La chiave cromatica per guardarsi dentro… l’arte di Lorenzo Basile

La pittura di Lorenzo Basile parla al cuore e ci emoziona con i suoi colori vivaci e decisi che sfidano, a prima vista, lo sguardo. La determinazione cromatica ha una sua forza espressiva che cattura ed ipnotizza con gli accostamenti forti e decisi. I colori di base hanno la loro manifesta personalità e si pongono sulla tela come personaggi di una scena che si sviluppa davanti ai nostri occhi. Senza ripensamenti o esitazioni. I rossi sono preponderanti e campeggiano con la vivacità che richiama simbolicamente la passione e l’amore. I gialli si fanno spazio e ravvivano con la loro luce i limitrofi, alterandone la cromaticità, in una trasmissione non sempre prevista e calcolata, ma piacevole quanto più sorprende. Gli arancioni vibrano emozione inespressa, mentre i blu rimandano la luminosità e riempiono i vuoti espressivi, rari i verdi, come laghi rilucenti. La tavolozza si completa con spazi riempiti dal nero che è un graffio, una lacerazione: nero come un gorgo che ti cattura e ti precipita nel mondo sommerso, nella interiorità che avevi dimenticato ma che ti muove da dentro e ti determina più dell’evidenza della forma.
Il bianco è il filtro che separa e divide i personaggi non assonanti della trama coloristica: neutro e pulito, a tratti si contamina e accanto al rosso fuoco presenta la tonalità delicata di un rosa, mostrando quante declinazioni possa offrire ciascun colore, nella ricca gamma delle tonalità.
Dopo una prima lettura dei dipinti, in cui l’espressività coloristica colpisce e predomina, l’astrazione offre la chiave ad interpretazioni più profonde. Le forme sono sagome di una geometria che ha perso spigoli ed asperità e si è arrotondata, si è modellata con delicatezza per sistemare l’uno accanto all’altro le presenze coloristiche più prepotenti ed ingombranti.

Come sistemare un bagaglio voluminoso in una valigia, con cura, non sacrificando e non mortificando nessun oggetto. Forme allungate, quadrate o sbilenche convivono accostate nella campitura spaziale, seguendo un ordine che parte dal geometrico ma non è più tale.
L’espressività iniziale che appare al primo sguardo, cede ad una visione più pacata e serena che dilata gli spazi e ci permette di entrare nella tela, di assaporare l’emozione delicata e vivere la sensibilità con cui Lorenzo ha composto la tavolozza cromatica.
Allora i colori si sciolgono per noi, introducendoci al significato della rappresentazione, guidati ed accompagnati dai titoli dei dipinti: Risveglio, L’abbraccio, Ai primi bagliori dell’alba, Alla ricerca di un orizzonte… Anche le forme si adeguano e si curvano a lasciare varchi, in interazioni sempre più articolate. I dipinti si aprono per noi alla comprensione.
Sono termini che alludono alla spiritualità e introducono al mondo interiore. Solo allora notiamo che l’interazione e la convivenza tra forma e colore o tra gli stessi colori, non sempre è pacata e scontata: spesso il colore trasuda e trabocca, contaminando il vicino in rivoli di sgocciolatura, in screzi di sbavatura. Dietro la facciata allegra e felice di un carnevale cromatico c’è una sofferenza che si dichiara in crepe, come la depressione mascherata da allegria esagerata.
Il mondo artistico descritto da Lorenzo sembra suggerire che l’apparenza inganna, che ciò che l’occhio vede è superficie, mentre solo l’interiorità sa parlare di noi e della nostra sofferta vita di attori. In fondo quei colori ci rappresentano, siamo noi, con personalità diverse e non sempre compatibili, siamo evidenze da palcoscenico che celano la vera essenza interiore.
I quadri di Lorenzo ci aiutano a gettare via la maschera o quantomeno a prendere coscienza che c’è altro da scoprire di noi, che siamo esseri complessi da indagare, interpretare e decifrare.
Superato l’impatto cromatico e la forma, il quadro manifesta la struttura con cui è stato concepito e realizzato: come in un cantiere si osservano le colonne portanti ed i rinforzi in calcestruzzo e ferro. L’ossatura del quadro è l’interiorità dell’artista, è terreno comune a tutti noi, descrive nel suo linguaggio segnico e simbolico i punti di forza e debolezza dell’intricato mondo interiore. Lì ritroviamo l’archetipo, il simbolo primigenio significante: un graffio, una pennellata nera, uno strappo nella continuità.
Esso traspare come rottura dell’ordine, come messaggio dolente, grido soffocato con cui l’autore ci richiama a valori spirituali dimenticati. Allora i colori di superficie si allontanano l’uno dall’altro come tende aperte e tra gli spiragli scorgiamo sagome impreviste, volti espressivi di sofferenza in cui si coagula l’icona di un cristo, in un assemblamento fulmineo e momentaneo.
Mi viene in mente che, come un test di Rorschach, i quadri di Lorenzo fanno emergere in chi li osserva la pulsione profonda e sono uno specchio per l’interiorità dello spettatore.
L’arte è certamente il mezzo privilegiato e più vicino alla creazione, il più sofisticato e raffinato, per scandagliare l’umano e per saggiare il divino, nella creazione che è sempre un atto ispirato. Altrimenti non si crea emozione, non si sollecita la sensibilità, non si raggiunge l’interiorità che è un atto di coraggio che comporta pericolo, come liberare un animale selvaggio.
Lorenzo apre la gabbia e senza esitare accetta il confronto con l’altro sé, quello segreto che gli trasmette ansia e paure ancestrali. Nel proprio mondo interiore nascono i colori, lì nasce la gioia e il dolore, lì c’è l’essenza. Tutto questo racconta un quadro di Lorenzo, chiarendo e penetrando l’essenza come un bisturi sull’anima.

Recensione di LAURA BRUNO

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