OPERETTE UMORALI, pubblicato da BookRoad editore, arricchisce ancora di più la produzione letteraria del giornalista dell’ANSA Roberto Ritondale.
Il libro è composto da venticinque racconti – venticinque operette – intrisi di comicità, ironia, dramma, tenerezza, amori felici o disperati in cui l’autore mostrerà ora una prospettiva sul mondo, ora un’altra, totalmente diversa. Ci sono storie piene di speranza, come Il giro della morte, in cui Mohammed, un ragazzo fuggito da Raqqa, diviene un campione di atletica; o di sconforto, come L’ultima pietra, in cui si descrivono gli estremi attimi di una donna nigeriana accusata di adulterio e condannata alla lapidazione. Ma c’è anche spazio per l’umorismo e l’assurdo. Così come il racconto che ha come protagonista un manichino indispettito dagli sguardi indiscreti dei clienti.
Con OPERETTE UMORALI, libro che si contraddistingue per una scrittura originale e potente, Roberto Ritondale non ha la pretesa di trovare un senso alla realtà che ci circonda, ma cerca di descrivere tutta la fatica del coro di anime alla ricerca di un proprio posto nel mondo.
MediaVox Magazine ha intervistato Roberto Ritondale: un giornalista profondo, uno scrittore arguto, una persona con cui chiacchierare è davvero piacevole…
L’INTERVISTA
Partiamo dal titolo del suo libro “Operette Umorali” che fa riferimento a “Operette Morali” di Giacomo Leopardi. Quali sono i punti di contatto tra i due lavori? Innanzitutto, il desiderio di parlare anche di argomenti delicati usando registri più lievi, ironici, a volta addirittura comici. Leopardi viene ricordato spesso come il poeta del pessimismo cosmico, ma ha scritto dialoghi attuali e divertenti. Nel mio libro ci sono citazioni esplicite e omaggi più nascosti. In Napoli centrale, ad esempio, la protagonista aspetta un treno che in realtà è il nuovo anno, il 2020. La tematica è la stessa del dialogo leopardiano tra un “passeggere” e un venditore di almanacchi. Ma l’idea del titolo nasce anche da una doppia constatazione: i miei racconti sono piccole opere, quindi operette, e sono scritti da uno scrittore lunatico e umorale.
Perché ha sentito l’esigenza di scrivere il libro?
Mi piaceva l’idea di raccogliere in un unico volume i tanti racconti scritti in diversi anni. E avevo anche il desiderio di realizzare una doppia operazione: rendere omaggio ai grandi scrittori di racconti del passato (da Gogol a Pirandello, da Checov a Buzzati), e realizzare un testo interattivo, nel quale il lettore può scegliere le pagine in base al proprio stato d’animo.
Da che cosa ha tratto ispirazione per scrivere il testo? I testi sono molto diversi tra loro, sembrano addirittura scritti da autori diversi, e ognuno ha avuto uno spunto differente. Alcuni sono autobiografici, come “La libreria”. Altri si ispirano a fatti di cronaca. Altri ancora sono completamente frutto dalla mia fantasia, come quello in cui c’è un manichino che parla.
“Operette Umorali” è composto da venticinque racconti. Qual è il filo rosso che unisce questi racconti? I racconti sono cinque per ogni stato d’animo. Attraverso il primo gruppo di storie si riflette e ci si commuove lasciando aperta la porta alla speranza: per i bambini che ancora muoiono di fame nel mondo o per quelli che rischiano di non nascere perché affetti dalla sindrome di Down. Con i cinque racconti di umore nero, si inorridisce dinanzi allo sdoppiamento di un vecchio sacerdote e alla guerra vista nel suo più piccolo dettaglio, la morte di un soldato in trincea. Le successive cinque storie fanno invece sorridere o addirittura ridere, tra un deputato corrotto sequestrato dal Tec, (improbabili terroristi di estremo centro) e un manichino che ingaggia una sfida con una passante. Il penultimo gruppo di racconti è invece dedicato agli amori malinconici. Infine, gli ultimi racconti sono cinque gialli che indagano sulle follie umane che possono condurre a un omicidio, dall’ossessione per la bellezza al carrierismo più sfrenato.
Quanto il suo ultimo lavoro ci aiuta a capire meglio la realtà che ci circonda? Spero aiuti soprattutto a riflettere. E a ricordarsi, per esempio, che in alcune parti del mondo ancora si può essere giustiziati semplicemente perché si ama. È quello che accade in Nigeria alle donne accusate di adulterio. È quello che accade in Iran agli omosessuali. Spesso diamo per scontati i nostri diritti e le nostre libertà. E invece dobbiamo restare vigili, e combattere ogni giorno per difenderli.
Quale messaggio desidera rimanga ai lettori del suo libro? Più che un solo messaggio, vorrei che rimanessero le emozioni. Come mi hanno detto alcuni lettori, con questa raccolta di racconti si ride, si piange, si riflette, ci si arrabbia. Una sintesi delle nostre vite disordinate e complesse.
In questo momento storico così difficile e doloroso, qual è il ruolo degli intellettuali? In questi tempi di guerra e pandemia è difficile non cambiare umore di continuo, così come è inevitabile sentirsi e rappresentarsi in modo frammentario. Allo stesso modo, il ruolo dell’intellettuale è liquido, cangiante, difficile persino da comprendere. Penso che gli intellettuali abbiano innanzitutto il ruolo di far riflettere, ricordando che non esiste un solo punto di vista, ovviamente il nostro. Se accettiamo che possano esserci altri punti di vista, se ammettiamo che la verità non è una sola, come ci ha insegnato Pirandello, forse potremo comprendere meglio gli altri. Ed evitare di farci la guerra.
“Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti ma perché nessuno sia più schiavo” affermava Gianni Rodari e per lei che cos’è la lettura? La lettura per me è la capacità di vivere altre mille vite in quella unica e irripetibile che mi è stata concessa. Viaggiare senza trolley. Sentirmi meno solo. Quando ho letto Pessoa, per esempio, ho capito di non essere solo al mondo. Sapere che altre persone hanno sentito o sentono quello che io provo, mi ha aiutato a vivere.
Tre Autrici o Autori che compongono il suo bagaglio culturale? Tre soli autori non mi bastano. Allora mi permetta di individuare tre gruppi. I “pessimisti”: Leopardi, Pessoa, Cioran. I “distopici”: Dick, Orwell, Bradbury. Gli autori specializzati in racconti brevi: Checov, Gogol’, Kafka, O’Connor, Munro, Pirandello, Verga, Rea, Benni, Calvino, Buzzati, Tabucchi… E sicuramente ne dimentico qualcuno. E poi mi è impossibile non citare Hesse e Wilde. “Il lupo della steppa” è stato a lungo il mio breviario laico.
Chi è Roberto Ritondale oltre la scrittura? Un giornalista dell’ANSA che ha scelto per sposa la scrittura. Uno scrittore ambulante alla continua ricerca di se stesso.
