Io sono IO: un reportage fotografico racconta la transizione di genere

Premio di bronzo al FIIPA AWARDS 2022 per la categoria “Storie”. In giuria anche Letizia Battaglia, pochi giorni prima della sua scomparsa. Abbiamo intervistato l’autrice, Adriana Miani

Adriana Miani è l’autrice di “Io sono IO”, un progetto fotografico che racconta per immagini l’inizio del percorso di transizione di genere intrapreso da Luca.

All’età di tre anni Luca ha cominciato a manifestare comportamenti legati al mondo femminile. Rifiutava i giochi e gli abiti prettamente maschili, accompagnati da crisi isteriche. Il suo fisico non era allineato all’identità che mostrava, anzi era percepito come un ostacolo. Si sentiva intrappolato in qualcosa che non gli apparteneva e ne provava disgusto.

La famiglia ha maturato la consapevolezza di non essere preparata, incapace di gestire da sola un momento così particolare e imprevisto. Si è allora rivolta all’Associazione S.A.I.F.I.P. nata per sostenere tutti coloro che intraprendono un percorso di rettifica del sesso di nascita, offrendo loro una guida e un supporto.


Il reportage di Adriana nasce con l’intento di sensibilizzare e di spazzare via giudizi errati e affrettati. L’obbiettivo della sua macchina fotografica ha documentato le fasi iniziali del percorso di Luca, immortalandola durante alcuni momenti di vita quotidiana.


Ad aprile il progetto è arrivato a Orvieto, ricevendo un bronzo dalla giuria del FIOF. Un premio di cui Adriana è particolarmente orgogliosa, perché le ha dato la possibilità di far conoscere a una giuria di esperti a livello nazionale e internazionale un lavoro durato anni. Ma soprattutto perché, in quella giuria, c’era anche Letizia Battaglia, che di lì pochi giorni ci avrebbe definitivamente lasciato..


Tra progetti realizzati e tanti altri da realizzare, in questa speciale intervista rilasciata a MediaVox Magazine, Adriana Miani si racconta in assoluta semplicità, svelandoci com’è nata l’idea di questo meraviglioso reportage

L’INTERVISTA

Adriana, com’è nata la sua passione per la fotografia? In passato lavoravo per una società privata e mi dedicavo alla fotografia come hobby durante i miei viaggi. Negli anni ‘90 l’azienda è andata in crisi e ho chiuso con questo lavoro. Mi sono ritrovata a chiedermi cosa fare nella vita, e ho pensato di sfruttare questa mia passione mettendomi a studiare sul serio per conoscere tutte le sfaccettature della fotografia. Mi sono iscritta prima alla Scuola Romana di Fotografia, e poi alle Officine Fotografiche. Man mano diventavo sempre più esperta, e ho cominciato a esporre in vari musei di Roma, ricevendo diverse menzioni d’onore. Non ero interessata all’insegnamento e non volevo un impegno fisso, per non averi oneri di altro tipo: da qui la mia scelta di rimanere una fotografa amatoriale e non professionista. Ho sempre desiderato svolgere il lavoro come volevo, in piena libertà.

Lei definisce la sua fotografia “sociale”. Cosa rappresenta per lei? Il sociale è una tematica che mi sta particolarmente a cuore. L’intento della mia fotografia è di abbattere i tabù e i pregiudizi che nutriamo verso determinate tematiche, come il carcere o la malattia. Mi piace essere un veicolo di messaggi positivi e sottolineare la positività dell’essere umano anche quando vive in circostanze negative, per donarli a chi si sofferma a guardare i miei scatti.

Come è nata l’idea del progetto Io sono IO? Durante un servizio giornalistico ho visto un’intervista alla dottoressa Maddalena Mosconi, psicologa e psicoterapeuta del San Camillo. La dottoressa si occupa principalmente di adeguamento tra l’identità fisica e psichica dei minori, e ricordo che le sue parole mi colpirono molto. Decisi quindi di contattarla, spiegandole il mio progetto. Lei mi propose di seguire Luca, che all’epoca aveva 13 anni. Ho telefonato la sua famiglia e da lì ci siamo incontrati per conoscerci personalmente. Luca ha avuto la fortuna di avere una famiglia unita e bendisposta verso questa tematica, ma non è sempre così. Nel corso degli incontri organizzati in presenza della dottoressa, sono rimasta molto scioccata dal racconto di alcuni dei ragazzi presenti, buttati fuori di casa dai propri genitori perché non accettavano la loro identità.

Durante gli incontri con Luca, da cosa è rimasta più colpita? Dal coraggio di questa giovane donna. Sin dall’età di 3 anni Luca ha cominciato a percepirsi una bambina. Non voleva giocare con i fratelli e non si sentiva un bambino come gli altri. A un certo punto ha cominciato a chiedersi il perché di questa sua diversità. Si è informata su internet e ha scoperto l’esistenza di questa realtà. Pian piano è uscita fuori dal bozzolo grazie alla famiglia che l’ha sempre appoggiata, ma anche grazie ai compagni e alle compagne di scuola che l’hanno accettata così com’era. Con “Io sono IO” ho cercato di comunicare la forza e il coraggio di questa ragazza che ha intrapreso un cammino difficilissimo. Ora è alle superiori, e come tutti i suoi coetanei combatte con le problematiche tipiche della sua età.

Per quanto tempo ha assistito alla trasformazione di Luca? Sono stati 3 anni, poi ci siamo dovuti fermare per via del Covid. L’ho lasciata quando doveva passare alle superiori ma continua a essere seguita sia a livello sanitario, sia a livello psicologico. Non ha ancora deciso il suo nuovo nome: ne cerca uno che sia espressione della sua personalità.

Quando ha iniziato a immaginare “Io sono IO”, quali erano i suoi obiettivi? Inizialmente il mio intento era capire il prima, cioè la condizione di partenza che porta la persona a non identificarsi con il sesso di appartenenza. Tanti ragazzi nascono con un “abito” che non sentono come proprio, ma chi intraprende questo percorso di transizione generalmente lo fa dopo l’adolescenza. Di casi in cui succede prima non ne ho rintracciati molti. Il mio obiettivo era di capire esattamente cosa si cela dietro questo disagio, che tanti ragazzi fanno ancora fatica a esprimere.

Il risultato del suo reportage cosa le ha fatto capire? La disforia di genere non è una trasgressione. Queste persone non hanno alcuna devianza sessuale, ma noi abbiamo ancora tantissimi pregiudizi nei loro confronti, pregiudizi che non hanno motivo di esistere. La scienza non riesce ancora a spiegare questa condizione, perché gli studi in questo campo sono tutti in divenire. Quel che è certo – e mi sento di ribadirlo – è che non si tratta affatto di una trasgressione e ciascuno di noi ha il diritto di autodeterminarsi: bullizzare le persone che si trovano a vivere questa condizione è una cattiveria inaudita.

“Oltre il muro” è il titolo di un altro progetto fotografico che ha svolto nel carcere femminile di Rebibbia. Com’è stato entrare in carcere e conoscere da vicino le detenute? Pura emozione! Ho conosciuto donne di etnie e provenienze diverse, tutte molto cordiali e affettuose, cosa che all’inizio non mi aspettavo affatto. Le detenute lavoravano in un laboratorio di alta sartoria gestito da un’associazione no profit. In quello stanzone c’era il mondo: tutte donne diverse, tante storie di sofferenza ma anche di speranza. Un giorno è arrivata una commessa di abiti da sposa e si è deciso di organizzare la sfilata proprio tra le mura del carcere. Le ragazze si sono impegnate al massimo per cucire gli abiti, e più si avvicinava il giorno delle sfilata e più erano emozionate. Per me è stato un privilegio conoscerle e vederle indossare l’abito bianco.

Ci racconta una storia che l’ha colpita particolarmente? Ce ne sarebbero tantissime da raccontare, perché prima della sfilata ho condiviso con loro molto tempo e ho avuto modo di conoscerle a fondo. Sono entrata in carcere in punta di piedi, senza aspettarmi nulla. Ma una mattina mi hanno invitato a fare colazione insieme per festeggiare il compleanno di una ragazza, Maria, che aveva preparato un piatto tipico del suo paese d’origine. Lei è una di quelle che mi è rimasta nel cuore: aveva due figli e stava scontando un ergastolo. Eppure questo non le ha impedito di immaginare un futuro. Mi ha confidato che, quando finirà di scontare la pena, il suo desiderio è di sposarsi e di lavorare come sarta. Nonostante il carcere, nonostante una pena così dura, Maria continua a sognare per sé un futuro normale.


Biografia/Adriana Miani nasce a Roma, dove attualmente vive e lavora. Dopo un lungo percorso lavorativo oggi si dedica con passione alla fotografia. Ha conseguito una specializzazione come fotografo commerciale, ma la sua vera passione è lo “street style”, il reportage. Ha partecipato a numerosi concorsi fotografici, ottenendo sempre riscontri positivi e menzioni d’onore. Tutti i suoi progetti sono stati esposti in mostre e alcuni hanno trovato spazio su riviste e quotidiani.

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Laureata in Giornalismo e Cultura editoriale all' Università di Parma nel 2018. Ha collaborato con italianradio.eu come articolista e conduttrice radiofonica di Radio Pizza Olanda, il canale di informazione per gli italiani residenti nei Paesi Bassi. Dopo una breve esperienza formativa negli studi di Radio ART si è trasferita in Svizzera e attualmente vive a Montreux. Appassionata di musica, moda, cinema e tecnologia.