Boccioli nel Fango: intervista all’autrice Maricla Pannocchia


Boccioli nel Fango è il libro su profughi e diritti umani. Un diario di viaggio che celebra la vita e la resilienza del popolo siriano, vittima di una guerra ormai dimenticata.

Sembra incredibile a dirsi, ma nel 2022 esistono confini e aree del pianeta in cui è impossibile mettervi piede a causa della guerra. Cosa ancora più incredibile è che, ancora oggi, siamo testimoni oculari di conflitti orribili, che calpestano i diritti umani sotto la luce del sole. Ma la nostra attenzione nei confronti di queste atrocità è limitata, e ha sempre il tempo contato.

È il caso della Siria. Il 15 marzo 2011 diventava il teatro di uno dei conflitti più sanguinosi della storia contemporanea. Ce ne siamo dimenticati, ma quella guerra ha martoriato il Paese causando 13,5 milioni di profughi (più di metà della sua popolazione), di cui oltre 6,7 milioni sfollati internamente e 6,8 milioni di rifugiati all’estero (Fonte: UNHCR qui il link: https://www.unhcr.org/60b638e37.pdf)

A distanza di 11 anni, lo scorso gennaio Maricla Pannocchia ha deciso di partire in missione con la Onlus italiana Support and Sustain Children (SSCh), recandosi in uno dei campi di Adana, al confine turco-siriano, dove attualmente vivono circa 900 famiglie.
Il frutto del suo viaggio è raccolto in questo volume di 125 pagine, Boccioli nel Fango, pubblicato in self publishing il 20 marzo, in occasione dell’undicesimo anniversario dell’ormai dimenticata guerra in Siria.

Boccioli nel fango sono i bambini siriani ospitati tra tende e melma, che piantano semi di coraggio e di speranza pronti a sbocciare. Ma boccioli nel fango siamo anche tutti noi lettori, invitati a non rimanere indifferenti di fronte alle loro sorti e a non aver paura della diversità.
I proventi del libro saranno devoluti a SSCh, una Onlus della provincia di Bergamo, fondata da Arianna Martini, che sostiene le persone ospitate in vari campi profughi, in Paesi come la Turchia, la Siria, la Giordania, l’Iraq, la Grecia, i Balcani e molti altri. Arianna e il suo team si recano nei campi ogni due mesi circa, per monitorare personalmente i progetti. Questo permette loro di avere un legame diretto con le persone, che tutt’oggi affrontano situazioni drammatiche di fame e di malnutrizione.

In quest’intervista Maricla Pannocchia ci racconta proprio di loro, delle persone dimenticate e vittime di una guerra ingiusta, che stanno ancora pagando uno scotto altissimo.

L’INTERVISTA

Come vivono le famiglie del campo profughi di Adana? Una delle cose che mi ha colpita di più è l’assenza totale di un tessuto sociale. Là c’è davvero una distesa di tende azzurre e biancastre e basta. Non ci sono ospedali, farmacie, ristoranti, parchi giochi, negozi e via dicendo. La gente non fa progetti, gli amici non si ritrovano la sera per un aperitivo, le famiglie non pianificano le vacanze. Quelle persone vivono in una sorta di mondo a sé, dove non c’è assolutamente niente.

Quali sono i sentimenti dei siriani nei confronti di quello che sta accadendo loro? I siriani vogliono tornare a casa. Tutte le persone che ho incontrato, dai bambini agli adulti, hanno espresso il desiderio di tornare in Siria. Purtroppo, anche se la guerra nel loro Paese finisse domani, affinché le loro vite in patria possano essere produttive, oltre che sicure, sarebbe necessario un supporto che non si limiti a caricarli su degli autobus e riportarli fisicamente lì senza potergli garantire la sicurezza. Inoltre, stiamo perdendo e abbiamo già perso tantissimi bambini e ragazzi che non vanno a scuola o frequentano scuole improvvisate, come quelle presenti al campo, di fondamentale importanza ma non riconosciute. Se anche la guerra in Siria finisse domani, come farebbe la popolazione a risollevare le sorti del proprio Paese dopo che la maggior parte della gente ha vissuto per tanto tempo nei campi profughi o in cittadine di confine?

Il suo ultimo romanzo, Boccioli nel fango, è uscito il 20 marzo, per ricordare l’anniversario dello scoppio della guerra in Siria. Nel frattempo in Ucraina è scoppiata un’altra guerra, che sta provocando l’esodo di migliaia di profughi verso i Paesi europei. Che cosa ha pensato in quel momento? Ho pensato, e penso tuttora, “Ma com’è possibile che i grandi del mondo non si rendano conto che bisogna dire basta alle guerre?”. Questi dovrebbero impegnarsi per mettere la parola “fine” ai conflitti già in corso e aiutare le persone a ritornare in patria, occupandosene in toto ma sempre tenendo la loro indipendenza e autonomia come obiettivo finale. Prevenire altri conflitti invece di ritrovarci, a cose fatte, con milioni di profughi in fuga verso altri Paesi, o con persone disperse all’interno dei propri Paesi. Io penso che, se le guerre scoppiano con tanta facilità, è perché chi riveste un qualche ruolo di potere generalmente non va nei campi profughi, non ha mai visto gli occhi di un bambino che ha perso tutto, non ha scorto la mancanza di speranze, di vita, nella voce di una ragazzina condannata a diventare solo madre e moglie. Se questi potenti si ritrovassero faccia a faccia con i civili vittime delle guerre, forse, voglio sperare, ci penserebbero due volte prima di far scoppiare conflitti con così tanta facilità.

Quali sono le situazioni più drammatiche che è riuscita a documentare sul posto? Sono rimasta particolarmente impressionata da come molti adulti al campo usino i bambini come “merce di scambio”. Non posso entrare troppo nel dettaglio, ma al campo ci sono diversi nuclei composti da fratellini e sorelline orfani. Molti bambini che hanno perso i genitori, arrivati al campo, cercano una donna che li prenda con sé e quindi molte donne si ritrovano a occuparsi di ragazzini che non sono i loro. A volte a trascurare i bambini sono anche i parenti più prossimi, come gli zii. Mi viene in mente un nucleo di bambini in età da scuola elementare, orfani che vivono con gli zii e i loro figli. I figli di questa coppia dormono nella tenda della famiglia, dove c’è la stufa, mentre gli orfani venivano fatti dormire, da soli, in un’altra tenda al freddo. Support and Sustain Children (SSCh) ha acquistato una stufa per gli orfani e dei cappottini per ciascuno di loro e il team ha dovuto dire tante volte alla zia di lasciare i giubbotti agli orfani, e di non darli ai suoi figli. Questo è solo un esempio per far capire quali tipi di situazione ci sono nel campo.

Secondo lei, quali sono le azioni utili che bisognerebbe mettere in campo per aiutare i profughi siriani adesso? Innanzitutto penso che sia necessario, per aiutare tutti i profughi e non solo i siriani, iniziare a dare un peso alle parole che usiamo. Secondo me dovremmo usare parole come “rifugiati” e “profughi” il meno possibile, per sostituirle con “persone”, “famiglie” o addirittura “esseri umani”. Mi ha colpito, per esempio, come Arianna, la fondatrice e Presidente di SSCh, dicesse spesso, solitamente in riferimento a una donna o ragazzina da cui nessuno si aspettava un’opinione, “lei è un essere umano, lasciamo che decida da sé”. È importante poi non suddividere le persone costrette a scappare da una guerra, da torture o da altre brutture in quelli di serie A e serie B. Purtroppo lo stiamo vedendo ogni giorno, quest’assurda suddivisione è reale, ed è pericolosissima. A livello pratico, penso sia necessario sostenere le Onlus, specialmente quelle piccole che vanno frequentemente sul campo, come SSCh, investendo principalmente nell’istruzione.

Boccioli nel fango è dedicato ai bambini siriani, persone alle quali è stato negato il diritto all’infanzia. Tuttavia, nel suo libro lei afferma che, nonostante tutto, questi bambini continuano a piantare semi di coraggio e di speranza nel futuro: in che modo lo fanno? Quale lezione dovremmo apprendere da loro? Io onestamente non mi so spiegare come facciano ma, fino ai 10-12 anni, i bambini sono semplicemente bambini. Nonostante le condizioni in cui vivono, vestiti con abiti leggeri in pieno inverno, senza né scarpe né calzini, spesso raffreddati o affetti da gravi patologie e disabilità, molti risucchiati nella piaga del lavoro minorile, ecc. questi bambini giocano, ridono, scherzano… quello di cui hanno bisogno più di ogni altra cosa è amore, è l’essere visti perché, in quel campo sperduto nel niente, sono fuori dal mondo. Sono e si sentono invisibili. Il lavoro di SSCh con le due tende Arcobaleno che fungono da scuole è importantissimo, perché lì i bambini hanno uno spazio sicuro dove imparare ma anche dove passare del tempo con i coetanei, disegnare e, tramite il computer, vedere tutto ciò che è possibile al di fuori del campo profughi. Durante l’adolescenza le cose si complicano, perché i ragazzi capiscono che non tutto il mondo vive così e cominciano a essere frustrati o arrabbiati. Un ragazzino mi ha detto, “Non voglio molto, anche se dovessi rimanere qui in Turchia vorrei un lavoro e una casa in mattoni”. Da loro dovremmo imparare l’accoglienza e l’ospitalità, l’umanità più bella, perché tutti, dai bambini agli adulti, hanno sempre fatto di tutto per farci sentire accolti e per accertarsi che noi stessimo bene, quando sono loro quelli a patire quotidianamente le pene dell’inferno.

A proposito di adolescenti: lei ha avuto modo di intervistare il giovane giornalista siriano Muhammad Najem, che ha documentato gli orrori della guerra con il suo telefonino. Cosa l’ha colpita di più di questo ragazzo? Muhammad è sicuramente un altro esempio di un ragazzo che è fonte d’ispirazione perché, oltre ad aver affrontato varie difficoltà personali, come la perdita del padre, a soli quindici anni ha documentato gli orrori della guerra in Siria usando il telefonino e i social in maniera positiva, e condividendo i suoi video. Molte cose di lui mi hanno colpito: in primo luogo la sua resilienza e il suo voler aiutare la sua gente; ma soprattutto, Muhammad ha chiarito quanto le guerre possano nascere dalle parole, e quanto le parole, usate come vere e proprie armi pacifiche, possano essere anche parte cruciale della soluzione.

Cosa le ha lasciato quest’esperienza e cosa ha compreso dal suo viaggio? Ho compreso che non importa quante foto e video hai visto scorrendo la home dei social: fino a quando non vedi certe realtà con i tuoi occhi, non puoi capire davvero cosa significa vivere in un campo profughi. Una delle cose che mi ha colpita di più è la rassegnazione che, come un manto, sembrava avvolgere tutti, dagli adolescenti in su. Nessuno sembra aspettarsi niente, neanche i bambini. Non ci sono capricci, scenate, litigi fra fratellini per un cappotto. Tutti sembrano pensare: “se mi dai questa cosa o opportunità, bene, altrimenti non importa”. È come se non si aspettassero niente, se si sentissero dei “niente”. Quest’esperienza mi ha lasciato una maggior conoscenza del popolo siriano, una determinazione ancora più forte nel voler fare la mia parte per migliorare il mondo e, soprattutto, l’onore di aver trascorso del tempo con queste persone, che mi hanno aperto non solo le loro tende ma i loro cuori e le loro anime. Tornerò al campo, e non vedo l’ora d’incontrarli di nuovo.

Altri viaggi in progetto? Tra pochi giorni partirò per la Grecia. Passerò qualche giorno ad Atene dove, in collaborazione con una Onlus locale che offre vari servizi a persone arrivate in Grecia come profughi o rifugiati, principalmente dalla Siria e dall’Afghanistan, interagirò con i beneficiari di tali progetti e conoscerò meglio Maria, la fondatrice, che già mi è stata presentata come una donna-coraggio. Ho anche altri viaggi in programma, e diciamo che quello che mi motiva è viaggiare per conoscere queste persone, perché è necessario non solo parlarne di più ma soprattutto parlarne meglio, nell’ottica in cui loro sono le vittime e non i colpevoli. Bisogna smettere di dire frasi come “devono tornare al loro Paese” o pensare che vogliano venire in Italia per rubarci il lavoro o ancora concepirli come un fardello, perché si tratta di esseri umani. I bambini che ho conosciuto al campo non sanno neanche di avere dei diritti! I diritti umani, come le parole, sono un’arma pacifica molto potente. Consiglio a tutti di leggere per bene la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo per diventare più consapevoli dei diritti di ciascuno e lottare se qualcuno cercasse di violarli. Se abbiamo la fortuna di vivere in Paesi e circostanze in cui i diritti umani ci sono garantiti, è nostro dovere lottare per tutti gli altri esseri umani a cui invece vengono negati ogni giorno.

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Biografia / Maricla Pannocchia (https://www.mariclapannocchia.net/) è una scrittrice di origine toscana, autrice di tre libri in italiano – “La mia amica ebrea” (Lulu, 2014), “Le cose che ancora non sai” (Astro Edizioni 2017) e “Ascoltami ora – storie di bambini e ragazzi oncologici” (Di Leandro &Partners, 2020) – e del libro per ragazzi in inglese, “Letters from Afghanistan” (2021), tutti accolti con ottime recensioni e interesse da parte di lettori e media in numerosi Paesi del mondo. Nel 2014 Maricla ha fondato l’Associazione di volontariato Adolescenti e cancro per offrire attività ricreative gratuite a giovani colpiti dalla malattia oncologica e fare corretta sensibilizzazione sull’argomento. Da sempre interessata alle violazioni dei diritti umani e a varie tematiche, fra cui la crisi dei rifugiati e delle persone internamente disperse, si è avvicinata a Support and SustainChildren dopo essersi imbattuta nella pagina Facebook della Onlus ed essere rimasta colpita dal suo operato e dalla sua schiettezza e trasparenza. Innamorata delle parole, delle altre culture e tradizioni, del conoscere gente da ogni Paese, Maricla ama viaggiare e ha già in programma numerosi viaggi in giro per il mondo, molti dei quali per incontrare rifugiati e altre persone che vivono in situazioni di disagio e divulgare le loro voci. Il suo motto è: “cambiare il mondo, una parola alla volta”.

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Laureata in Giornalismo e Cultura editoriale all' Università di Parma nel 2018. Ha collaborato con italianradio.eu come articolista e conduttrice radiofonica di Radio Pizza Olanda, il canale di informazione per gli italiani residenti nei Paesi Bassi. Dopo una breve esperienza formativa negli studi di Radio ART si è trasferita in Svizzera e attualmente vive a Montreux. Appassionata di musica, moda, cinema e tecnologia.