LA VITA BUGIARDA DEGLI ADULTI

Recensione | L’adattamento cinematografico dell’opera della Ferrante

Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d'America

The last intriguing story of Elena Ferrante filmed by Edoardo De Angelis for Netflix. LA VITA BUGIARDA DEGLI ADULTI is a coming of age focused on the relationship between truth and lie and all their shades. The main characters are Giovanna, a teenager looking for her identity against the lies of her parents, and aunt Vittoria, free, overdone and unknown relative so far that let Giovanna figure out the secrets of her family. A story well described in a breath-taking Naples


Su Netflix dal 4 gennaio é disponibile la trasposizione cinematografica in serie tv dell’ultimo affascinante e misterioso manoscritto di Elena Ferrante, pseudonimo di una delle scrittrici contemporanee piú amate e tradotte al mondo.
Incarico affidato al regista Edoardo De Angelis, cineasta non di primo pelo, che ottenne riconoscimenti prestigiosi con Indivisibili nel 2016. Napoletano, di grande impatto il suo stile narrativo, personale e riconoscibile nella scelta dei punti di caduta della cinepresa (i fotogrammi), della musica carica di simbolismi (come se i testi delle canzoni fossero una seconda sceneggiatura atta a conferire potere descrittivo alle scene) e della scrittura, sovrana dell’opera letteraria quanto di quella cinematografica.
Ed è infatti la stessa Ferrante che figura insieme a De Angelis (e Piccolo – Il Caimano suona familiare? -) come sceneggiatrice delle serie: durante la prima a Roma il regista ha raccontato di aver avuto una continuativa, fitta e dialettica corrispondenza con la scrittrice sul materiale cinematografico, che ha consentito al testo di avere corpo, contribuendo a consolidare il potere narrativo del libro nella trasposizione cinematografica.
L’intreccio descrittivo resta dunque inalterato e la storia é inaugurata con una voce fuori campo che traspone quasi letteralmente l’incipit del romanzo:

Prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero brutta. Parlo’ sotto voce, ma io lo sentii […]. Una sola parola di disapprovazione di mio padre da sempre mi faceva piangere. Mi aveva sempre detto che ero bellissima. Che aveva visto ora nella mia faccia che io non vedevo? Cosa mi stava succedendo? Da allora tutto é rimasto fermo. Napoli. Il freddo di febbraio. Mia madre. E anche quelle parole. Io pero’ no. Io mi sono ritrovata dentro una storia che non era la mia. Che non é mai davvero cominciata. E che nessuno si é mai curato di concludere. E sono scivolata nel groviglio di un dolore arruffato, senza redenzione.

Giovanna é un’adolescente, figlia di due intellettuali di sinistra, abita nella parte alta di Napoli, quella altolocata, ed esiste attraverso la lente dei suoi genitori, in particolar modo di suo padre, che in una conversazione origliata dalla ragazza la paragona alla zia Vittoria, una zia (sorella del padre) che Giovanna non ha mai conosciuto perché letteralmente cancellata dai ricordi di famiglia. Inizia da qui, dal martellante desiderio di incontrare la zia Vittoria, la ricerca dell’identita’ della protagonista, passando attraverso le sue origini, il passato opaco e taciuto della sua famiglia (le bugie) in un viaggio verso cio’ che non conosce (la verita’). Come spesso accade, l’indagine su cosa sia la verita’ é affidata a chi é nel punto liminare tra infanzia e eta’ adulta in un coming of age che sfata fin da subito il presupposto per cui la verita’ suole essere appannaggio degli adulti, od ancora rappresentabile come una realta’ monolitica: la verita’ puo essere una parentesi nella bugia, la bugia puo’ essere vera (Diversi personaggi, scoperti a mentire, diranno di raccontare bugie perché sono belle).
Come ogni viaggio, dopo aver individuato il tempo é necessario individuare lo spazio, e Napoli mostra sia nella scrittura della Ferrante che nella trasposizione di De Angelis le sue mille anime, che diventano i molteplici volti dell’umanita’. Nella sequenza in cui Giovanna afferma di voler incontrare la zia Vittoria, la madre si allontana e poi ritorna con una mappa della citta’. Potente, seducente, la geografia di Napoli mostra alla protagonista non solo una dicotomia tra il Vomero, l’elegante quartiere in cui Giovanna é nata e cresciuta e il Pianto, il rione popolare e folkloristico da cui provengono il padre e la zia Vittoria, ma che esiste un andirivieni tra l’una e l’altra, un’infiltrazione tra le due che giace nelle storie dei personaggi.

In un percorso che a specchio si muove anche nello spettatore, chi guarda la serie si confronta personalmente con questi temi, ad esempio mi é capitato di raccontare a me stessa “delle bugie” durante la visione.
Il merito dell’immedesimazione é da imputare innanzitutto alla tipizzazione dei personaggi che rispecchia ancora una volta l’identita’ letteraria del prodotto cinematografico, affidando l’impalcatura attoriale della serie ad attori di esperienza conclamata, come Alessandro Preziosi e Pina Turco nelle ciniche vesti dei genitori di Giovanna, entrambi perturbanti nella rappresentazione di una classe borghese che finge di aver dimenticato da dove proviene, Valeria Golino, encomiabile nei panni della zia Vittoria e Giordana Marengo, acerba, ruvida, sfuggente, sembra fuoriuscire dal romanzo per palesarsi sullo schermo.
La performance degli attori é naturale e slegata da certi schermi attoriali, riflette l’approccio del cineasta che, come affermato dalla stessa Valeria Golino nella prima della serie a Roma, é solito osservare gli attori senza interferire sullo stile, per lasciare che il connubio tra personalita’, esperienza e caratteristiche performative seguano un fluire anti-predestinale nello srotolarsi della narrazione.
E se nella serie la performance attoriale individuale é diffusamente convincente (l’opera é comunque corale, come d’altronde lo é L’Amica Geniale), questo risulta ancora piu vero a proposito delle interazioni tra i personaggi, in particolar modo delle due protagoniste.
Giovanna, Giannina per la zia Vittoria, lontana dagli echi dei consueti personaggi principali, definiti, eroici, contraddistinti da componenti destinali, sembra quasi una persona reale nella sua “indeterminatezza” (lei stessa nell’incipit del romanzo dirá: non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o davvero arrivato a compimento), cio’ che ipotizziamo di lei lo sappiamo attraverso le parole degli altri, in molti infatti le dicono che e’ intelligente, bella e affascinante, generando una certa ansia da prestazione nel personaggio – e nello spettatore – nel voler far combaciare il racconto dell’identità di Giovanna con quello che lei stessa dice, sente, mostra. Anche se vi é una parte piu “sanguigna” di Giovanna, svelata attraverso i testi della musica che ascolta, si conferma tuttavia un personaggio letterario che piu’ che stare dentro alle cose, sta a guardarle: intellettuale e riflessiva, di matrice borghese come la sua famiglia.
Non é un caso che scelga zia Vittoria come guida nel suo percorso di ricerca dellaveritá, attratta quasi morbosamente dalle sue caratteristiche dominanti, il fatto di essere sempre cosi fieramente nel torto, libera, carnale, diretta, emotiva, esagerata.
Attraverso il loro rapporto avviene lo smascheramento piu’ incisivo della dicotomia verita’-bugia: sono queste caratteristiche di zia Vittoria a renderla piu’ autentica, piu’ vera degli altri? Poiché, nostro malgrado, anche zia Vittoria é un personaggio che mente: quando Giannina lo scopre, in quella bellissima scena sul pianerottolo della casa di zia Vittoria, é una verita che non fa clamore (lo stesso dolore arruffato, senza redenzione dell’incipit), e alla fine comprendi che non sara’ l’essere veri o bugiardi a salvarci come esseri umani.

Il risultato é una cinematografia complessa, a volte spezzata, ricca di chiaroscuri (la zia Vittoria affermera’: l’amore non é pulito, é opaco, come i vetri dei cessi), adatta a chi ha la pazienza di stare a vedere: oltre alla componente sfuggente della costruzione narrativa e alla frammentarieta’ degli episodi (spesso un sipario tra una puntata e l’altra), tutto si ricompone alla fine, in una chiosa tenuta insieme dall’unica circolarita’ possibile nella storia, ovvero quella dell’oggetto “braccialetto” di Giovanna: restano la forza con cui lo rinnega all’inizio del racconto e la quasi imperturbabilita’ con cui lo accoglie in chiusura.

Quann si’ piccirill, ogni cosa te pare grossa. Quando si gross, ogni cosa t’ pare nient.

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Diletta Ciociano, laureata magistrale in filosofia, masterizzata ed esperta di management delle risorse umane, professionalmente si occupa della gestione di progetti in ambito sociosanitario, pubblico e privato. Da sempre grande divoratrice di libri e film, ma appassionata di linguaggi culturali in generale, legge e dispensa consigli su cinema, letteratura, podcast e musica. Di recente trasferita negli Stati Uniti, vive a New Haven, Connecticut