Jennifer

Salerno: Rassegna teatrale “Il gioco serio del teatro…”. In scena, la Jennifer di Antonello De Rosa

Articolo di Giovanna Sica

Forse, per me la serata dell’11 giugno è cominciata quella mattina di maggio scorso che ho comprato dei pantaloni bianchi. Sì, forse è stato lì, in mezzo a quel candore da godere e da indossare, che ho deciso che doveva finire il tempo vissuto per negazione, scandito da parole dagli effetti collaterali pesanti. Tampone distanziamento mascherina. Ricoveri paura. Streaming streaming e ancora streaming. Poi -Dio ti ringrazio- immischiate nell’aria dolce di primavera, sono arrivate anche parole di speranza. Vaccino ripartenza rinascita. Con le dovute cautele dobbiamo tornare a vivere -adesso-, o forse non avremo mai più il coraggio di ributtarci nel mondo, in mezzo a quella irresistibile ammuina che è la vita.


Ed eccomi in compagnia della mia amica Valeria, nel quadriportico del Museo Diocesano San Matteo di Salerno. Ci accoglie con accorata gentilezza Pasquale Petrosino, organizzatore della rassegna teatrale “Il gioco serio del teatro…”. Fra poco, Antonello De Rosa, attore, regista teatrale e direttore artistico di questa kermesse, indosserà per i presenti la vestaglia damascata della sua adorata Jennifer. Presenti, che bella parola.

Le cinque rose di Jennifer è un’opera teatrale del drammaturgo napoletano Annibale Ruccello, rappresentata per la prima volta nel 1980. Siamo negli Anni ’70, Jennifer è un travestito e vive a Napoli, in un quartiere dove un serial killer sta facendo strage di trans. La notizia arriva dalla radio anche in casa di Jennifer, ma lei si comporta come se la cosa non la riguardasse; l’urgenza di vivere o morire per lei sta in un altro suono, nello squillo del telefono. L’innamorata sta aspettando la chiamata di Franco, un ingegnere del Nord con cui si illude di aver intrapreso una relazione amorosa. Il telefono di Jennifer squilla molte volte, ma non è mai Franco: a causa di un disguido della rete telefonica le giungono, dalla cornetta, voci di persone che non cercano lei, a cui la donna si aggrappa con tutta la sua disperata solitudine. Cerca di imbastire conversazioni, confidenze, possibilità di vita altra attorcigliandosi fra le mani quell’unico filo che la lega al mondo. E intanto si prepara per il suo amato che potrebbe arrivare all’improvviso, mentre la radio va con dediche d’amore e canzoni struggenti, grani di un rosario che anche Jennifer si fa scorrere fra le mani.

L’interpretazione di Antonello De Rosa è immensa compassionevole spietata emotiva lucida. Jennifer ha tante sfumature, fisiche e psicologiche, lui le conosce tutte. Gesti sguardi movenze accenni attese silenzi. Le parole non dette sono più potenti di quelle urlate con disperazione. Le suggestioni, più chiare delle proclamazioni. Jennifer si fa la barba ma il riverbero della sua femminilità, (l’interpretazione è di Marianna Avallone), ce la restituisce danzante, sublimando attraverso delicati voli un passo a due che per me è stato il momento più poetico dello spettacolo.

Qualche anno fa intervistai De Rosa, lui allora mi confidò che da bambino aveva rubato il vestito da spagnola della sorella perché in quello di Don Chisciotte, che la mamma aveva scelto per lui, non ci si ritrovava proprio per niente. E che la genitrice, quando lo vide danzare in mezzo ai pizzi e ai merletti come una ballerina di Siviglia, gli diede un sacco di mazzate. “Eppure”, aggiunse l’attore, “nella mia memoria di quell’episodio non c’è traccia delle botte, ma solo della felicità di un bambino che si era infilato nell’abito che lo faceva stare bene”.

Ecco, a me stasera sembra di assistere alla stessa scena, mentre osservo Antonello ricamare cerchi nell’aria, con addosso una vestaglia da regina, muovendosi su tacchi altissimi su cui si mantiene in equilibrio da 27 anni. Eh sì, ben 27 dalla prima volta che appena diciottenne andò a rimestare nell’anima tormentata del personaggio di Ruccello, una donna semplice, all’antica, che voleva solo essere reclamata dall’uomo che credeva suo. Jennifer non ce la fa, è troppo straziante la promessa non mantenuta dell’amore, il suo cuore già troppe volte è stato trattato come carta sporca.
Jennifer si arrende. Scende dai tacchi. Si toglie il corpetto con le coppette che lei non ha mai riempito con la grazia delle mammelle. Si veste da maschio e si spara. Per vivere e amare aveva sentito la necessità di esser donna. Per morire, per chiudere il cerchio della sua esistenza, torna uomo.

A teatro, come nella vita, non si inventa niente, tutto è trasformazione. La telefonata, forse proprio quella che Jennifer aspettava, arriva quando lei non può più rispondere.
Faccio fatica ad accomiatarmi da Jennifer, ma devo raggiungere Antonello e chiedergli cosa significa per lui interpretare da 27 anni questo personaggio.
Il perfomer è spossato, si sfila con calma i brillanti blu posizionati ai lati degli occhi, eppure non sbiadisce la luce che s’allarga dai suoi occhi.

Nel testo di Ruccello trovo sempre nuovi e straordinari pensieri. Progetti, riflessioni, visioni. È come se Jennifer evolvesse a ogni nostro incontro, e io non smetto mai di stupirmi di fronte a lei. Io sono cresciuto assieme a Jennifer; 27 anni fa ero un ragazzino, non avevo la barba, e volevo dare di lei l’idea di un travestito giovane, volevo che lei mi assomigliasse. Col tempo ho capito che Jennifer non è solo quello che si vede: lei vive imprigionata in un corpo da uomo ma è profondamente donna.” Antonello, stasera sei tornato a esibirti dopo 15 mesi di silenzio. Cos’hai provato?Quindici mesi duri anche perché, come ben saprai, la mia categoria è stata fra quelle più bastonate. Quindici mesi in cui mi sono dovuto adattare: ho lavorato sulle piattaforme digitali, è stato un rimedio necessario. Ma il teatro si fa dal vivo, in presenza di un pubblico perché è lì che nasce la magia, nell’incontro fra la storia che portano in scena gli attori e il pubblico. Tu mi chiedi cosa ho provato stasera. Ho sentito la magia, l’ho vista negli occhi delle persone presenti”. Antonello, un’ultima domanda e ti lascio andare. Nel testo di Annibale Ruccello, il personaggio di Anna, interpretato così bene stasera da Caterina Ianni, è un travestito alla stregua di Jennifer. Come mai tu hai scelto di farlo diventare una donna? Io sono sempre più convinto che la solitudine appartiene a tutti gli esseri umani, senza distinzione di genere. E allora ho voluto fortemente che l’altro personaggio fosse una donna, anche perché così ho messo di fronte a Jennifer un alter ego che prepotentemente le ricorda il limite della sua condizione: la sua ricerca ossessiva della femminilità non potrà mai arrivare al livello profondo che, secondo me, lei desidera. La maternità”.


Viva il teatro, viva la magia che si rinnova con gli spettacoli in presenza.
Presenza, che bella parola.

Articolo di Giovanna Sica

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