Il nuovo ed originale studio di Dario Ianneci

RECENSIONI/ “L’abbazia ritrovata. San Leonardo de Carbonaria” di Dario Ianneci

La badia di San Vito in Aquilonia, scrigno di appassionanti segreti

Uno studio originale, una narrazione coinvolgente, una ricerca esemplare capace di rivelare una realtà sommersa e dimenticata, in cui si fondono mirabilmente microstoria e macrostoria

Spesso la ricerca storica ci rivela territori e personaggi, fatti e luoghi, tradizioni e riti, su cui si era dispiegata per vari motivi la coltre della dimenticanza. Fare queste scoperte si configura come un’azione sempre sorprendente che squaderna ora certezze ora ipotesi che correggono o sconvolgono conclusioni che sembravano acquisite una volta per sempre. E la scoperta acquista un valore ancor più prezioso allorquando l’indagine è rivolta a un territorio periferico che diviene, quasi d’incanto, fondante e paradigmatico.

E’ questo uno degli importanti risvolti di uno studio, sintetico e originale, profondo e coinvolgente, pubblicato dal Prof. Dario Ianneci, brillante docente di Latino e Greco nei Licei, studioso attento dei rapporti fra didattica e informatica, antropologo e storico colto e raffinato. Titolo dell’opera: “L’abbazia ritrovata. San Leonardo de Carbonaria”. Il sottotitolo aggiunge: “Alle origini della badia di san Vito di Carbonara-Aquilonia”.

Ed eccoci alla prima questione che traspare dall’accostamento di due nomi per indicare la medesima località avellinese: Carbonara e Aquilonia. In un esaustivo saggio, pubblicato nel sito internet del Comune di Aquilonia, Ianneci ha spiegato (quasi come in un “prequel”) questo cambiamento del nome: “Il 21 ottobre 1860, scoppiò in paese una cruenta reazione filoborbonica in cui furono assassinati nove ’galantuomini’ e fu dato il sacco all’intero paese. Per cancellare l’onta della sanguinosa rivolta antiunitaria, Carbonara divenne Aquilonia, in omaggio ai fasti dell’antica città sannita che si diceva sorgesse proprio su quelle alture (1862).”
Ordunque, a poca distanza da Aquilonia nuova (ricostruita in epoca fascista dopo il terremoto del 23 luglio 1930) si trova la badia (o “cappella”) di san Vito, che ufficialmente viene ritenuta come risalente al XIII secolo. Ma il fatto strano (seconda questione) è che non esiste nessuna traccia di una “badia di san Vito” nei documenti ufficiali di epoca medievale. Gli unici documenti lapidei presenti nella badia -ricorda l’Autore- sono uno stemma che raffigura le chiavi di san Pietro, “simbolo dell’autorità pontificia”, un’iscrizione del 1758 attestante un culto di san Vito come protettore dal morso dei cani e dall’idrofobia e un’altra lapide, senza data, che riferisce di una ristrutturazione ad opera della “generosità e della pietà religiosa del popolo” (notazione interessante perché attesta una fede intimamente vissuta -ma spesso ancor oggi sottovalutata- da parte delle classi subalterne).
La terza scoperta di Ianneci consiste nell’aver intuito e dimostrato che “nell’attuale badia di san Vito va riconosciuta l’antica chiesa medievale di san Leonardo de Carbonaria, di cui essa senza dubbio è erede.”
Il culto di san Leonardo è un elemento importante almeno per due motivi. Il primo riguarda il respiro europeo del Santo (il centro del suo culto è in Francia, a Noblat vicino Limoges); il secondo rinvia alla protezione che si riteneva che il santo garantisse ai carcerati, soprattutto a coloro che erano stati catturati dai Musulmani. L’Autore cita come esempio Boemondo di Taranto, che, fatto prigioniero nel 1101 durante la prima Crociata e liberato nel 1103, si recò nel santuario di san Leonardo a Noblat per donare le catene (o forse una copia in argento) con cui era stato tenuto in carcere.
E la devozione poi si è estesa tanto che ha dato luogo alla produzione di testi, usati come preghiera tra i devoti in caso di peste e di guerra. Si veda una supplica diffusa nel 1600-1700 a Panza, frazione del comune di Forio nell’isola di Ischia (l’inizio recita così: «San Leonardo dolce e pio,/ Protettore ed Avvocato/ deh pregate il nostro Dio/ ché ci liberi dal peccato./ Da ogni fame, peste e guerra/ e dalla pessima infermità,/ dai castighi di questa terra/ liberatene per pietà”).
Il periodo di maggiore sviluppo dell’abbazia di san Leonardo fu la seconda metà del XIII sec., quando essa svolse il ruolo di domus hospitalis al servizio di pellegrini e viaggiatori. Ianneci ha il merito di aver ricostruito (con relative cartine) i due viaggi, da Roma a Melfi, compiuti da Carlo d’Angiò nel 1278 e nel 1279.
A questo splendore fecero da contraltare le mire egemoniche nei confronti dell’abbazia stessa. Si veda l’esempio studiato in questo libro da Dario Ianneci, il quale ha ricostruito con la profondità del grande storico la contesa fra il vescovo di Monteverde e i monaci dell’abbazia di san Leonardo de Carbonaria, conclusasi con un arbitrato a favore del primo: evento, questo, che documenta un fattore non sempre messo in rilievo, cioè i contrasti all’interno del secondo stato (il clero). Altrettanto interessante è l’opposizione al vescovo riguardo al pagamento delle tasse da parte degli abitanti del casale (ulteriore elemento di tensione sociale), sfociata in lotta cruenta fra vescovo e ceti subalterni.
Ma gli eventi relativi al controllo per il possesso dell’abbazia non finiscono qui, perché anche i Calitrani cercarono di impadronirsi dell’abbazia (lo scontro questa volta era fra “cittadini”). Di queste “mire espansionistiche” Ianneci ha recuperato anche un suggestivo relitto folklorico, che sembra tipico di un romanzo tra il livello storico e quello fantastico: si narra infatti che una mattina una porta che guardava verso Calitri fu trovata murata ed invece aperta una porta che guardava verso Carbonara.
La storia dell’abbazia prosegue nel seguente modo: all’inizio del XVI sec. calò il silenzio sulle fonti documentali, mentre “probabilmente -afferma il Prof. Ianneci– nei primi del Seicento l’antica chiesa medievale di san Leonardo diventò la ’nuova’ badia di san Vito”.
Alla fine del viaggio all’interno di questo aureo libro il lettore si sente arricchito, perché ha effettuato un percorso inusuale che gli ha consentito di partire dalla microstoria (i fatti sconosciuti o dimenticati, la vita quotidiana dei sovrani, le azioni delle autorità ecclesiastiche) per approdare alla macrostoria (i grandi culti dei Santi europei, le Crociate, le sanguinose lotte tra i ceti sociali). Un viaggio, questo, che gli fa scoprire man mano le tessere di un mosaico, scrigno di avvincenti segreti, sapientemente disposti come i fotogrammi di un appassionante film.

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "la città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori) e "le ombre non mentono", il thriller storico ambientato nella Salerno misteriosa (Guida Editori)