Il settore della cultura è stato tra quelli più duramente colpiti dalla pandemia, che ha costretto alla chiusura forzata di cinema e teatri nazionali per tantissimi mesi. E a soffrire di questa situazione non è stato solo il pubblico, ma anche – e soprattutto – i lavoratori dello spettacolo.
Lo sa bene Tony Palma, attore cavese di caratura nazionale, che proprio durante il periodo dell’emergenza Covid avrebbe dovuto esordire sul grande schermo con due film.
Per uno strano scherzo del destino uno di questi titoli è Il caso Salice, di Carlo Giuseppe Trematerra, un film disponibile già da qualche mese sulle piattaforme di streaming Amicafilm e Amazon: Tony interpreta un medico ospedaliero. Nella pellicola, un chimico (interpretato dal compianto Biagio Gragnaniello) crea dieci fiale contenenti un virus letale. Una di queste gli viene sottratta da un’organizzazione criminale, che minaccia di usarla per sterminare l’umanità. Chi avrebbe mai potuto immaginare che, di lì a poco, avremmo fatto realmente i conti con un virus letale? Di certo non l’instancabile Palma, che nel frattempo si stava preparando per uscire nelle sale anche con un altro film importante.
Si tratta di Credo in un solo Padre, l’opera prima del regista Luca Guardabascio, attualmente disponibile sulla piattaforma CHILI. La vicenda del film è basata su fatti di cronaca realmente accaduti in una località tra la Campania e la Basilicata negli anni ’50. La vita di una famiglia è sconvolta da crudi rituali di violenza domestica quotidiana. In paese tutti lo sanno ma tacciono, diventando i complici silenziosi di quello squallore e della schiavitù imposta alle vittime degli abusi.
Due film importanti, dunque, che vanno ad aggiungersi al fittissimo curriculum di Tony Palma, ricco di esperienze varie nel mondo dello spettacolo, dove è continuamente coinvolto per nuovi ruoli.
Lo avrete già capito: nemmeno la pandemia è riuscita a fermare l’energico temperamento di Tony Palma, che in questa speciale intervista si racconta, parlando di sé e delle sue esperienze professionali, senza lesinare consigli ai giovani aspiranti attori.

L'INTERVISTA

La pandemia ha stravolto i piani di tutti, ma il mondo dello spettacolo è quello che paga ancora le conseguenze di tante, troppe chiusure. Come ha affrontato il lockdown? È stata davvero dura, anche perché sono un uomo dinamico, ed è difficile tenermi fermo. Ma come tutti, ho dovuto adattarmi alle imposizioni e rispettare le regole. Per fortuna esiste il web, che ha un po’ alleviato la distanza fisica, oltre a consentirmi di promuovere i due film rimasti in standby durante la pandemia.
Tra questi due film c’è “Il caso Salice”, nel quale interpreta il ruolo di un medico: si narra di un virus letale che minaccia il mondo Quasi una profezia di quello che sarebbe successo per davvero, di lì a pochi mesi… Proprio così! Una coincidenza assurda, che nessuno poteva immaginare sarebbe diventata una realtà con la quale avremmo fatto presto i conti. Ricordo ancora quando mi sono complimentato con Antonio Scardigno, per l’idea della sceneggiatura: l’ho trovata subito interessante, perché si tratta di un thriller avvincente, dove non mancano suspance e scene d’azione molto forti. Un film assolutamente da vedere.
L’altro film, invece, è “Credo in un solo Padre” di Luca Guardabascio, uscito l’8 marzo in occasione della giornata delle donne. Un film incentrato sulla violenza di genere, tema tristemente attuale. Cosa ha significato per lei parteciparvi? In passato, questi fatti di cronaca così efferati avvenivano proprio come oggi, anche se non se ne sapeva nulla. Io stesso, da ragazzo, non potevo mai immaginare che ci fossero degli uomini tanto gretti! Per me la donna è sempre stata una figura da venerare. Negli ultimi vent’anni l’esplosione dei femminicidi mi ha davvero impressionato, e non nascondo che sono disgustato da questi continui casi di cronaca, nei quali ogni giorno veniamo a conoscenza dell’ennesimo femminicidio. La partecipazione a questo film, anche se in un ruolo secondario, per me è stata fondamentale: ho affiancato Massimo Bonetti e il grandissimo Flavio Bucci nella sua ultima apparizione sul grande schermo. La sceneggiatura, invece, prende spunto da vicende reali, raccontate nel libro-inchiesta “Senza far rumore” di Michele Ferruccio Tuozzo. Si tratta di un film con un alto valore sociale, che in un momento storico come questo rappresenta un’importante denuncia contro l’omertà e la violenza.
Vorrei chiederle degli inizi della sua carriera. Quando ha deciso di voler fare l’attore? Ho iniziato a 14 anni, ero proprio giovanissimo. Mi recai con un amico al Centro Studi d’Arte di Napoli, dove c’era un maestro che mi notò subito e mi suggerì di provare la carriera di attore teatrale. Ho iniziato a studiare recitazione e mi sono appassionato sempre di più a questo mondo, cercando di fare quante più esperienze possibili. Poi, nel 2000, ho deciso di lasciare il teatro per la televisione. Tentai di entrare nel cast della serie “La Squadra”, il famoso serial di Rai Tre, ed è lì che ho avuto una svolta di carriera, diventando un noto volto televisivo. Da quel momento è iniziata la gavetta in televisione con tanti piccoli ruoli per soap, fiction e film tv di cui vado orgogliosissimo.
Fotoromanzi, teatro, cinema e televisione. Nella sua carriera c’è davvero di tutto: ma, tra questi, quale mezzo è quello che preferisce? Il cinema, che è anche il mezzo più complicato con il quale emergere e avere successo. In Italia ci sono davvero tantissimi attori e ovviamente non tutti possono aspirare a diventare celebri. La televisione dà spazio a tutti e, da questo punto di vista, è più semplice avere successo come personaggio televisivo. Il cinema, invece, soprattutto negli ultimi decenni, è diventato molto più chiuso rispetto al passato: secondo me, riuscire a farsi notare tra tanti aspiranti attori è molto complicato.
Adesso, se dovessero proporle un ruolo da protagonista in un film, cosa le piacerebbe interpretare? Nella mia carriera ho interpretato tantissimi personaggi diversi. Medico, avvocato, poliziotto, malavitoso…insomma non mi sono fatto mancare niente! Eppure, non ho mai interpretato un ruolo sentimentale. Ecco: mi piacerebbe interpretare proprio una figura diversa, meno “dura” e più “umana”. Un sentimentale, insomma!
Rimaniamo in tema di futuro, ma questa volta con uno sguardo rivolto ai giovani. Cosa consiglierebbe a tutti quei ragazzi che vorrebbero diventare dei futuri attori? Il consiglio che mi sento di dare ai futuri giovani attori è di studiare e di non prendere mai delle facili scorciatoie. Mi spiego meglio: oggi è sempre più frequente trovare sul set delle persone che non fanno gli attori di professione. Magari si trovano lì solo perché conoscono qualcuno della produzione; però, approfittando di queste scorciatoie, si toglie il lavoro a chi professionista lo è per davvero! Con l’impegno e le proprie forze si arriva comunque lontano: ci vuole tempo, è vero, ma la soddisfazione è impagabile.