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