“La Cenerentola” al Teatro “Carlo Felice” di Genova

Articolo a cura del nostro inviato a GENOVA, Pasquale Ruotolo

Che cosa accade quando una delle favole più belle della tradizione viene messa in musica?
Nasce un piccolo grande gioiello. E’ il caso de “La Cenerentola”, opera buffa di Gioacchino Rossini su libretto di Jacopo Ferretti, suddivisa in due atti, rappresentata al teatro “Carlo Felice” di Genova lo scorso venerdì 25 novembre, per la prima di sei recite che si completeranno domenica 4 dicembre.
A differenza di “Béatrice et Bénédict”, che alla vigilia della messa in scena poteva dare adito a dubbi sulla positiva risposta del pubblico ad un titolo semisconosciuto in Italia, con Rossini si è certi di andare sul sicuro.
Diretta dal Maestro Riccardo Minasi, con la regia del duo formato da Paolo Gavezzeni e Piero Marenghi, la “prima” al “Carlo Felice” ha raccolto gli auspicati consensi della vigilia, regalando sane risate alla gente in sala.
Per le scene e i costumi ci si è ispirati all’allestimento di Daniele Luzzati del 1978.

Lo spettacolo genovese

Il Maestro Minasi, giovane ma con una già ragguardevole carriera alle spalle, conduce cantanti e strumentisti nell’esecuzione di una partitura non semplice, ed è abile nel mettere in evidenza quanto essa esprime in termini di musicalità ed espressività.
Facilmente riconoscibile il cosiddetto “crescendo rossiniano”, uno dei marchi di fabbrica del compositore pesarese, con l’aumento dell’intensità dei suoni determinato dall’aggiunta dell’intervento di un numero sempre maggiore di strumenti, a conclusione di alcuni numeri musicali.
Se il genio di Rossini riesce a tramutare la triste storia di Cenerentola in un’Opera che rilassa e induce al sorriso è sicuramente merito della goffaggine di certi personaggi, con l’orchestra che ne evidenzia qualità e caratteristiche.
Piace Don Magnifico, interpretato da Marco Filippo Romano: è graziosa l’esecuzione della cavatina “Miei rampolli femminini”, con la quale egli si presenta sul palcoscenico rivelando la natura di un uomo che rallegra chi gli sta di fronte.
Da segnalare anche la buonissima performance resa nell’aria “Sia qualunque delle figlie”, in apertura di secondo atto, dal commovente inizio e dal gioioso finale.
Simpaticissime Clorinda e Tisbe (Giorgia Rotolo e Carlotta Vichi), le sorellastre di Angelina- Cenerentola, unite da un legame di sangue, ma in competizione perché don Ramiro sposerà una tra le due.
Il loro atteggiamento infantile provoca risate sino alla fine, quando il precettore del principe, Alidoro, le invita a rassegnarsi avendo don Ramiro scelto Cenerentola.
E proprio don Ramiro, portato in scena da Antonino Siragusa, conquista parecchi applausi.
Il tenore cresce lentamente, raggiungendo la forma migliore nel secondo atto ( “Sì, ritrovarla io giuro”).
Ha una voce ben formata, equilibrata.
Il basso Gabriele Santona è Alidoro, che appare nei momenti cruciali della rappresentazione, all’inizio, a metà e al termine, contribuendo a cambiare in positivo le sorti di Cenerentola.
La sua voce grave appare come un monito a comportarsi in maniera altruistica e corretta nei riguardi del prossimo.
Il personaggio che il libretto ha reso più comico è Dandini, lo scudiero che si finge principe per osservare, valutare e riferire a don Ramiro il comportamento di Clorinda e Tisbe.
Roberto de Candia riempie la scena con la sua appassionante recitazione, accompagnata da una mimica facciale che non può non risultare ilare, e da una voce che sa comunicare emozioni.
Dandini sa essere serio e buffo, sa quando scherzare e quando sforzarsi di mantenere un livello almeno apparente di serietà.
L’esecuzione dell’aria “Come un’ape ne’ giorni di aprile” è da menzionare.
Una giovane interprete orientale, Hongni Wu, è Cenerentola. Il mezzosoprano, che si presenta con un semplice vestito da domestica mentre è intenta a lavorare in cucina ,mostra subito le sue capacità con l’aria “Una volta c’era un re”, il cui testo è la sintesi della trama dell’intero racconto.
Wu ci mette l’anima, presentando una Cenerentola sognatrice, determinata, per lunghi tratti rassegnata alla sua condizione servile, ma non cattiva o vendicativa.
Anzi, la sua vendetta sarà il perdono.
Ella canta in un italiano perfetto, e i testi che intona sono spesso pieni di insidiosi scioglilingua.
La sua voce, più tecnica che espressiva, sa arrivare al cuore di chi la ascolta.
Fugaci gli sguardi tra Cenerentola e don Ramiro, ma il duetto tra i due ,“Un soave non so che”, indica l’apoteosi del vero amore, quello fiabesco, dolcissimo, immortale.
Si sprecano, in sala, i complimenti per la portentosa Wu, davvero bella quando indossa gli sfarzosi vestiti degni della principessa che sta per diventare.
Fondamentale, infine, anche l’apporto del coro maschile, rappresentato dai dipendenti di don Ramiro, sempre unito e compatto in scena.
Eccellenti i pezzi d’insieme, in particolar modo l’insidioso “Questo nodo avviluppato” , ed il concertato finale, che termina con i protagonisti che ballano come se fossero in discoteca.
I motivi per essere finalmente felici sono evidenti: “Tutto cangia a poco a poco, cessa alfin di sospirar”.

Immagini e fotografie tratte da https://operacarlofelicegenova.it/spettacoli/

Pasquale Ruotolo, docente nei Licei Musicali, è laureato in Sociologia, Musicologia e diplomato in Pianoforte Principale. Giornalista pubblicista iscritto all’Odg Campania e all’Assostampa Campania Valle del Sarno, ha pubblicato con AeM editore nel 2009 il romanzo “Per te” e, nel 2020, con Echos, il romanzo “Anime gemelle”.