Il mio primo sole

Il nuovo, entusiasmante ed originale libro di Norma D'Alessio

Con questo libro, spero di non deludere nessuno. Ho evocato ricordi, e cosí vestiti mi si sono presentati… La memoria è qualcosa di misterioso… Mi piace leggere il mio passato per quello che è, che tra l’altro mi piace pure.” Cosí ci prepariamo al viaggio immersivo nella lettura de “Il mio primo sole” (“Oèdipus” Edizioni). Il nuovo, entusiasmante, originale libro di Norma D’Alessio.

Non è una storia autobiografica, non solo. È un racconto, per emozioni e per approfondimenti, di un tempo che è stato. Il tempo dell’autrice, il tempo di chi legge, il tempo di un’intera Comunitá.
Sarno rivive anni di particolare fermento sociale e culturale: la sua Sarno, la nostra Sarno, la Sarno di chiunque ha bisogno di riscoprire radici ancestrali. Dall’infanzia al racconto senza tempo, con lo stile avvincente di chi si fa accarezzare dagli affetti che non ci sono più e si fa rapire dall’amore per la scrittura.
Quando incontriamo Norma ci accorgiamo subito che i suoi occhi, già belli, brillano proprio come il sole che lei evoca nel titolo: “Mio marito mi ha spinto, negli anni, a scrivere questa storia. Se l’ho fatto solo ora è perché forse ho vinto la paura emozionale di parlare di persone della mia famiglia scomparse da decenni.” È la prima cosa che ci ha confessato. La trama è semplice ed efficace. “Il mio primo sole, lo vidi in una casa in via Abignente, più basso che casa“: questo l’incipit. Un’ouverture che sa di buono e sa di vero: come l’odore del pane all’alba oppure come il rosso del tramonto ammirato sulla spiaggia. Poi le parole della D’Alessio, sempre giuste e al posto giusto, ti prendono per mano e ti portano indietro nel tempo. La sua nascita: “Mio padre voleva un maschio. Quando nacqui disse: ‘Buttatela nel giardino’. Ovviamente, nessuno mi buttò via e, anzi, diventai la prediletta di papà“. Punti di riferimento emotivi e momenti storici emblematici si fondono nell’alternarsi degli eventi. Quando le abbiamo chiesto di concederci un’intervista è proprio questo tipo di “confessioni” che speravamo di ascoltare: aneddoti di felicità e di vita comune che diventano straordinari se inseriti nel contesto più ampio della storia dell’intera Città di Sarno.
Il racconto termina idealmente con la morte di mia madre“: lo anticipa subito, quasi a voler chiarire priorità ed intenti. Il suo sorriso si fa più sereno e la voce diventa più intensa, calda e ferma.
…Non lontana dalla nostra abitazione, c’era il negozio di mio padre, in Via Fabricatore, ombelico di Sarno. Ci si andava percorrendo un breve tratto ‘ro Vico ‘ro Nero, giusto due minuti. La strada era impreziosita da un lastrico di basoli di pietra vesuviana colore canna di fucile, che sotto la pioggia diventata vivida e bella…“: a pagina 47, una delle tantissime descrizioni ipnotiche. Quel vortice di parole, termini semplici e chiari, che sa come non farti smettere di leggere. D’un fiato. Sì, il libro si può leggere d’un fiato la prima volta, per poi essere riletto e riletto ancora, soffermandosi su aggettivi e verbi che comunicano e narrano. Narrano e tramandano. Oltre a stralci di vita vera vissuta, proverbi, canzoni, usi e costumi. Si assapora non solo il tepore del “primo sole“, ma si gusta tutto questo “primo sole“.
Una delle prime cose che incuriosisce è la copertina. Glielo abbiamo chiesto a Norma se fosse lei la bimba “da pubblicità” ritratta. E lei ha confessato: “È una foto in bianco e nero di mio padre a cui sono molto legata. Lui era un ritrattista molto famoso. In copertina, la foto è diventata una sorta di logo a colori perché rivisitata dal grande artista Luigi Grossi“. Quando parla di cose che le piacciono particolarmente, Norma sorride di più. Quasi in modo involontario le sue guance si illuminano di tenerezza. Del resto, solo un’anima creativa, sensibile e profonda può amare cosí tanto la scrittura e la lettura. Il miracolo dei libri che rendono immortali i sentimenti e rivelano la potenza di saper trovare tra le righe del cuore il filo della mente.
Un libro da leggere perché, come ci ha detto proprio Norma, “lungo i suoi viaggi, ha incontrato genti e ne ha sposato cuori e melodie“. Le sue pagine, che diventano poi nostre e basta, nascono “dal frastuono dei suoi giorni e dal silenzio delle notti“. In fondo, come ha detto Samuel Beckett, “il sole splende, non ha alternativa.” E, per fortuna, aggiungerei.

Due brani tratti dal libro

A Torre andai sempre, ogni anno, al cimitero, per fare visita alla tomba di mia sorella Soniuccia. Portavamo dei garofani bianchi. Per arrivare lì, attraversavamo buona parte del camposanto, che mi piace di più chiamarlo così, che il 2 novembre è affollatissimo perché in quel paese sentono forte il culto dei morti. I fiorai espongono fiori dappertutto, persino sulle carriole. La festività dei morti, sembra quella dei fiori. Passavamo per un vialetto dove attraverso una finestrella con la grata di ferro, situata ad altezza del calpestio, mi chinavo a sbirciare. Nella cripta vedevo l’ossario: un mare di scheletri adagiati gli uni sugli altri, con le orbite vuote dei crani, ‘e capuzzelle, che alla luce delle candele sembravano lanciare i loro terribili moniti. Quasi tutte erano glabre, ma qualcuna mostrava ancora ciuffi di capelli adesi, alle mandibole qualche dente. Fuori alla finestrella, un prato di ceri tremolanti. Pareva che le voci spezzettate dei morti, uscissero dal soffio di queste fiammelle. Anche mio padre si chinava a guardare, e mentre ci allontanavamo, ripeteva sempre la stessa frase: ‘Polvere sei e polvere diventerai.’
Come un pappagallo, imbeccata da lui, io dovevo ripetere: ‘A jurnata è ‘nu muorzo!’
Nella cappella di famiglia, Sonia riposava nel silenzio dei morti, mia sorella bambina in mezzo ai vecchi, e ci faceva così freddo che io immaginavo che chiusi là sotto stessero a tremare. Perché mai la persi? Perché dovette andarsene nell’Aldilà, mentre noi abitavamo l’Aldiquà? Perché non ebbi il conforto di una sorella della mia età? E perché i miei genitori dovettero vivere privati del loro amore pulcino? Solo chi ha un giovane figlio morto, conosce l’abisso di questo perpetuo dolore
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…mannaggia qua e mannaggia là. Nella nostra famiglia le imprecazioni di papà erano quasi un intercalare, ma non si attaccavano a nulla, non certo all’umore. Accompagnavano i momenti del nostro quotidiano persino con leggerezza.
Solo in rare occasioni di estrema rabbia, lo sentimmo imprecare contro i santi o la Madonna.
Invece il più delle volte, per evitare un’imprecazione vera (blasfema o scurrile), la sostituiva con una a vuoto.
La sua preferita era anche divertente:
‘Mannaggia bbùbbà!’,
che non ho mai capito cosa volesse dire.
‘Mannaggia ‘o suricillo a pezza ‘nfosa!’
‘Mannaggia ‘o Pataturco!’
‘Mannaggia Sacripante!’
Gli capitava di sbagliare qualcosa? Di rompere una tazza? Anticipava il rimprovero, dicendo:
‘A colpa è sempe ro capitone!’ (cioè la colpa è sempre mia).

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Viridiana Myriam Salerno, laureata in Giurisprudenza presso l'Università "Federico II" di Napoli, è Giornalista Professionista (iscritta all'ordine nazionale dei giornalisti, Ordine della Campania, dal 2009). E' anche Avvocato. E’ Direttore Responsabile della Rivista-Web “MediaVox Magazine”, da novembre 2015 I suoi scritti sono pubblicati in numerosi libri, editi da importanti Case editrici. Si occupa del coordinamento di Uffici-Stampa e dell’organizzazione di eventi culturali; ad esempio, è nello Staff organizzativo del Festival internazionale di Cinema “Italian Movie Award” dalla I Edizione. E’ stata accreditata a rilevanti eventi nazionali ed internazionali, come il Festival di Sanremo, il Taormina Film Fest e l'Ischia Film Festival (entrando nello Staff Stampa di quest'ultimo nel 2016).