Canto degli esclusi

Salerno, "Irno Festival" al Duomo. Splendida interpretazione di Alessio Boni e Marcello Prayer

Sono nata il 21 a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle, potesse scatenar tempesta”.
Comincia così Canto degli esclusi di Alessio Boni e Marcello Prayer.
Due uomini vestiti di nero davanti a un leggio e nulla più. Nessun orpello che possa distrarre dai versi intensi di Alda Merini.
Quarantasei poesie, quarantasei, come gli elettroshock che la poetessa meneghina subì in manicomio.
Alda Merini partorì quattro figli che le furono portati via. Un dolore straziante attraversò la sua vita. La poesia le cascava addosso e lei doveva metterla fuori. Liberarla, liberarsene, con urgenza indicibile, prima che la testa la lasciasse sbiadire, come succede ai sogni al risveglio. Ecco perché preferiva dettare anziché scrivere i suoi componimenti: ad annotarli direttamente lei, c’era il rischio di perdere quel filo d’argento che le partiva in testa e le disegnava parole e voragini.
Il mio primo trafugamento di madre avvenne in una notte d’estate quando un pazzo mi prese…
Boni e Prayer voltano fogli all’unisono, nel silenzio della sala si sente solo il fruscio della carta. E le loro voci che si guardano si riconoscono si rincorrono si sorpassano. E poi si aspettano. Alla fine di ogni poesia. Alla fine di ogni capriola emotiva in cui ci siamo dentro anche noi che ascoltiamo, tutti noi che abbiamo voglia di accogliere questa emozione lunga sessanta minuti ma molto più larga, che non perderemo finito lo spettacolo.
L’anima mia scorre verso di Te come la luce…”.
Il concertato a due non dà tregua, alle voci degli attori s’aggancia quella di Alda, da un altro tempo, purtroppo non replicabile. Alessio e Marcello ci consegnano le parole della Merini anche con le mani, mano destra per il primo e sinistra per il secondo; le altre due ben aggrappate al microfono. Una specie di danza non sincronizzata, dove ognuno dei due segue il suo volo, per poi atterrare sempre assieme.
La fede è una mano che ti prende le viscere, la fede è una mano che ti fa partorire”.
Sussurri sospiri suggestioni apparizioni vaneggiamenti svelamenti spasmi. In ordine sparso i due uomini restituiscono, a colpi di lampi e sgraffi, tutto il mondo immaginifico della Merini. L’opera di una poetessa unica che non si può incasellare da nessuna parte. Strofe bagnate di vita, di dolore, amore, di sesso. Di carne che si mescola continuamente allo spirito.
I poeti lavorano di notte quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore…”.
Alda aveva il candore di una creatura celeste, lo stupore dei bambini, lo strazio di chi era stato escluso dal banchetto della vita, l’incapacità di mantenere saldo il contatto con le cose pratiche, che so, la spesa, le bollette da pagare. Ho letto che per fare ordine sul suo enorme letto, su cui teneva sparsa chincaglieria varia, mica toglieva un po’di roba, come avremmo fatto noialtri, no, lei ci metteva su una coperta, come se il fatto di non vederle più le cose bastasse a metterle a posto, a farle scomparire.
Ma sapete cos’è la follia? Per me è stato un grande, inconfessabile languore amoroso. Un languore talmente doloroso e spastico…”.

La poesia l’attraversava da parte a parte e lei non sapeva, o forse non voleva, difendersi. Aveva bisogno delle parole perché, secondo me, lei mediava l’esperienza attraverso la scrittura, tutto finiva nei suoi versi, persino lo sporco che finisce nel lavandino dopo essersi lavati.
La felicità basta cercarla! Forse riconoscerla, non tutti i giorni, ma c’è, credimi c’è …”.

La poesia non è di chi la scrive ma di chi se ne serve, diceva quel genio di Troisi ne Il postino. E le tue poesie, cara Alda, tanto bene hanno fatto a tutti quelli che hanno avuto il cuore di prenderle per mano. Stasera, in questa sala attigua al chiostro del Duomo di Salerno (chè fuori, dove avremmo dovuto essere, è venuta giù una grande pioggia), nell’intimità di questa grande stanza, due uomini ti hanno rievocata ed acclamata così intensamente che a me è parso di vederti al mio fianco, sull’unica sedia rimasta libera, col sorriso sghembo, il trucco grottesco e la sigaretta fra le dita. Ti ho vista accennare un sorriso, fra i due solchi profondi come ferite ai lati della bocca e gli occhi grossi spalancati su visioni solo tue.
Semmai io scomparissi non lasciatemi sola; ma blanditemi come folle!”.
Finito lo spettacolo scorgo delle persone in attesa e capisco che gli attori stanno per uscire; in realtà Prayer è già andato via. Le persone in attesa son quasi tutte donne e aspettano Boni, che, con grande gentilezza, si ferma a chiacchierare con le sue fans; fa foto con tutte, rigorosamente con la mascherina. Io gli chiedo uno scatto da solo e allora se l’abbassa un pochino.

Una signora napoletana gli ha portato in dono le mozzarelle e un quadretto di ceramica vietrese; quando la donna va via, lui dice: “Son ventisei anni che viene ai miei spettacoli, per me oggi è un’amica”. Già che mi trovo, cedo anch’io alla tentazione di una foto con l’attore di Bergamo, avrei voluto farla con tutti e due i protagonisti della serata, perché entrambi sono stati bravissimi e coinvolgenti, ma Marcello è andato via, e allora, anziché impuntarmi “mi accontento” di quello che c’è!

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Giovanna Sica nasce il 4 marzo 1977. Vive a Nocera Superiore (Salerno) con marito e figli. Si laurea in Giurisprudenza con una tesi rivoluzionaria: "Autismi: sogni, bisogni e diritti" in cui racconta l'autismo attraverso le testimonianze di chi lo vive. È una giornalista e un'autrice di storie vere, che pubblica sul settimanale Confidenze da dieci anni; da sei sulla stessa rivista tiene delle rubriche (La Locanda di Giò, La Curiosa, Parole in musica). Collabora, inoltre, col settimanale F, Cairo Editore. È in libreria e on line il suo primo romanzo, Tuttoattaccato.