Hirundo

Libri / Recensioni

Carmine Pelosi pubblica il suo primo Romanzo: “Hirundo“. Un libro da leggere e rileggere per assaporare l’Universo giovanile, provare sulla pelle i tormenti dell’età dell’incertezza e gioire dei colori forti della vita. Consigliatissimo!


Gli anni del liceo, si sa, sono impossibili da dimenticare: sono quegli anni in cui una verifica o un’interrogazione in più appaiono come problemi insormontabili; quelli in cui si iniziano a provare sentimenti più “adulti”. Sono gli anni della spensieratezza sommersa, quella che si vive e si lascia passare quasi senza accorgersene. Quella che, se fatta notare, viene sempre sminuita come se si trattasse di un’iperbole.
Eppure è proprio in quegli anni che i sogni iniziano a guardare in faccia la realtà, la vita vera che non è sempre incanto ma, anzi, è fatta soprattutto di cuori spezzati e di compromessi, di difficoltà e disincanto. Proprio di questo momento sospeso parla “Hirundo – il racconto di un volo”.

Hirundo – il racconto di un volo è l’opera d’esordio del giovanissimo scrittore avellinese Carmine Pelosi: pubblicato dalla Casa editrice no profit “Per caso sulla piazzetta”, il romanzo è stato presentato in occasione della rassegna Dante 700 in una serata speciale intitolata “Dante…e i giovani”, dedicata alla scoperta dei giovani talenti locali.


Protagonista del romanzo è Carlo, un ragazzo che divide le sue giornate tra l’amore per la palestra, le incomprensioni con gli insegnanti a scuola e le uscite con gli amici. La vita di Carlo scorre serena, forse un po’ troppo: nel piccolo paese in cui vive, il ragazzo si sente le ali tarpate e percepisce, in fondo, la lontananza di quel posto dai suoi sogni, troppo grandi perché quel borgo e quella vita possano contenerli.
Ma la vita, soprattutto a quell’età, cambia velocemente e ideale e realtà si rincorrono e si sfiorano senza soluzione di continuità. E proprio di questo si accorgerà il protagonista quando, quasi per caso, nella sua vita piomberà una ragazza, Giorgia…

Parlando di “Hirundo“, Carmine Pelosi lo ha definito come un “suo primo esperimento narrativo per uscire dalla quotidianità in cui molti giovani della sua epoca si ritrovano“. E di esperimento si può parlare, infatti, dato che Pelosi, rovesciando il classico schema del romanzo di formazione, costruisce un altro tipo di parabola narrativa più in linea con la visione della propria generazione e del proprio background.
Carlo aspira a diventare qualcuno e a fare della sua esistenza qualcosa di grande, d’altro canto, però, tra le pagine affiora anche il suo forte senso di appartenenza e il suo grandissimo affetto verso gli amici, con cui condivide confidenze e passioni (sport in primis). E proprio in questo sentimento bifronte, questa doppia voglia malinconica di partire verso terre lontane e, contemporaneamente, di non perdere i legami di una vita che possiamo rintracciare il significato più profondo del titolo e di quel “volo” in esso contenuto.
L’istinto di partire, di lasciarsi alle spalle tutto e di plasmare una nuova vita con le proprie mani è fortissimo: è una forza primordiale che muove tutti i giovani (e non solo) verso nuove esperienze, nuovi incontri e nuove avventure. Ma, proprio come i pulcini che si apprestano a lasciare il nido, per abbracciare questa forza, spiccare il salto decisivo e librarsi c’è bisogno innanzitutto di coraggio: quello è l’ingrediente fondamentale.

Il coraggio di andare avanti, nel percorso della vita, procedendo attraverso una strada che ti si sgretola alle spalle: per quanto intensi e meravigliosi possano essere gli amori, le amicizie e i legami prima del grande salto, bisogna essere consapevoli che, se ci si guarda indietro durante il cammino, si potrebbe scoprire che essi sono franati e perduti insieme al sentiero già battuto.
Questo è il sentimento di cui parla, in fondo, il romanzo di Carmine Pelosi.
Ed è riconoscibile, indifferentemente dalla generazione di appartenenza e dall’età anagrafica poiché, spiccare il volo, è e sarà per sempre il sogno più grande di qualsiasi uomo.

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Laureata in Letteratura italiana all' Università di Salerno, ha poi conseguito un master in Cinema e Televisione diretto dal produttore Nicola Giuliano presso il Suor Orsola Benincasa di Napoli: grazie a questa esperienza ha partecipato al Roma Fiction Festival 2016 con un progetto di serie inedito. Lettrice onnivora e famelica, nel tempo che avanza è sceneggiatrice e scrittrice. La sua passione più grande sono le belle Storie: le scrive, le legge, le guarda e le gioca.