“La logica del tempo” di Antonio Pietropaoli

LA RECENSIONE/ “La logica del tempo” di Antonio Pietropaoli (Guida Editori)

Una splendida raccolta di liriche sull’umana condizione dei giorni nostri, dipinta con uno stile originalissimo e affascinante. Un’Opera di alta avanguardia culturale.

La Vita è un Viaggio da una condizione all’altra; e durante questa serie di passaggi ininterrotti si parano dinanzi ad ognuno di noi dei varchi, delle soglie, dei coni d’ombra, dei “limina”, terre di tutti e di nessuno, in cui si verificano gli eventi più nascosti e misteriosi, eppur più significativi. E ogni organismo vivente si muove in un’area segnata dal dualismo Ordine versus Disordine. Ebbene, questa dialettica è alla base della produzione poetica, originale e folgorante, di Antonio Pietropaoli, esegeta finissimo della poesia contemporanea e intellettuale profondamente innovativo, la cui visione liminare del mondo genera immagini fiammeggianti, che si incidono a lettere di fuoco nella mente del lettore.
Ne è prova il volume di liriche, pubblicato da Guida Editori e con la postfazione di Alberto Granese, dal titolo emblematico: “La logica del tempo”, due termini-chiave dell’intera raccolta. Partiamo dal secondo termine (il tempo), che si configura come l’area entro cui si squaderna l’esistenza degli esseri viventi nel loro agire. Il tempo rispecchia la complessità della vita umana. Esso è ”pieno di intoppi ghirigori e orrori” (in “a tempo perso”), “è un mostro […] caleidoscopio del demonio” (nella lirica “in tempo I”), è labirinto nei cui anfratti viviamo (in “a noi”), ma al tempo stesso è (in “Schermi 4”) fonte di scoperta dell’Io: “parlo poco e molto […] e parlo male e bene /[…] una volta son tutto/ sfocato e piatto e un’altra son tutto messo a fuoco.” Anche la tripartizione tradizionale del tempo fra Passato, Presente e Futuro in questo splendido volume è soggetta a revisione e a riscrizione. Il Passato (“mi sono accoccolato/ tra i miei/ ricordi/ per rivivere/ un po’/ del tempo passato”) ha (nel componimento dal titolo “in tempo II”) un senso solo se viene rivissuto, dunque riscritto; il Presente ha un valore astorico e atemporale, in quanto viene collegato (in “allegoria”) ad una cascata di proverbi; il Futuro, infine (in “apocalisse”), si profila all’orizzonte recando con sé un “famelico diluvio”, il quale ci fa sospettare che tale futuro sia ormai già presente (e così l’apocalisse riprende il suo significato originario di “apo-kàlypsis”, azione del “togliere il velo”, dunque del “ri-velare”).
Passiamo ora al primo termine del titolo (la logica), che indica sia l’aspetto sociale del parlare sia il vocabolo stesso “ragione” (il “logos” greco), fermo restando che questa essenza logica si sposa con un “quid” di illogico, nel senso di “contro” la logica comune e convenzionale. L’accamparsi, necessario e fondante, della parola emerge sin dalla prima lirica del volume attraverso una “ricetta”, metafora carnascialesca (alla Bachtin), pendula tra il sotto-codice gastronomico e quello terapeutico: l’Autore, infatti, viviseziona il lessema “parole” nelle sei lettere dell’alfabeto che lo compongono, invitando, per così dire, il lettore a “gustare” ogni singola lettera nei suoi valori fonico-timbrici.
Ed allora Pietropaoli ci fa magicamente sentire negli ultimi versi di questo testo il possente suono della “p” e ci fa vedere il senso della meraviglia espressa dalla “a”, il carattere rotolante della “r”, la conchiusa perfezione della “o”, il flusso dinamico della “l” e il trionfo della bellezza nella clarità della “e”. Tutti elementi, questi, che cooperano a creare uno scenario meraviglioso e straniante. Eloquente è anche un altro esempio di esaltazione dei valori fonici-timbrici (in “Schegge III”), tutta incentrata sul suono cupo della “u” (“Ululando ustionato da ultimatum sull’uscio/ Linguacciuto mi lancio”) che all’inizio del verso unisce due sensazioni diverse (la lacerazione dell’udito in “Ululando” e il dolore del tatto in “ustionato”).
Con questo passaggio perveniamo ad un’altra stupenda operazione retorica: la sinestesia, che rappresenta un tipo di ardita metafora, la quale collega due sensazioni provenienti da organi di senso diversi. Nell’intera raccolta scegliamo tre sinestesie: “silenzi assoluti disegnano […] vulcani ghiacciai” (in “musica”), “pulviscolo di chiacchiere” (in “polvere di realtà”) e “occhi/ appuntiti” (nella lirica “in tempo I”). La sinestesia più audace è la prima, in cui, con una logica triforme, dal verbo centrale “disegnano” (senso della vista) si dipartono due strade: una verso “assoluti silenzi” (senso dell’udito) e un’altra verso i “vulcani ghiacciai” (senso del tatto-calore). Efficacissimo è il percorso discensionale: dal senso alto e differenziato della vista (passando per l’udito, senso meno alto e meno differenziato) fino al senso basso e indifferenziato del tatto-calore. Insomma, una “descensio ad Inferos”, finalizzata a recuperare il livello primitivo e “radicale” della realtà, che porta alla luce il tesoro nascosto della parola originaria, che, come tutti i veri tesori, proviene dalle viscere della nera terra. Da questo lavoro di dissotterramento vengon fuori “le parole-pietra” (che “scavano tra le verità”) e le “parole-aria” (che “si perdono tra le menzogne”).
Alla “contaminatio” dei sensi fa da “pendant” la transcodificazione, il rimescolamento di termini tipici di altri scrittori, che Pietropaoli sottopone -nell’atto del riuso- ad una riscrizione, ad una reinvenzione e, dunque, alla costruzione di un vero e proprio nuovo idioletto. Nella lirica “enzimi”, infatti, campeggia bellamente l’eco del “guazzabuglio” manzoniano che è quello “del cuore umano” (espressione usata nel cap. X dei “Promessi sposi” a proposito del padre che abbraccia Gertrude quando lei pronuncia il sì definitivo alla monacazione) ed è anche il guazzabuglio della vigna di Renzo, che, da lui abbandonata, appare nel cap. XXXIII come un guazzabuglio di erbacce, che si spera che siano domate dalla mano civilizzatrice dell’uomo. Due, dunque, sono i poli entro cui si situa la scrittura di Pietropaoli: la denuncia e la speranza (la prima espressa dalla proposizione “son tornate a fiorire le spine”, la seconda implicita nel messaggio “il risveglio dal silenzio”). La speranza, nella succitata lirica (come anche in “a se stesso” e in “per Perla”), diventa l’obiettivo più difficile, ma anche più notevole dell’Autore.
Perciò, egli (in “al lettore”) convoca il destinatario delle sue liriche a cooperare alla definizione stessa della sua opera: “noi dovremo organizzarci, o mio/ riluttante lettore […] / io ci metto il tema e tu le parole,/ il torrente della tua sintassi, le sgangherate/ ellissi e capriole che ti vengono in mente,/ e non fa niente se vai fuori tema, ma rema, rema con me,/ controcorrente.” Sperare proprio quando sembra che ogni speranza sia delusa: è questa l’insperata ancora di salvezza che viene lanciata dall’Autore agli uomini del nostro Tempo, desiderosi di squarciare il velo sulla tragica eppure splendida avventura chiamata “vita”.

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Laureato in Lettere classiche e in Sociologia, docente di Italiano e Latino al Liceo Classico di Sarno, giornalista pubblicista, ha insegnato “Linguaggio giornalistico” all’Università di Salerno. E’ autore, tra l’altro, di due storie della letteratura italiana e de “Il Labirinto e l’Ordine” (Commento integrale alla “Divina Commedia”), di testi teatrali e saggi sulle tradizioni popolari. Il suo manuale “Le tecniche della scrittura giornalistica” (Ed. Simone) è citato nella Bibliografia della voce della Enciclopedia Treccani “Giornalismo”, appendice VII – 2007. Ha scritto "la città che urla segreti", il thriller storico ambientato nella Napoli misteriosa (Guida Editori) e "le ombre non mentono", il thriller storico ambientato nella Salerno misteriosa (Guida Editori)