Articolo a cura del nostro inviato a GENOVA, Pasquale Ruotolo – Al Carlo Felice”, venerdì 28 ottobre è andata in scena la “prima” di “Béatrice et Bénédict” di Hector Berlioz, che ha inaugurato la stagione operistica genovese.
Si è rivelata vincente l’ intuizione del Sovrintendente del Teatro, Claudio Orazi, di puntare su un’ Opera poco conosciuta in Italia, perchè finora mai rappresentata all’interno del confine nazionale.
Lo spettacolo in due atti, diretto dal Maestro Donato Renzetti e curato dalla regia di Damiano Michieletto, è stato un successo: il pubblico, che ha riempito la sala in ogni ordine di posto, ha assistito con interesse, tributando in conclusione ben otto minuti di applausi ai protagonisti sul palcoscenico, che hanno allietato la serata rendendola speciale.
La genesi di “Béatrice et Bénédict”
Hector Berlioz, fecondo autore francese vissuto nel diciannovesimo secolo, in pieno Romanticismo, ha scritto non soltanto le musiche dell’ Opera, ma anche il libretto, in lingua francese, che si ispira alla commedia “Much Ado about Nothing” (“Molto rumore per nulla”), di William Shakespeare.
Da sottolineare che le differenze tra il testo shakespeariano e il libretto di Berlioz sono molteplici.
Urge citarne almeno una: l’invenzione, da parte del compositore, di Somarone, il maestro di musica che ha il compito di preparare e dirigere il coro che intonerà i canti il giorno del matrimonio di Héro e Claudio.
Rappresentata per la prima volta il 9 agosto del 1862 nella città tedesca di Baden-Baden, per celebrare l’ inaugurazione del Theater Der Stadt, e replicata a Weimar l’anno dopo, “Béatrice et Bénédict” ha viaggiato per il mondo fino a far tappa, finalmente, in Italia.
Uno sguardo al plot
Siamo a Messina. I siciliani accolgono esultanti l’ esercito guidato da Don Pedro, che ha potuto contare sul contributo di validi ufficiali, Claudio e Bénédict: i Mori sono stati sconfitti. Claudio adora la bella Héro, figlia del governatore Léonato, che corrisponde i suoi buoni sentimenti. Bénédict, invece, non fa altro che litigare con Béatrice, nipote del governatore, con la quale non riesce proprio ad andare d’ accordo. Più che di veri e propri litigi si tratta di scaramucce, di battibecchi. Don Pedro, allora, organizza un piano, con la collaborazione di Claudio e di Héro. Sapendo di essere ascoltato da Bénédict, insieme a Claudio ammette di esser certo che Béatrice sia innamorata del nemico di sempre. Ed anche Héro con Ursule, sua dama di compagnia, discute in merito al folle sentimento che Bénédict prova nei riguardi di Béatrice, e il dialogo avviene mentre quest’ultima origlia credendo che non si sappia della sua presenza.
L’ inganno sortisce effetti, avvicinando i cuori dei due giovani. E così, subito dopo l’ unione di Claudio ed Héro, un’altra coppia si fa avanti per compiere lo stesso passo: Béatrice e Bénédict. Un giorno di tregua, da domani riprenderanno i litigi!
Lo spettacolo ligure
È Somarone, il maestro di musica, interpretato da Ivan Thirion, tra i protagonisti della rappresentazione genovese. Presente quasi sempre sul palcoscenico, punto di congiunzione tra le varie scene, cattura lo sguardo del pubblico inducendolo spesso al sorriso per via dei suoi atteggiamenti tragicomici.
Un’altra figura importante, comparsa in più circostanze, è stata una scimmia, simbolo di una vita secondo natura, priva di leggi a cui obbedire.
Dopo la Overture iniziale e al canto del coro, spazio al soprano made in Genova Benedetta Torre.
Elegante, pulita, tecnica, raffinata, piacevole da ascoltare soprattutto nelle non semplici cadenze che concludono la sua aria, e nel grazioso duetto con Ursule, in apertura di secondo atto, la Héro di Torre è una donna innamorata, che insegue il sogno di diventare moglie del suo uomo. Una figura femminile che ispira tenerezza, simpatia, empatia.
Il Claudio di Yoann Dubruque non entusiasma particolarmente, ma ciò è dovuto al fatto che il personaggio è, in fin dei conti, secondario: Berlioz ha da esaltare principalmente Bénédict.
E quest’ultimo, interpretato da Julien Behr, è ben coinvolgente.
Il tenore nativo di Lione presenta un uomo dalla doppia personalità: avverso all’ idea del matrimonio, dopo aver ascoltato Claudio e Don Pedro Bénédict si rende conto di volere Béatrice , e la sua consapevolezza aumenta progressivamente.
Dalla voce ben impostata, Behr tiene gli occhi degli spettatori incollati sulle vicissitudini che toccano al suo personaggio.
La rivelazione della serata? Cecilia Molinari con la sua Béatrice.
Sicura di sé, decisa, spigliata, dal timbro vocale possente, dolce e autoritario a seconda delle occasioni, il giovane soprano in maglia e pantalone piace, conquista.
Intensi i momenti in cui Béatrice e Bénédict pur litigando si inseguono cercandosi: si ha idea che la passione possa travolgerli in qualsiasi momento. Non si cela una evidente carica di sensualità, mai volgare: i due si sfiorano a più riprese, cercano sovente un contatto fisico.
Si amano, ma sono troppo orgogliosi per ammetterlo, per riconoscere di essere fatti l’uno per l’altra.
E quando essi scelgono di sposarsi, cedendo ai richiami del cuore, prendono entrambi tra le mani una farfalla (gli insetti erano rinchiusi in una teca di vetro), restituendo ad esse la libertà.
Questa scena conclude l’Opera.
Le farfalle, liberate dalla prigione, simboleggiano l’amore tra Béatrice e Bénédict che, incatenato nei bassifondi dell’orgoglio e delle false convinzioni, ora guiderà la vita dei protagonisti verso un futuro radioso.
Un altro significato che emerge dalla scena finale è che un legame stabile, sigillato col matrimonio, non va necessariamente considerato come l’anticamera di un’esistenza che si rivelerà col tempo piatta e monotona, ma come il principio di un’avvincente e splendida avventura che due persone, affiancate dal destino, condivideranno.
L’amore, alla fine, è una cosa semplice: non si faccia molto rumore per nulla.
