Articolo del nostro inviato a GENOVA, Pasquale Ruotolo

Quarta rappresentazione, ieri domenica 8 gennaio, dell’Operetta in tre atti “Die Fledermaus”, di Johann Strauss Junior, al Teatro “Opera Carlo Felice” di Genova.

Pochi i posti vuoti in sala, nonostante le condizioni atmosferiche non fossero delle migliori. Diretta dal Maestro genovese Fabio Luisi, nome di rilievo nell’ambito del panorama operistico nazionale e internazionale, su libretto di Carl Haffner e Richard Genée, che trassero ispirazione dalla commedia francese “Le Réveillon”, di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, “Il Pipistrello” è piaciuta tanto per diversi motivi.
Sembrerebbe banale e scontato, ma non lo è affatto, il riferimento alle musiche dell’Operetta: il meraviglioso “Valzer del pipistrello”, che costituisce una tra le assi portanti dei concerti del periodo natalizio, ha contribuito a proiettare Richard Strauss II nell’universo dei compositori più suonati in questo particolare momento dell’anno.
Non a torto, perché il messaggio lanciato dalla melodia del valzer appare un chiaro inno alla vita, alla spensieratezza, al festeggiamento e, nel contempo, un invito ad inseguire e assaporare momenti di gioia e serenità in compagnia delle persone gradite.
L’orchestrazione dell’ autore viennese è ricca, sonora, e gli strumentisti giocano un ruolo determinante nell’accrescere il valore dei momenti musicali di cui si compone questo capolavoro.
Si crea un’atmosfera rilassante e rilassata che distende gli spettatori, che vivono un sogno ad occhi aperti.
Luisi risplende come un faro per i cantanti sul palco, che lo cercano in continuazione con lo sguardo, e la Overture iniziale risente della lettura e dell’interpretazione scelta e applicata dal Maestro genovese, che non snatura la partitura originale, ma la cura nei dettagli puntando molto sui contrasti dinamici.
La direzione di Luisi esalta la “frizzantezza” di una composizione che, a parte le fasi caratterizzate dalla mera recitazione, conserva dall’inizio alla fine un carattere squisitamente brillante.
Carina la scenografia, con pavimentazione a scacchi, segnata dalla presenza di un intruso, un grande finto struzzo, che il regista Cesare Lievi ha voluto fosse presente per gran parte dello spettacolo.
Lo struzzo è un animale che nasconde la testa nella sabbia al pari dei personaggi, sostiene Lievi, che ingannano se stessi e gli altri in un pericoloso e contagioso vortice di intrighi, tradimenti e menzogne (i temi di fondo del plot dell’Operetta), perché non vogliono accettare di essere schiavi di passioni disordinate e futili. Occorre però trovare una giustificazione: è il vino che inebria, che risveglia gli istinti peggiori annidati nell’animo umano. “È lo champagne che ha provocato tutto quanto abbiamo patito”, canterà Rosalinde nel finale.
Gli elementi del cast di questa produzione hanno impressionato per le proprie capacità artistiche.
Su tutti, il baritono acuto danese Bo Skovhus, interprete dell’ambiguo Eisenstein, che per lunghi tratti è stato padrone della scena.
Una voce, la sua, energica, diretta, comunicativa.
Non delude le attese la soprano moldava Valentina Nafornita.
Calata perfettamente nel personaggio di Rosalinde, ella possiede una voce potente, ricca di armonici, che controlla con dimestichezza adeguandola alle diverse situazioni.
Applausi calorosi vengono elargiti dal pubblico a Danae Kontora, soprano di origini greche, che presenta una Adele che non può non piacere.
Adele è la ragazza in cui in tanti possono riconoscersi: è una cameriera che ambisce ad altro, vuol cambiare in meglio la propria vita, vuol far teatro e, con determinazione, vedrà schiudersi davanti le porte di un futuro roseo.
Il timbro vocale della Kontora appare meno potente rispetto a quello della Nafornita, ma ogni volta che apre bocca la soprano stupisce per la sua tecnica raffinata (gli acuti, precisi e vibranti, sono il biglietto da visita di un’artista veramente efficace), e per l’eloquente espressività facciale.
Un ruolo significativo è affidato a Deniz Uzun, mezzosoprano, che interpreta l’organizzatore della festa, il Prinz Orlofsky.
La voce di donna conferisce simpatia ad un personaggio che, rispetto agli altri, pare non essere attratto dalla possibilità e dal desiderio di conquiste amorose, ma ai suoi ospiti chiede solo di vederli felici e non annoiati.
La Uzun inizia con fatica sulle prime note alte, ma sa riprendersi egregiamente ed è proprio lei che strappa l’ultimo sorriso al pubblico indicando e schernendo Rosalinde ed Eisenstein che vengono chiusi in gabbia con lo struzzo, pochi istanti prima del calo conclusivo del sipario.
Bravi anche i personaggi “secondari”, ma non per questo meno importanti nell’ottica del racconto della vicenda, Bernhard Berchtold, (Alfred), e Levent Bakirci (Frank).
Da segnalare il ballo, durante il secondo atto, condotto da alcuni giovani allievi di Irina Kashkova (che ha curato le coreografie), e il carceriere Frosh, affidato all’attore tedesco Udo Samel, dalle movenze e dall’aspetto volutamente “fantozziani”, che con i suoi “Belin” si è ingraziato gli entusiasti spettatori liguri.

Le immagini sono tratte dal sito del Teatro

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Pasquale Ruotolo, docente nei Licei Musicali, è laureato in Sociologia, Musicologia e diplomato in Pianoforte Principale. Giornalista pubblicista iscritto all’Odg Campania e all’Assostampa Campania Valle del Sarno, ha pubblicato con AeM editore nel 2009 il romanzo “Per te” e, nel 2020, con Echos, il romanzo “Anime gemelle”.