Una, nessuna e centomila. Intervista a Francesca Colombo

Grande successo per “UNA , NESSUNA E CENTOMILA…🌺 “
📹 Dal 1 Marzo al 7 Marzo 2021: per 7 giorni abbiamo conosciuto 7 Donne, 1 storia al giorno …
Racconti di Donne che hanno combattuto e ce l’hanno fatta!🌺

La Social Media Manager Jessica Fiore e Rosanna Amato, titolare di ESTRO E STILE creazioni ed eventi, hanno dato vita, con grande intelligenza, ad un’iniziativa splendida che è riuscita a parlare al cuore di tutti. Esempi di vita scelti per emozionare ed emozionarsi, per essere d’esempio e per spronare. Un format pensato dalle donne per le donne ma che ha saputo conivolgere tante famiglie.

MediaVox Magazine ha scelto di essere media partner dell’evento con la rubrica CRONACHE DI SPERANZA.

Patrizia D’Amora ha intervistato per noi le 7 protagoniste….

Racconti di donne: intervista a Francesca Colombo

Francesca Colombo è stata una delle protagoniste dell’evento Una, Nessuna e Centomila – Le donne si raccontano, organizzato da Rosanna Amato e da Jessica Fiore. L’iniziativa è nata per dare voce alle storie di sette donne coraggiose e combattenti, che dall’ 1 al 7 Marzo hanno condiviso sulle pagine social dell’evento le loro esperienze di vita. Difficoltà, sogni e progetti realizzati: ogni donna ha svelato il proprio percorso personale, dimostrando di avere una forza d’animo incredibile, che vale la pena di raccontare e di far conoscere.
Francesca, cresciuta a pane e volontariato, è diventata una sociologa e un’ insegnante di scuola primaria. Ma quando smette di indossare gli abiti da insegnante, si trasforma nel suo alter ego “Scintilla”, grazie a un camice sgargiante e a un naso rosso, che la accompagnano tra le corsie d’ospedale, a contatto con situazioni di malattia e di solitudine.
Francesca, infatti, è volontaria e presidentessa dell’associazione Nasi Rossi Clown Therapy, che attualmente conta ben 55 volontari. La loro missione è quella di portare il sorriso a chi ne ha più bisogno: Francesca è convinta che una società migliore può nascere solo dall’impegno di tutti. Per i Nasi Rossi prendersi cura degli altri è la cosa più nobile e gratificante che si possa fare in un mondo governato dal profitto e dal materialismo. E Francesca pensa che non si tratti affatto di un’utopia: se tutti ci uniamo per uno scopo nobile e comune, possiamo creare una eco capace di dissolvere qualsiasi bruttura.

Nel tuo lavoro sei sempre a diretto contatto con i bambini. In base alla tua esperienza, secondo te qual è il segreto per comprenderli? Con i bambini bisogna creare un clima di fiducia e ci puoi riuscire solo abbassandoti al loro livello, mettendoti in parità completa. Non bisogna usare artifici, ma è importante parlare con semplicità, perché il bambino ha bisogno della vicinanza e di essere continuamente rassicurato. Lavorando in DAD noto che la difficoltà maggiore è proprio la distanza, che non ti permette di creare quel clima di vicinanza e di calore umano, di cui hanno tanto bisogno i bambini. Quello che cerco di fare è di rassicurarli, parlando il più chiaramente possibile delle difficoltà che anche noi adulti ci troviamo ad affrontare. Eppure, in tutto questo caos mi sono accorta di quanto grande sia la loro forza, perché in un mondo al contrario, come quello che stiamo vivendo, cercano comunque di ripristinare delle situazioni di normalità, facendolo in maniera semplice e disarmante. I bambini sono dei resilienti: sono loro a essere i veri coraggiosi in una situazione tanto difficile.

Da ormai 10 anni sei a diretto contatto con il sociale. Perché hai scelto di fare volontariato? Sono cresciuta a pane e volontariato, un’attività che svolgo innanzitutto per me stessa, perché amo quello che faccio e mi sento appagata nel farlo. Alla base c’è sempre la cultura del dono: nell’arricchire me stessa, riesco ad arricchire anche il prossimo. Facendo del volontariato attivo avviene sempre uno scambio, un arricchimento reciproco che non lascia mai a mani vuote.

“Ridere è la migliore medicina”: questo è il motto dell’associazione Nasi Rossi Clown Therapy, di cui sei presidentessa. Come ti sei avvicinata alla clownterapia? Facendo volontariato ho scoperto di avere una predisposizione caratteriale improntata all’ascolto. Un giorno ho iniziato a chiedermi cosa avrei voluto io, se mi fossi trovata in una situazione di difficoltà. E la risposta è stata che avrei voluto una persona vicino, che mi facesse sorridere. Purtroppo, nella vita, tutti noi siamo attraversati da una situazione di malattia, una condizione che può toccarci personalmente oppure indirettamente. Si tratta di una cosa che non puoi cambiare, ma quello che puoi fare è cambiare il contesto. In una situazione difficile, come lo è l’ambiente della corsia, quello che puoi fare è cercare di eliminare la solitudine: quale modo migliore di farlo, se non entrare in punta di piedi in una stanza d’ospedale, indossando un naso rosso? Il clown è una figura bizzarra, che ha il potere di far uscire fuori la parte più esilarante di noi. Riesce a entrare in punta di piedi in situazioni difficilissime, ma attraverso la risata riesce a stabilire un legame profondissimo con l’altro.

L’arma più potente di un clown è proprio la risata. Cosa significa per te “ridere”? La risata è un moto involontario. Nessuno ci insegna a farlo, nasce spontaneamente, perché è un’emozione primaria. Il clown, però, è una figura sempre tesa all’ascolto: quando si rende conto che una risata può non essere opportuna, mette il naso rosso in tasca e si pone all’ascolto dell’altro.

Come fai a gestire l’emotività di un lavoro così delicato? È complicato, anche se il tempo e l’esperienza mi hanno aiutato tantissimo. In passato ero molto più immischiata in quello che facevo; quando entravo in contatto con situazioni molto delicate, mi portavo a casa il peso di quelle situazioni e non le vivevo in modo sano. Con il tempo, ho sviluppato una sorta di autodifesa: entro in empatia con quella persona, entro nel suo mondo e vivo la sua situazione in maniera compassionevole. Ma nel momento in cui lascio quella persona e lascio quel luogo, devo sentirmi leggera, cercando di non mescolare lavoro e vita privata. Posso dirti che questo è un percorso delicato, che ciascuno di noi clown si trova a fare con se stesso: prima di arrivare a sviluppare questa sorta di corazza, bisogna darsi del tempo e fare delle esperienze. Solo così si può vivere bene questo lavoro, senza farsi del male.

C’è un episodio particolare al quale ogni tanto ripensi, e che ti dà sempre la carica e l’energia per continuare quello che fai? Ti racconto un episodio legato all’origine del mio nome da clown. Ogni volontario ha un nome, che rispecchia delle caratteristiche personali di ciascuno di noi. All’inizio non sapevo bene che nome darmi, e saltavo da un appellativo all’altro, perché non ne trovavo mai uno che mi rispecchiasse totalmente. Questo, fino a quando, un giorno, una mamma in pediatria mi si avvicinò per ringraziarmi di aver fatto sorridere sua figlia. E guardandomi, aggiunse anche che mi trovava diversa dagli altri. Le chiesi cosa volesse dire, e la signora mi disse che secondo lei avevo le scintille negli occhi: in quel momento, quella signora aveva notato una caratteristica che, da sola, non ero stata in grado di riconoscermi. Perciò, da quel momento sono diventata per tutti “Scintilla”.

Quali sono le realtà ospedaliere in cui opera l’associazione? Siamo a diretto contatto con tre grandi strutture: il reparto di oncologia per adulti, all’ospedale “Andrea Tortora” di Pagani; il reparto di pediatria e di oncoematologia pediatrica, all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore. Infine, la Residenza per anziani Oasi San Francesco, di Castellammare di Stabia. Ci rapportiamo, quindi, a tre tipologie di persone completamente diverse, e questo fa sì che anche il nostro approccio cambi in base a chi ci troviamo di fronte. Infatti, la condizione di malattia viene vissuta diversamente da ciascuno di loro. Mentre il bambino ha affianco un genitore o un parente che lo accompagna durante il suo percorso, l’anziano vive la sua situazione di malattia in completa solitudine e mostra un grande bisogno di parlare, per raccontarsi. L’adulto, invece, ha una consapevolezza diversa della sua malattia; di conseguenza, anche l’approccio nei suoi confronti cambia totalmente. La prima volta che siamo entrati in una stanza di un reparto oncologico per adulti siamo stati rifiutati. Ma il clown incassa, sa accettare il rifiuto e tenta comunque di stabilire un legame con quella persona. Dopo aver fatto ciò, la seconda affermazione al momento dei saluti, è sempre la stessa: quand’è che ritornate? E per un naso rosso non può esserci niente di più gratificante.

Com’è stato gestire quest’associazione in un momento così difficile, come la pandemia? Ci siamo reinventati, perché il clown è l’essere resiliente per eccellenza. Non è stato facile, perché la nostra associazione nasce per fare volontariato attivo; quindi, non potendo andare in corsia, abbiamo cercato di continuare il nostro operato con le video chiamate. Abbiamo messo in campo un’iniziativa che si chiama “Il Filo del Sorriso”: il nome simboleggia un filo, cioè un legame che non deve essere mai spezzato, nonostante la pandemia. Abbiamo cercato di creare un legame anche attraverso un’altra iniziativa via web, “FAVOlive”, con la lettura di favole rivolte principalmente ai bambini. Infine, durante il periodo natalizio, ci siamo dedicati ai senza dimora, con l’iniziativa “Vestiamo il prossimo”.

Generalmente quali sono le difficoltà che ti trovi a dover gestire quotidianamente? La cosa principale è mantenere il gruppo coeso. Siamo una comunità di 55 persone e condividiamo tutti lo stesso obiettivo. Ma ognuno di noi ha una propria personalità, idee diverse, oltre a una propria visione. La difficoltà più grande è proprio questa, cioè gestire un grande gruppo di persone, cercando di rendere tutti partecipi. La condivisione deve essere totale, ma non bisogna mai perdere di vista la nostra mission.

Quali sono i requisiti per poter diventare un volontario di Nasi Rossi? Innanzitutto, una grande empatia: questo è il requisito fondamentale, perché le situazioni che si vivono non sono facili; di conseguenza, se non c’è prossimità all’altro è tutto più complicato. Poi, bisogna avere uno spiccato senso dell’umorismo. Non bisogna essere per forza simpatici, ma bisogna prendersi poco sul serio, perché il clown è una figura che tende a esaltare i suoi difetti per scatenare la risata. Credo che uno dei requisiti fondamentali, per diventare un volontario di Nasi Rossi, sia saper accettare il proprio fallimento. Quando accetti le tue fragilità e le esalti, automaticamente le trasformi in un’occasione per scatenare una risata contagiosa.

Quali sono i futuri progetti dell’associazione? I Nasi Rossi non operano soltanto in ospedale, ma cerchiamo di portare un contributo sociale e culturale anche in altri ambiti, attraverso dei webinar specifici. A breve ripartiremo con FAVOlive, ma in questo mese di marzo ci sarà anche un’iniziativa rivolta alle donne. Abbiamo creato alcuni video a cura di donne che fanno volontariato attivo in altre associazioni che ruotano intorno alla nostra. Per il futuro… chi lo sa cosa ci riserverà! Noi siamo sempre in progress: il clown si adatta a tutto. Le nostre scarpe sono belle grandi e molto comode, perché il cammino da fare è davvero tanto.

Qual è la lezione più importante che hai appreso dal tuo lavoro? Ho imparato che da soli non si va da nessuna parte. Credo fortemente nella cooperazione, altrimenti non farei associazionismo. La comunità d’intenti, le buone prassi e il dono sono i valori che muovono il mio operato. L’arte del clown è un’antenna che serve a trasmettere e a condividere emozioni forti, come la gioia e la paura. Ma il clown fa di più: accende una luce che illumina il tabù della malattia, attraverso la risata. Tutti abbiamo bisogno di ridere.

Laureata in Giornalismo e Cultura editoriale all' Università di Parma nel 2018. Ha collaborato con italianradio.eu come articolista e conduttrice radiofonica di Radio Pizza Olanda, il canale di informazione per gli italiani residenti nei Paesi Bassi. Dopo una breve esperienza formativa negli studi di Radio ART si è trasferita in Svizzera e ha vissuto a Montreux. Appassionata di musica, moda, cinema e tecnologia. Attualmente, lavora per il Consorzio Gruppo Eventi.