INFINITO. L’UNIVERSO DI LUIGI GHIRRI

Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d'America

Thirty years after Luigi Ghirri’s death, INFINITO the documentary is the last intimate homage to one of the most important Italian photographer Luigi Ghirri, signed by the director Matteo Parisini. From the discovery of the vocation to the “Travel through Italy” project, the movie shows how Luigi Ghirri changed the vision and the way to make photography. If you are in Emilia Romagna, please don’t forget to visit Parma and Reggio Emilia exibits about his photography.

A trent’anni dalla morte di Luigi Ghirri, il documentario su colui che cambio’ il modo di fare fotografia in Italia.

Ricordo il momento esatto in cui ho saputo dell’esistenza di Luigi Ghirri.
Estate scorsa, fervida di letture. Cercavo qualcosa che mi stupisse, mia madre solerte mi consiglio’ “Verso la foce” di Gianni Celati, che aveva letto da poco. Copertina flessibile, su cornice verde una foto di un muretto al sole verso l’infinito. Tra le pagine un viaggio attraverso le rive e gli argini del Po verso la sua foce, citta’ e campagne ad esso contigue, ad essere precisi il libro contiene “racconti d’osservazione” come Celati li defini’, riportati all’interno di un progetto piu’ ampio su suggestione di un gruppo di fotografi che stavano ispirando un nuovo modo di fotografare – e di vedere, narrare – il paesaggio, in primis del suo amico Luigi Ghirri che lo accompagno’.
Il sodalizio tra i due sarà lungo e appassionato, ad unirli una certa poetica dello sguardo, un misto di intimita’ e stupore, ogni volta, dinanzi alle cose del mondo.

A 30 anni tondi dalla morte di Ghirri, INFINITO, il documentario scritto e diretto da Matteo Parisini, in onda su Sky Arte e Sky on demand, a tre mesi di distanza dall’uscita ripetutamente sold out nelle sale cinematografiche in cui e’ distribuito, racconta in un adeguato bilanciamento audio-visivo l’opera dell’artista, ripercorrendo le tappe del suo peregrinaggio, dalla scoperta della vocazione, alle attivita’ pioneristiche quali l’antologia “Viaggio in Italia”, all’intesa con lo stampatore Arrigo Ghi fino alla collaborazione con i CCCP per la copertina del loro ultimo album: arricchiscono il racconto i suoi scatti e le testimonianze di chi ha potuto collaborare con lui. Il lungometraggio si inserisce all’interno di una serie di iniziative volte ad omaggiare l’artista, tra cui le mostre lungo la Via Emilia, a Parma e Reggio Emilia, prorogate fino al 26 febbraio 2023. Occasione da non perdere.
La voce narrante di Stefano Accorsi, che legge gli scritti dell’artista, ben si amalgama con i filmati in cui lo stesso Ghirri condivide suggestioni e pensieri: l’artista appare a tratti imbarazzato, timido e profondo, e le sue parole fanno da corollario alle immagini che si avvicendano sullo schermo, caratterizzandole con immediatezza.
Originario di Scandiano, inizialmente si occupa di fotografia nei ritagli di tempo del suo lavoro come geometra. Questo elemento, il mestiere che gli da’ sussistenza e la pianura padana, protagonista delle opere, rappresentano al contempo vincolo e scintillio della sua poetica. Pioniere nella scelta del soggetto da raccontare, la periferia nei suoi scatti evoca quel misto di assenza di senso e vitalita’ che tracima dentro la cultura dello sguardo di chi la periferia l’ha vissuta, rendendone la riproduzione al tempo stesso vivace e malinconica. La fotografia lo scopre durante l’adolescenza, complice forse la presenza nella sua vita di uno zio pittore e restauratore, e della sua casa che “odora di vernici”. Dopo Fontana e Vaccari, e le loro foto pittoriche, Arrigo Ghi, stampatore, e sua moglie (toccante la sequenza in cui lei ritocca le foto di Ghirri) incontrano l’opera dell’artista di Scandiano e spontaneamente s’intendono nel dire che “non capiscono le sue foto, ma le trovano bellissime”.
Dalla celatiana ricerca del “deserto di solitudine che pero’ e’ anche la vita di tutti i giorni”, fatto qui di cementifici e case abbandonate nella provincia, al laboratorio creativo dentro e fuori casa di Via Mantegna, le parole dell’amico Franco Guerzoni rivelano nella fotografia di Ghirri la visione di un mondo in procinto di scomparire di li’ a poco e un’assoluta mancanza del presente.
L’utilizzo delle mezze tinte – “fotografo a colori perche’ il mondo non e’ in bianco e nero” riferisce Ghirri – alimenta questo senso di irrealta’ mescolato ad onirismo, il paesaggio risulta visto per la prima ed ultima volta: ogni paesaggio, a detta di Ghirri, e’ infatti fenomeno sorprendente e misterioso e il guardarlo un semplice “stare al mondo”.
Se e’ vero che la sua fotografia e’ una poetica dell’andare – l’atlante geografico nei suoi ricordi di bambino -, ogni viaggio ha un resto, e la memoria e’ viva e predominante nei suoi scatti, non fissa ma in movimento grazie alla contemporaneita’ degli artifici umani che toccano il paesaggio innanzitutto con lo sguardo; tuttavia Ghirri e’ un osservatore in costante esercizio di sottrazione di se’ nell’attivita’ del guardare.

 Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dei codici familiari che porta con sé, ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce, dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicino alla nostra morte; ossia, ci porta ad essere meno separati da noi stessi.
Gianni Celati, Verso la Foce 

Ghirri non interviene mai nei luoghi da fotografare, pazientemente aspetta la luce naturale piu’ adatta all’interiorita’ dello scatto: in spalla cavalletto macchina fotografica. Nello stralcio di intervista a Massimo Zamboni, storico membro dei CCCP, il musicista afferma che capitava che il fotografo si presentasse sul set per “accumulare il luogo dentro di se’ “e che andasse via talvolta senza scattare; non era il momento giusto.

Nella maggior parte delle foto passate in rassegna nel documentario, l’umanita’ raffigurata ci da’ le spalle, in un gioco di infinite possibilita’ identitarie; l’osservatore stesso non sfugge a questa dinamica. Il risultato finale centra l’intento del regista: il modo di fare fotografia targato Ghirri e’ una porta d’accesso ad un nuovo alfabeto visivo, fatto dell’apparizione di cio’ che si muove segretamente nonostante la nostra presenza, di cura dello sguardo e dell’incontro salvifico tra dentro e fuori. Cosi anche il cielo raccontato dagli scatti della serigrafia Infinito puo’ essere sempre diverso.

Non c’è nulla di antico sotto il sole.Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno. La felicita’.
Jorge Luis Borges

Diletta Ciociano, laureata magistrale in filosofia, masterizzata ed esperta di management delle risorse umane, professionalmente si occupa della gestione di progetti in ambito sociosanitario, pubblico e privato. Da sempre grande divoratrice di libri e film, ma appassionata di linguaggi culturali in generale, legge e dispensa consigli su cinema, letteratura, podcast e musica. Di recente trasferita negli Stati Uniti, vive a New Haven, Connecticut