Il Caso Salice: intervista al regista Carlo Giuseppe Trematerra

“Il miglior modo per imparare a fare un film è farne uno”. Questa citazione di Stanley Kubrick è da sempre una sorta di mantra per Carlo Giuseppe Trematerra, che ha esordito come regista nel film “Il Caso Salice”, scritto dall’ attore e sceneggiatore Antonio Scardigno. L’incontro tra i due ha sancito l’inizio di una collaborazione artistica, che ha dato vita a un thriller moderno, carico di suspense e di azione, in grado di tenere lo spettatore col fiato sospeso e gli occhi sgranati.
Carlo Salice, noto chimico di fama internazionale, è riuscito a creare un virus che potrebbe provocare danni irreversibili all’agricoltura mondiale. Le dieci fiale contenenti il virus vengono tutte chiuse in un contenitore, che la polizia riesce fortunatamente a recuperare e a distruggere. Una di queste fiale, però, viene segretamente sottratta da un’organizzazione criminale, che minaccia e costringe il dottor Salice a modificarla, così da renderla letale per l’uomo. Antonio Marini, famoso pittore contemporaneo, sarà coinvolto nella vicenda suo malgrado. Per lui inizierà un’avventura che metterà in gioco non solo la sua vita, ma anche quella dell’intera umanità.
Il Caso Salice è dedicato alla memoria del compianto Biagio Gragnaniello (Carlo Salice), scomparso prima dell’uscita del film. La distribuzione, infatti, è stata ostacolata dal lockdown e dai problemi legati all’emergenza sanitaria, che hanno inevitabilmente spostato di diversi mesi l’uscita ufficiale. Nonostante ciò, neppure la pandemia è riuscita a fermare il lavoro di Scardigno e di Trematerra: i due hanno scelto di lanciare il film sfruttando il potenziale delle piattaforme streaming.


Azzardo o lungimiranza? Lo abbiamo chiesto proprio a Carlo Giuseppe Trematerra, che in questa speciale intervista racconta di sé e del suo lavoro, svelandoci alcuni interessanti retroscena legati alla realizzazione del suo primo lungometraggio da regista.

L’INTERVISTA

Pur essendo un’opera di pura invenzione, Il Caso Salice ha una trama che potremo definire quasi un presagio della pandemia, che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi tempi… In effetti si, potrebbe sembrare un presagio di quello che abbiamo vissuto recentemente. Eppure la sceneggiatura del film è nata nel 2015, con ben 5 anni di anticipo rispetto alla vera pandemia. Di conseguenza non ci aspettavamo tutto quello che sarebbe successo, né tantomeno che il film sarebbe uscito proprio durante il periodo di emergenza covid. La cosa ha sorpreso tutti noi, anche se di certo non siamo stati i primi ad aver fatto un film incentrato su un virus. Forse, però, un primato lo abbiamo: siamo stati i primi a essere bloccati da un virus, per l’uscita di un film… su un virus letale!

Il lockdown ha bloccato un momento decisivo per il film, ovvero la sua distribuzione nelle sale. In che modo avete deciso di farlo arrivare al pubblico? Il film era pronto già alla fine del 2019, ma avrebbe dovuto ricevere il nullaosta per l’uscita nelle sale dalla Direzione Generale del Cinema. Per i problemi legati alla situazione sanitaria, il nullaosta è arrivato solo nel maggio 2020 e, in quel periodo, le proiezioni al cinema erano vietate. Quindi, per la distribuzione ci siamo affidati alle piattaforme streaming, che lo scorso anno hanno conosciuto un vero boom di popolarità. Amazon Prime Video lo ha distribuito all’estero, negli USA, nel Regno Unito, in Germania e in Austria; in Italia, paradossalmente, non abbiamo ricevuto la licenza. Quindi abbiamo scelto una piattaforma indipendente “Shinema.club” che ha reso possibile l’uscita del film nel nostro Paese. Questo ci ha permesso di partecipare ai David di Donatello, perché per l’edizione speciale del 2020 si accettavano anche i film distruibuiti tramite piattaforme. Abbiamo colto l’occasione al volo e, a sorpresa, abbiamo ricevuto ben 7 menzioni!

Recentemente Il Caso Salice è stato proiettato alla V edizione del CROFFI (Castelli Romani Film Festival Internazionale) e ha ricevuto una calorosa accoglienza da parte del pubblico. Cosa ha significato per te questa partecipazione? Dopo i David di Donatello, il CROFFI ha rappresentato un’altra grande e importante esperienza. Siamo stati in cartellone con nomi celebri del cinema italiano, come Lino Banfi e Gigi Proietti, e finalmente il film ha raggiunto la sala cinematografica dopo tantissimo tempo. È stata un’emozione indescrivibile vivere per la prima volta la magia della sala! Mentre guardavamo il film, avevamo la sensazione che quello che veniva proiettato sullo schermo non fosse il nostro film, bensì un’opera diretta da qualcun altro. Abbiamo ricevuto anche una Menzione Speciale, una riconoscenza che ci fa ancora più piacere. Dopo quest’esperienza, io e Antonio Scardigno siamo riusciti a entrare nell’Annuario del Cinema Italiano, grazie alla dottoressa Elettra Ferraù. Cosa possiamo desiderare di più? È stata davvero un’esperienza bellissima e non sarebbe stata tale senza il supporto della nostra referente Gloria Tozzi e del cast artistico e tecnico che ha partecipato alla realizzazione del film. Infine, un ringraziamento speciale va a mia moglie Diana, che mi è stata sempre vicino dall’inizio alla fine.

Com’è nata la tua collaborazione con Antonio Scardigno, sceneggiatore e produttore del film? L’artefice della nostra collaborazione è stato Antonio Bilangia, che nel film interpreta il poliziotto Alfio Terranova. Fu proprio lui a contattarmi, dicendomi che voleva presentarmi un attore/sceneggiatore, autore di una sceneggiatura thriller. Ci incontrammo e mi colpì subito la sua determinazione: Scardigno mi confidò che aveva scritto quella sceneggiatura perché ormai era stanco di partecipare a tanti provini senza avere mai dei risultati concreti . Quindi, aveva deciso di scrivere una storia e di interpretarla lui stesso. Quando lessi il testo mi resi conto che, oltre a essere ben fatto, si trattava di una storia davvero avvincente. Non ci ho pensato un attimo: gli dissi subito che avrei sposato il progetto. Nel giro di soli due mesi riuscimmo a radunare gli attori, trovare le location e a girare il film con pochissimi mezzi.

In Italia, il genere thriller è stato sempre considerato un genere “minore” rispetto al cinema d’autore e alle commedie. Eppure, negli ultimi anni, stiamo assistendo a un’inversione di gusti e tendenze: il pubblico ama guardare prodotti seriali e cinematografici che lo tengono con il fiato sospeso. Come spieghi questa tendenza? Il genere thriller negli anni 70 ha vissuto un’epoca d’oro, anche se veniva considerato un genere di serie B, perché le pellicole erano dirette in gran parte da registi emergenti e girate a basso costo. In quel periodo si è sviluppato un mercato che prevedeva film per ogni tipo di pubblico, anche perché la gente andava a vedere davvero qualsiasi cosa al cinema; la sala era considerata l’occasione per divertirsi e per stare in compagnia. Con il tempo le cose sono cambiate, ma il genere thriller non ha mai smesso di piacere. Il problema è che i film italiani di questo genere hanno più difficoltà a essere distribuiti, perché si punta all’industria in modo sbagliato, cercando di ricorrere sempre ai grandi nomi che invoglino la gente ad andare al cinema. L’Italia punta a fare film “italiani” che restano in Italia, ma all’estero le cose funzionano esattamente al contrario. Quante volte andiamo al cinema a vedere un film thriller straniero? La maggior parte delle volte quei film appartengono a produzioni indipendenti, che hanno girato con pochissimi mezzi. Eppure riescono a incassare tantissimo! All’estero, se un film vale, vale a prescindere: sono convinto che per cambiare le cose dovremmo guardare l’esempio americano, dove il cinema è considerato industria al 100%.

Pur essendo un giovanissimo regista esordiente, hai già accumulato diverse esperienze nel campo, iniziando la tua carriera come attore teatrale. Com’è nata la tua passione per il cinema e il teatro? Non so rispondere precisamente, perché ho sempre nutrito una grande passione per entrambi. Il teatro mi ha permesso di fare davvero tantissime esperienze: ho iniziato da giovanissimo, nel 1996, e soltanto nel 2014 ho deciso di mettere momentaneamente in standby la carriera di attore teatrale. Da quel momento mi sono dedicato pienamente al cinema, che mi ha dato soddisfazioni diverse da quelle che mi ha trasmesso il teatro. Ho sia recitato sia diretto, ma dirigere resta sicuramente la mia prima grande passione.

Secondo te è meglio essere diretti da qualcuno oppure mettersi dietro la macchina da presa e dirigere gli altri? Preferisco dirigere, ma girando Il Caso Salice ho dovuto anche “autodirigermi”, constatando che si tratta di una cosa ancora più complicata. Infatti, oltre a dirigere gli attori, ho dovuto anche dirigere me stesso: avendo una troupe costituita da pochissime persone, non potevamo permetterci un aiuto regista o un segretario di edizione. Di conseguenza, il lavoro si è rivelato molto più faticoso del previsto.

Quali sono gli ostacoli che incontra un giovane regista esordiente? In Italia l’ostacolo maggiore per tutti coloro che lavorano in una produzione indipendente (quindi, non solo i registi, ma anche gli attori e i tecnici) è la difficoltà di incontrare qualcuno che creda fermamente nel tuo progetto. Il principale ostacolo è trovare i fondi per la distribuzione: senza di quelli il film non va da nessuna parte. Si può girare un ottimo film anche a basso costo, ma senza una distribuzione capillare il film non esce nelle sale. Questo è un grande difetto dell’industria cinematografica italiana, perché esistono davvero tantissime realtà indipendenti molto valide, ma si preferisce acquistare un film straniero anziché dare spazio ai prodotti italiani. È un vero peccato perché, come afferma Giuseppe Tornatore, ogni film esistente è già un piccolo miracolo.

E allora, secondo te, qual è il segreto per emergere e farsi amare dal pubblico, nonostante le difficoltà e le mancanze dell’industria cinematografica italiana? La semplicità e l’umiltà sono alla base di tutto ed è quello che abbiamo cercato di fare con Il Caso Salice: siamo rimasti“umili ma onesti”, per citare il grande Massimo Troisi. L’umiltà è sempre la chiave vincente, così come la semplicità; e infatti il film è stato girato con pochissimi mezzi a nostra disposizione. Il pubblico, però, ha apprezzato e ha gradito i nostri sforzi e, per questo, penso che ci abbia premiato.

Quali progetti hai in serbo per il futuro? Stai già lavorando a un altro film? Attualmente sto lavorando a un cortometraggio dal titolo “Il ritorno di Claudio Camberra”, la cui lavorazione era stata interrotta a causa della pandemia. L’ho scritto collaborando insieme ad Antonio Bilangia e mancano davvero gli ultimi dettagli prima dell’uscita. Poi, ho in cantiere un altro film dal titolo “Piramide”, di cui attualmente esiste solo la sceneggiatura, a opera di Antonio Scardigno. Adesso siamo alla ricerca di un produttore e di un distributore per iniziare a girare. Infine, c’è ancora un altro cortometraggio (scritto sempre da Scardigno), che si intitola “A piedi nudi” e anch’esso è in standby, in attesa di fondi per iniziare a girare. Mi auguro di poter iniziare quanto prima: ormai il cinema ha ripreso e credo fermamente che nulla riuscirà più a fermarlo.

Biografia / Carlo Giuseppe Trematerra è attore, regista e sceneggiatore, classe 1987. Il primo vero contatto con il palcoscenico avviene nel 1996. Negli anni successivi frequenta vari corsi teatrali e cinematografici, perfezionando la tecnica e maturando diverse esperienze. Nel 2000 entra a far parte come attore stabile della compagnia “La Maschera di Napoli” e calca le scene di alcuni dei più grandi teatri del Centro e del Sud Italia, con numerose repliche e tournée. Oltre al teatro, la passione per il cinema lo spinge a partecipare a numerosi cortometraggi vincitori di premi, per i quali collabora non solo come attore, ma anche come produttore, montatore, aiuto regia, tecnico del suono, sceneggiatore e regista. Viene scelto per interpretare il ruolo dell’inserviente Lino, nella storica soap di RaiTre “Un posto al sole”. Successivamente, partecipa alla fiction “Sotto Copertura” con la regia di Giulio Manfredonia (RaiUno) e “L’amica geniale” con la regia di Saverio Costanzo. Queste nuove esperienze lo spingono momentaneamente a mettere da parte il teatro, per iniziare a maturare nuove avventure davanti e dietro la macchina da presa. Nel 2016 hanno inizio le riprese del suo primo lungometraggio “Il Caso Salice” (2020) distribuito in Italia e all’Estero.

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Laureata in Giornalismo e Cultura editoriale all' Università di Parma nel 2018. Ha collaborato con italianradio.eu come articolista e conduttrice radiofonica di Radio Pizza Olanda, il canale di informazione per gli italiani residenti nei Paesi Bassi. Dopo una breve esperienza formativa negli studi di Radio ART si è trasferita in Svizzera e attualmente vive a Montreux. Appassionata di musica, moda, cinema e tecnologia.