Il Venerdì Santo: morire per vivere

I simbolismi di riti millenari

L’incappucciamento e il vedere la morte. La giornata del Venerdì Santo nell’Agro nocerino-sarnese rappresenta la fase culminante del dramma della Passione con le processioni, che si svolgono in varie città nell’Agro nocerino-sarnese. Incominciamo dall’incontro negato fra la Vergine Addolorata e il Figlio morto, che si effettua a Pagani. Qui, nel pomeriggio, la Madonna, nero-vestita e con le spade che le trafiggono il petto, esce dalla Chiesa dell’Addolorata in contemporanea con la processione del Cristo morto, adagiato su un catafalco. Di sera poi, dopo il lento incedere dei processionanti, che mimano l’andamento di persone colpite da un lutto, l’emozione è attratta da uno strano rituale. Mentre la bara di Gesù entra nella Chiesa del Corpo di Cristo, la Vergine, nonostante la corsa dei portatori, si vede chiusa in faccia la porta del Tempio, che rappresenta la soglia degli Inferi, che Ella, in quanto viva, non può varcare. A questo punto regna il silenzio, interrotto solo dal pianto di molti fedeli.

Sovrani dominano invece a Sarno i paputi, gruppi di incappucciati bianchi (simbolo di Morte) e rossi (rinvianti alle lagrime di sangue della Passione). La parola paputo deriva dal latino pappus, che, significando “vecchio”, indica una condizione di passaggio verso un’altra Vita. Gli incappucciati seguono silenziosi degli itinerari prestabiliti, ripetendo così per le erte salite e gli angusti spazi del  centro storico il senso fondamentale della Pasqua, che è un Viaggio verso l’Altrove della Rinascita. Anche il cappuccio stesso (la cui etimologia si riallaccia a caput = “testa”) ricorda il copricapo conico, che in genere veniva posto sulla testa dell’iniziando a cui erano stati tagliati o bruciati i capelli: era questa una delle prove o imprese, alle quali egli era sottoposto per essere ritenuto degno di far parte della comunità degli iniziati.

 

Il simbolismo dei colori. Le cappe che i paputi sarnesi indossano sono bianche. Questo colore è non solo il simbolo della purezza, come generalmente si crede, ma soprattutto rinvia alla condizione di “coloro che, pur vedendo, non sono visti” a causa del loro carattere trasparente, e dunque ai Morti. Si afferma dunque l’esperienza della “morte per la vita”. Altri colori prevalenti sono il celeste (nel cingolo della Croce dell’Immacolata Concezione), che, essendo il colore del cielo, indica la profondità dell’Infinito in cui l’Uomo si smarrisce e si ritrova al tempo  stesso, ed il viola, che è il colore della temperanza e dunque dell’equilibrio fra Cielo e Terra. Solo i paputi della Confraternita di  San Matteo hanno la caratteristica specifica del cappuccio rosso, che rimanda alla sofferenza del sangue, alla intensità del fuoco e all’opposizione tra la Vita e la Morte: basti ricordare il significato del Mar Rosso, in cui alla morte del Faraone e degli Egiziani si contrappongono la vita e la salvezza del popolo eletto. Anche questo rinvio scritturale si inscrive nel messaggio di rinascita, tipicamente pasquale.

 

I canti delle Croci. I paputi sono accompagnati da cantori che intonano struggenti canti. Ecco i più significativi.

Il canto “Ecco la bella Croce”, individua immediatamente il simbolo stesso della Pasqua, la Croce, che Cristo ha trasformato da simbolo di infamia (in quanto era la pena riservata ai malfattori) a simbolo di salvezza perché diviene la “chiave che ci apre le porte del Cielo, che erano state chiuse” a causa del peccato. In un altro canto, “Ai tuoi piedi”, compare l’altra grande figura del Mistero della Pasqua: la Madonna. Ella, che nel canto è Colei che resta imperterrita ai piedi della Croce, è l’intermediaria fra  Dio e gli uomini.

Particolarmente struggente è il “Miserere”: in questo antico testo latino, segno della fusione tra la tradizione colta e la religiosità popolare, si leva alta la preghiera di perdono dal profondo del cuore. Il ciclo dei canti prosegue con “L’alta impresa”, in cui è esaltata la grandezza infinita di Cristo, che è sceso nel Regno delle Tenebre per risalire al Sole della vita e della Grazia. Il canto più cupo è “Tomba”, interpretato dai fedeli della Chiesa di Sant’Alfredo. Cristo è nella tomba: e intorno ad essa si stringe il cerchio dei fedeli, quelli di allora, quelli di oggi. Ma la Tomba è, al tempo stesso, anche il luogo da cui partirà il momento esaltante della Resurrezione.

 

Condividi questo articolo...Print this page
Print
Email this to someone
email
Share on Facebook
Facebook
0Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Pin on Pinterest
Pinterest
0

Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "La città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori).