LA LEGGE PICA: QUANDO UCCIDERE I MERIDIONALI ERA PREVISTO DALLO STATO ITALIANO


Tra un mese ricorre l’anniversario dell’approvazione della ben nota “Legge Pica” emanata dal nascente Stato Italiano che prevedeva la legittimità di uccidere tutti quei meridionali che difendevano la loro terra. Ed è facile capire che, se si vuole tentare di comprendere l’origine di molti mali, che oggi affliggono il Meridione d’Italia, non si può prescindere da questa aberrazione.
Alla fine dell’agosto del 1863 in tutte le città, paesi e borghi del Mezzogiorno d’Italia venne affissa l’ordinanza del re Vittorio Emanuele II, che informava la popolazione dell’approvazione della legge che prevedeva la facoltà di istituire delle milizie volontarie per la caccia ai briganti, stabilendo anche dei premi in danaro per ogni brigante arrestato o ucciso. Le pene comminate ai condannati andavano dall’incarcerazione, ai lavori forzati fino alla fucilazione.
Per uno strano scherzo della storia fu proprio il deputato abruzzese, Giuseppe Pica, a proporre questo provvedimento, volto a reprimere i moti di resistenza del popolo meridionale.
La legge Pica seguiva, di circa dodici mesi, la proclamazione, da parte del governo, dello stato d’assedio nelle province meridionali, avvenuta nell’estate del 1862. In pratica, il nascente stato italiano, per esercitare il controllo sui territori meridionali, li occupava militarmente.
Con questo provvedimento si volle accentrare il potere nelle mani dell’autorità militare al fine di reprimere la resistenza armata: coloro che venivano catturati con l’accusa di brigantaggio, potevano essere passati per le armi, senza alcuna formalità.
Dunque, il nuovo stato fu spaccato in due: il centro-nord dove vigeva lo Statuto albertino e le “Due Sicilie” dove i diritti costituzionali dei cittadini erano “momentaneamente sospesi”.
La legge Pica fu, infatti, adottata in deroga agli articoli 24 e 71 dello Statuto che prevedevano rispettivamente, il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia del giudice naturale connessa al divieto di costituire tribunali speciali. Queste deroghe ai principi costituzionali erano volte a sottrarre i sospettati di brigantaggio ai tribunali civili in favore di quelli militari.
All’esercito e ai bersaglieri venne data la licenza di “ammazzare” i meridionali attraverso le sentenze dei tribunali militari, ai quali passava la competenza in materia di reati di brigantaggio. Il nuovo corpo normativo stabiliva che poteva essere qualificato come brigante e, dunque, giudicato dalla corte marziale, chiunque fosse stato trovato armato in un gruppo di almeno tre persone.
Veniva concessa la facoltà di istituire delle milizie volontarie per la caccia ai briganti ed erano stabiliti dei premi in danaro per ogni brigante arrestato o ucciso. Ne conseguì che pastori e contadini, che spesso si muovevano portando indosso strumenti di difesa come pugnali o coltelli a serramanico, divennero d’un tratto criminali passibili delle severe condanne previste dal complesso normativo connesso alla legge Pica.
Nelle province che lo stato definì “infestate dal brigantaggio”, venivano istituiti i Consigli inquisitori (i cui componenti erano il Prefetto, il Presidente del Tribunale, il Procuratore del Re e due cittadini della Deputazione Provinciale) che avevano il compito di stendere delle liste con i nominativi dei briganti individuando così i sospetti che potevano essere arrestati o, in caso di resistenza, uccisi.
Con successive modificazioni, la legge Pica fu estesa anche alla Sicilia, pur essendo assente sull’isola il grande brigantaggio legittimista che caratterizzava le province napoletane.
Noi siamo gli eredi di quei meridionali e oggi più che mai abbiamo il dovere di ricordare le tanti morti ingiuste che insanguinarono la nostra terra. Forse è venuto finalmente il momento di scrivere un’altra storia!

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Laureata in Scienze politiche presso l’Università Orientale di Napoli, ha pubblicato due raccolte liriche ottenendo vari riconoscimenti dalla critica. Tra le sue pubblicazioni, i libri per ragazzi “Scricchiolino” (che in modo frizzante ma profondo, narra le difficoltà di crescere di un ragazzino) e “Colpire al cuore” (uno spaccato del mondo adolescenziale d’oggi, presentato nel 2013 al Salone Internazionale del Libro di Torino). E’ addetto stampa per l’Italia del “Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno”. Nel 2016, ha pubblicato L’ombra della luna nuova A’ storia du rre e’ Castiellammare: una finestra sulla vita di provincia e sull’Italia fascista dei primi del Novecento. Il testo è stato presentato a “Casa Menotti” nell’ambito del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Ha pubblicato "Noi siamo un passo avanti".