The Book of Vision. Intervista al regista Carlo S. Hintermann


Dall’8 luglio nelle sale italiane è arrivato The Book of Vision, regia di Carlo S. Hintermann. Nel cast Charles Dance, Lotte Verbeek, Sverrir Gudnason, Isolda Dychauk e Filippo Nigro

The Book of Vision è la visionaria opera diretta da Carlo S. Hintermann con la produzione esecutiva di Terrence Malick.

Hintermann partecipa alla rinata stagione cinematografica, distribuendo il suo primo lungometraggio di finzione in Italia. Il film ha ricevuto una candidatura ai David di Donatello per i Migliori effetti visivi VFX a Renaud Quilichini e Lorenzo Ceccotti, e ben 3 nomination ai Nastri D’Argento: Miglior Regista Esordiente, Miglior Montaggio e Migliori Costumi.

Dopo aver aperto la 35° edizione della Settimana Internazionale della Critica nell’ambito della 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, The Book of Vision esce finalmente sul grande schermo per tornare a emozionare e intrattenere il pubblico italiano con una storia appassionante e attuale, che accompagnerà lo spettatore in un suggestivo viaggio attraverso il passato e il presente, la vita e la morte, il dolore più profondo e l’amore incondizionato .

Eva (Lotte Verbeek) è una giovane e promettente dottoressa che abbandona la sua carriera per immergersi nello studio della storia della medicina. Mette in discussione tutto: la propria natura, il proprio corpo, la propria malattia e un destino che sembra segnato.
Johan Anmuth (Charles Dance) è un medico nella Prussia del Settecento, in bilico tra nuove spinte razionaliste e antiche forme di animismo.
Book of Vision è il manoscritto, capace di intrecciare le loro esistenze in un vortice ininterrotto. Lontano dall’essere un testo scientifico, il libro contiene le speranze, le paure e i sogni di più di 1800 pazienti: il medico prussiano sapeva come ascoltarli e il loro spirito vaga ancora tra le pagine, dove vita e morte fanno entrambe parte di un unico flusso. La storia di Anmuth e dei suoi pazienti darà così a Eva la forza per vivere appieno la propria vita, comprendendo che niente si esaurisce nel proprio tempo.

Oltre a Charles Dance (attore inglese star della serie TV Game of Thrones) e a Lotte Verbeek, molto nota al mondo delle serie TV (The Black List, Outlander, I Borgia), nel cast ci sono anche Sverrir Gudnason (protagonista di Borg McEnroe), Isolda Dychauk (I Borgia, Faust, TwoGirls) e Filippo Nigro.
Il film, co-prodotto con LuminousArts Productions (UK) EntreChien et Loup (Belgio) e con Rai Cinema e il sostegno della Direzione Generale Cinema e la Provincia di Trento, è una produzione imponente con immagini uniche, realizzate da un cast tecnico di prim’ordine.

Direttore della fotografia è Joerg Widmer, tra i più celebrati direttori della fotografia europei. Scenografo David Crank, candidato all’Oscar® 2021 per il film Notizie dal mondo e considerato uno dei più talentuosi scenografi americani. Grande importanza è data ai costumi, curati da Mariano Tufano, che ha lavorato in un grande numero di film italiani e internazionali (Il Piccolo Mondo Antico, L’importanza di chiamarsi Ernesto, La passione di Cristo, Tristano e Isotta e Nuovomondo – Leone d’argento e Rivelazione alla Mostra del cinema di Venezia, 2006 – con il quale ha vinto il David di Donatello per i costumi nel 2007) e costumista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio.

MediaVox Magazine ha avuto il piacere di intervistare Carlo S. Hintermann, che è stato anche uno degli illustri relatori intervenuti al webinar “Giovani e Pandemia – Aspetti di diritto, aspetti psicologici, consigli medici e una finestra sul mondo della cultura”. Il Convegno è stato ideato e fortemente voluto dalla giornalista Giovanna Passariello

Durante l’evento il regista ha svelato alcuni retroscena di The Book of Vision (girato prima dell’avvento della pandemia) e ha dibatutto sull’importanza di riconsiderare come opportunità un momento storico così particolare, che ha mostrato, ancora una volta, tutta la nostra fragilità di esseri umani.

L’INTERVISTA

The Book of Vision è stato realizzato prima dell’era Covid, ma è stato ufficialmente presentato al 77° Festival Internazionale del Cinema di Venezia, quando oramai eravamo prossimi all’avvicinarsi della seconda ondata pandemica. In che modo è stato accolto dalla critica? E lei, come ha riletto il suo film alla luce dei recenti accadimenti? The Book of Vision è stato girato prima della pandemia, ma già conteneva al suo interno alcune delle tensioni che sarebbero diventate cruciali nel periodo “sconvolgente” che ci è toccato vivere. A questo riguardo credo che il filosofo Felice Cimatti abbia colto in modo impeccabile i punti cardine su cui ruota il film (https://www.fatamorganaweb.it/tag/the-book-of-vision/). The Book of Vison è un film sul corpo, un corpo che attraversa il tempo e lo spazio, e che vive la malattia come occasione per riscrivere la propria storia. In questo credo che sia immerso nel tempo che stiamo vivendo. Essendo un film molto libero è interessante il dibattito che si crea intorno alla sua ricezione. Quando il cinema è vitale stimola posizioni contrapposte e credo questo sia un buon segno. Di solito non leggo mai quello che viene scritto su un mio film, ad eccezione di quello che scrivono le persone che stimo e che rappresentano per me un punto di riferimento. Penso davvero che una volta presentato al pubblico, ognuno ricomponga e in fondo crei la propria “visione”, in un certo senso il film non ci appartiene più ma diventa un abitante del mondo.

The Book of Vision è un film di respiro internazionale, girato tra il Belgio e l’Italia. Lei ha puntato a un cast prevalentemente internazionale, con attori provenienti da diversi Paesi. Come si è trovato a lavorare con tutti loro? Ha avuto qualche difficoltà a gestire i diversi approcci? Amo molto il lavoro con gli attori. Sono cresciuto in teatro assistendo agli allestimenti degli spettacoli di mio padre, Carlo Hintermann, e ho trovato sempre straordinario quel tempo condiviso nel dare forma a qualcosa di miracoloso. Quello che mi interessa degli attori è il loro bagaglio umano, non ha importanza quindi da dove provengano e che lingua parlino, ha importanza l’esperienza che sono pronti a condividere per dare vita a un personaggio. In fondo questo facciamo: “diamo vita”. Tutti gli attori protagonisti del film sono stati molto generosi e hanno donato molto di loro stessi. Quindi non ho trovato difficoltà, al contrario ho trovato terreno fertile per costruire il film insieme a loro.

Pur trattandosi di un film di finzione appartenente al genere fantasy, la storia della protagonista Eva, in realtà, potrebbe tranquillamente essere la storia di chiunque. Come mai ha scelto come protagonista proprio una figura femminile dal nome così evocativo? Volevo realizzare un film in cui il femminile fosse protagonista. Non solo come una mera questione di genere, ma come una forza ancestrale che innerva il mondo. Quindi la protagonista non poteva che chiamarsi Eva, ai miei occhi è la prima donna al mondo, forse anche la prima donna nell’universo. Gli uomini sono dei satelliti che ruotano attorno a questo polo luminoso. Non è un caso che tutti i padri del film, siano dei padri occasionali, casuali, mentre è la donna che spinge il mondo verso il futuro, sia esso incarnato da un nuovo figlio che dall’incessante evolversi della natura.

Oggetto centrale della trama è il ritrovamento da parte di Eva di un libro-diario, appartenente a un medico ante litteram del ‘700 che aveva racchiuso in esso i sogni, le paure e le speranze dei suoi pazienti. Perché ha scelto proprio il Settecento come epoca di indagine? E’ il secolo in cui si è consumato il divorzio tra la ragione e lo spirito. Il Settecento è una matrice imprescindibile del mondo in cui viviamo. Da quel divorzio scaturisce una visione polarizzata che confina la natura e il mondo animale come separato dal percorso umano. La grande chance che viviamo ora è quella di trovare una nuova sintesi, di considerarci finalmente parte della natura, e di riappropriarci del portato spirituale che in essa alberga. Una spinta vitale che in realtà porti a considerare una nuova immanenza: vivere come parte di un tutto inestricabile, per certi versi indiscernibile. A questo proposito prendo sempre a esempio le parole di Ungaretti che descrivendo la forza primigenia della poesia di Leopardi, evoca il segreto come elemento imprescindibile, come qualcosa che vada preservato dalla tendenza insterilente dell’intelligenza. Non dobbiamo capire tutto, al contrario quello che sfugge alla comprensione è l’elemento che più ci informa.

Lei ha messo in scena le ansie e le paure della protagonista Eva attraverso le immagini, dichiarando che il suo obiettivo dietro la macchina da presa era quello di cogliere il rimosso, quel qualcosa che sfugge all’orizzonte di percezione che abbiamo. Secondo lei, perché la società odierna (rispetto a qualche secolo fa) ha più paura della morte? Oggi viviamo sicuramente meglio e più a lungo rispetto al ‘700, eppure parlare di morte è un vero tabù… E’ proprio perché viviamo meglio e più a lungo che abbiamo rimosso la morte come uno degli accadimenti della vita. La morte non esiste, esiste la cessazione di uno stato che è solo il prodromo all’accadimento di uno stato nuovo. Le tracce che lasciamo in quella che chiamiamo “vita” continuano a proliferare, siamo dei semi che solo con la morte potranno germogliare. E di nuovo torna centrale la forza del mistero: una parola, un’azione, un gesto che non si esaurisce in un tempo dato. Rendere omaggio a questo mistero significa fare pace con la morte, senza relegarla al rimosso.

Durante il webinar “Giovani e Pandemia”, lei ha dichiarato che il risultato del film l’ha spinta a riflettere su alcune abitudini che avevamo prima della pandemia. A quali abitudini si riferisce? Cosa rimpiange di più della sua vita pre-Covid? La pandemia ha ridisegnato la socialità. La più grande mancanza è la condivisione collettiva, il sentirsi un corpo sociale. Lo scambio che avviene guardandosi negli occhi. Allo stesso tempo viviamo un momento straordinario, l’occasione di archiviare definitivamente l’antropocene, il tempo in cui tutto ruota intorno all’uomo. Essere parte della natura e quindi del mondo animale, può davvero portarci a una nuova consapevolezza: è tempo di scavalcare i generi ma anche le specie.

Prima di salutarci, vorrei chiederle se ha già in mente qualche spunto per il suo prossimo film. Cosa le piacerebbe girare prossimamente? Ho scritto un nuovo film proprio sulla necessità di mutare e di entrare a pieno titolo nel regno animale. Un viaggio inarrestabile verso la libertà.


Biografia / REGIA E SCENEGGIATURA
Carlo S. Hintermann è un regista e produttore italiano e svizzero. Dopo essersi diplomato
in percussioni classiche e aver studiato Storia del cinema in Italia, si diploma in regia negli
Stati Uniti. Realizza una serie di cortometraggi e successivamente insieme a Luciano
Barcaroli, Gerardo Panichi e Daniele Villa dirige il the documentaro Rosy-fingered Dawn:
un film su Terrence Malick, seguito da Chatzer: Inside Jewish Venice (Turino Film Festival,
2004). Successivamente realizza il corto di animazione H2O (Festival di animazione di
Annecy, 2007) insieme a Studio Brutus. Nel 2010 Produce e dirige l’unità italiana del film
di Terrence Malick The Tree of Life (Palma d’oro al Festival di Cannes, 2011) e realizza il
documentario The Dark Side of the Sun (Festa del cinema di Roma, Extra, 2011 –
Menzione speciale della giuria – premio Enel Cuore) esplorando la relazione tra
animazione e riprese dal vero. Nel 2013 realizza lo spot per la Giornata mondiale delle
malattie rare, in collaborazione con Annie Lennox degli Eurythmics, seguito dallo spot per
la campagna del 2015, entrambi realizzato con lo studio di stop motion Moonchausen.
Come produttore insieme a Gerardo Panichi produce una serie di film, corti e documentari tra cui Tsili di Amos Gitai (Mostra Internazionale del cinema di Venezia, 2014), Rabin: The Last Day di Amos Gitai (Mostra Internazionale del cinema di Venezia, 2015), Monte di Amir Naderi (Mostra Internazionale del cinema di Venezia, 2016 – Glory to the Filmaker Award), Dal Ritorno di Giovanni Cioni e Rhinoceros di Kevin Jerome Everson.
All’attività di cineasta accompagna anche quella di musicista, compositore e scrittore di cinema, realizzando- insieme a Luciano Barcaroli e Daniele Villa – i volumi ‘Addio terraferma: Ioseliani secondo Ioseliani’, Ubulibri 1999; ‘Una storia vera – The Straight Story’, Ubulibri 2000; ‘Il cinema nero di Takeshi Kitano: Sonatine – Hana-Bi – Brother’, Ubulibri 2001; ‘Scorsese secondo Scorsese’, Ubulibri 2003 e ‘Terrence Malick: Rehearsing the Unexpected’, Faber & Faber 2015.

PRODUTTORE ESECUTIVO
Terrence Malick è uno dei registi e produttori più iconici del cinema americano. Il suo film di
debutto Badlands è del 1973. Il suo secondo film, Days of Heaven, vede la luce nel 1978, dopo il quale segue un lungo periodo di lontananza dal set. Il suo terzo film, il dramma bellico The Thin Red Line, viene distribuito nel 1998. Per il suo contributo artistico, Malick viene considerato tra i più influenti registi contemporanei. È stato candidato all’Oscar come miglior regista e come autore della migliore sceneggiatura non originale con The Thin Red Line, vincendo anche l’Orso
d’oro al 49° Festival di Berlino. Nel 2011 ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes con The Tree of Life, cui segue il premio SIGNIS per To the Wonder, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2012. Dal 2014 a oggi ha realizzato i film Knight of Cups, Voyage of Time, Song To Song e A Hidden Life presentato al Festival di Cannes nel 2019.

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Laureata in Giornalismo e Cultura editoriale all' Università di Parma nel 2018. Ha collaborato con italianradio.eu come articolista e conduttrice radiofonica di Radio Pizza Olanda, il canale di informazione per gli italiani residenti nei Paesi Bassi. Dopo una breve esperienza formativa negli studi di Radio ART si è trasferita in Svizzera e attualmente vive a Montreux. Appassionata di musica, moda, cinema e tecnologia.