FIRE OF LOVE: la storia d’amore tra i coniugi Maurice, Katia Krafft e i loro amatissimi vulcani

Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d'America

FIRE OF LOVE is the last touching documentary signed by the director Sara Dosa. A love story between two of the most important vulcanologists of all time, the spouses and coworkers Katia and Maurice Krafft, that dedicated their entire life to volcanos. The incredible work of editing and the evoking musical score make the movie an excellent proof of direct cinema.


Perché solo quando la vita viene vissuta con pienezza e coraggio conta qualche cosa, e perché il suo significato scaturisce dalle imprese che gli uomini riescono a compiere. (Volo di notte, Antoine de Saint-Exupéryo).


Quando qualcuno non c’é più, é naturale cercare il suo lascito. Laddove presenti, parole, fotografie e sequenze costituiscono i canali preferenziali di questo viaggio nella memoria, per poter percepire occhi, orecchie e sterno ció che pensó, volle, senti’, amó. L’avvento della morte spesso non consente una preparazione adeguata del materiale da parte di chi diparte, esso arriva a chi resta in maniera casuale, chi sopravvive ha il compito di ravvederne un senso.

In una delle interviste a Sara Dosa, cineasta e co-autrice di FIRE OF LOVE, scopriamo che le citazioni di Antoine de Saint-Exupéry ricorrono spesso nei manoscritti di Katia e Maurice Krafft, attratti com’erano da un’idea di amore che coincidesse con il guardare nella stessa direzione.
Quella direzione erano i vulcani.

Katia Conrad e Maurice Krafft si incontrano nel 1966. Entrambi studenti all’Università di Strasburgo, lei in procinto di diventare geochimica e lui geologo, vivono gli anni della rivoluzionaria scoperta della tettonica delle placche che dà grande abbrivio alla vulcanologia, e della deludente guerra in Vietnam. Convolano a nozze nel 1970, trascorrendo la luna di miele nell’isola vulcanica di Santorini.


Il loro necrologio cita: “bisogna sempre calcolare il rischio, ma questo tipo di lavoro andava fatto”.


Facciamo un passo indietro.
Islanda, 1969. Katia é una donna mingherlina, con i suoi grandi occhiali si concentra sui dettagli e sulla connessione tra le cose, fotografa, Maurice le fa strada, si concentra sugli eventi grandiosi, é lui che si occupa prevalentemente di filmare. La camera riprende una delle loro prime perlustrazioni: Maurice inquadra la pelle della sua gamba, fritta a 140 gradi in una sorta di accidentale rito iniziatico al fuoco, e alla missione di vulcanologi.
Facciamo ancora un passo indietro. Prima scena, e lo spettatore é dentro l’ultimo giorno di vita dei due coniugi. La voce narrante anticipa l’ineluttabile, ma lo tiene fuori dallo spazio narrativo come presenza misteriosa ma sfuggente nella trama del racconto. Si avvicendano flashback e flashforward dentro i loro viaggi, dalle prime rischiose e poco organizzate ronde sui vulcani, agli equipaggiamenti di quelle successive. Dalle riprese dei loro dialoghi si intende il motore di questo peregrinare: da una parte, la cocente delusione nei confronti dell’umanità, solita distruggere ció che crea, dall’altra la forza creatrice dei vulcani. Con sguardo curioso e attento, lo spettatore segue le avventurose vicende dei due, in una interazione diretta e profonda tra chi guarda e i vulcanologi. L’approccio della regia é palpabile nel suo ripetersi umano e compassionevole; la cineasta trasmette la fascinazione per le scoperte dei due scienziati nel loro duplice significato di dato scientifico e mistero: gli “artisti dei vulcani” più conoscono l’oggetto del loro peregrinare, più gli sfugge. Nello spettatore si susseguono affondi e ritrosie durante la visione, in un dualismo tra il capire tutto e il non capire niente di questo amore triadico. “Comprendere é un altro nome dell’amore” dice Maurice in un’intervista.

Centosettantacinque vulcani visitati, oltre mille ore di filmati in 16 millimetri girati in più di due decenni tra gli anni ’70 e ‘80, cinquanta ore di interviste televisive e radiofoniche, circa 20 libri, ecco l’eredità dei due “corridori dei vulcani” che Sara Dosa e il suo staff hanno centellinato nella fase di ricerca.

Coraggiosi, folli, curiosi più che spaventati, come loro stessi affermano, Maurice e Katia Krafft registrano i fenomeni che osservano nei periodi di stazionamento sui vulcani attivi per poterli studiare meglio una volta rientrati a casa. E’ per questo che FIRE OF LOVE si colloca a pieno titolo nell’alveo del cinema verite’ o, ancora meglio, del direct cinema come sono soliti chiamarlo qui negli Stati Uniti.

Preceduto da THE FIRE WITHIN di Herzog che ha lo stesso soggetto, il documentario racconta la vita dei due vulcanologi con una prospettiva “in prima persona”: sono gli stessi coniugi a raccontarsi attraverso l’immenso materiale d’archivio da loro prodotto. Il lungometraggio brucia d’amore, nell’estetica e nella sostanza, con la tecnica al servizio della volontà, con la forma come veicolo per il contenuto. Alle sue spalle e radici, si schiude l’immenso, dettagliato lavoro tecnico e artistico necessario e riuscito nella produzione della pellicola. Nelle numerose interviste che ho visionato, la regista mi appare subito parsimoniosa di informazioni, entusiasta fornisce spiegazioni relativamente alle domande sull’intenzione che scorre nella pellicola e sui processi cinematografici che hanno portato a quel risultato: fa un certo effetto scoprire che le migliaia di ore di girato dei coniugi non solo sono di brevissima durata (dai 3 ai 10 secondi), ma risultano anche mute.

Il lavoro di pre e post editing si configura come una delle cose più entusiasmanti per il team di progetto: realizzato da Erin Casper e Jocelyne Caput, é valso alla pellicola, tra i molteplici riconoscimenti, il prestigioso premio Jonathan Oppenheim Editing Award al Sundance Festival.
Come per Maurice e Katia Krafft, più la troupe si addentrava nella visione del materiale, più il senso si sottraeva. Da qui la necessità di avere una voce narrante che, da una parte contribuisse a creare un’amalgama tra i filmati, dall’altra agevolasse la trasmissione della misura dell’interiorità dei due coniugi nella loro ricerca di senso attraverso lo studio dei vulcani. La voce della cineasta ed attrice Miranda July centra il bersaglio: i tempi della narrazione sono giusti, il tono della voce é al tempo stesso chiarificatore e vulnerabile. Anche l’utilizzo dei found, sky e aerial footage (l’ultimo elaborato dai coniugi Krafft grazie al supporto di elicotteristi locali e recuperati dagli archivi giapponesi) rappresenta un espediente tecnico a garantire la trasmissione di questo trasporto emotivo, conferendo alla pellicola un sapore di meraviglia che trattiene la magia della scoperta degli archivi inesplorati e crea una distanza netta dal rischio documentaristico di riprodurre un mero e monotono resoconto dei fatti.

Le interviste non presenti nel documentario a chi era vicino o aveva lavorato con i due vulcanologici, in primis il fratello di Maurice anche lui scienziato, ricalcano nel lungometraggio quell’antinomia tra la presenza “in carne ed ossa” dei due protagonisti che raccontano la storia della loro vita e lo schivarsi di quei corpi nella contemporaneità della loro assenza che rende non riscontrabile direttamente quanto narrato. L’attività di animazione delle sequenze in versione dreamy ed una particolare ricerca di sound designing fanno il resto.

Mi ha, infatti, sbalordita scoprire che nel girato in Indonesia il suono dell’eruzione del vulcano e’ amplificato dall’inserimento di quello dei dinosauri che tubano, nel tentativo riuscito di espandere l’esperienza cinematografica della visione caricandola di mostruosità; la multidimensionalità dei suoni viene poi affinata in una casa di post produzione a Montreal, conferendo la doppia cittadinanza al documentario. Il tocco francese é ricercato anche nella scelta del compositore a cui affidare l’attraversamento musicale: Nicolas Godin firma una colonna sonora romantica e “retro-futuristica”, come la cineasta la definisce, radicata nel passato ma orientata al futuro.

Il documentario si mostra dunque all’altezza del narrato, muovendosi in una dinamica duale nel tutto intero. E questo binarismo é proprio come il passaggio dei vulcanologi dallo studio dei vulcani rossi a quelli grigi, dalla natura creativa a quella distruttiva del loro oggetto d’amore: con loro somma sorpresa scoprono che anche i vulcani posso agire per distruzione. Le persone incontrate nel mezzo, l’intendimento che il loro lavoro stesse contribuendo ad accrescere la consapevolezza dei rischi vulcanici nell’opinione pubblica, soprattutto nelle comunità maggiormente esposte a quei rischi, favoriscono una riconciliazione dei vulcanologi con gli esseri umani, visibile nel dispiegarsi del lungometraggio.


Su un vulcano l’uomo puó misurare se stesso contro gli ostacoli, e allo stesso tempo acquisire la saggezza interiore necessaria per questo mondo travagliato - Maurice Krafft


Katia e Maurice Krafft muoiono il 3 giugno 1991, raggiunti dai flussi piroclastici dell’eruzione del monte Uzben, in Giappone.

Non tentano la fuga, i loro corpi sdraiati l’uno accanto all’altro, la macchina fotografica di Maurice, l’orologio fermo alle 16. Negli occhi dello spettatore lo scoppio dell’eruzione e una registrazione prima lontana, poi sempre più vicina, infine si interrompe: Sara Dosa non si attarda nella narrazione dell’evento morte, il focus é su come i coniugi hanno vissuto ed il racconto della stessa da parte dei media é molto lontano dal tono del documentario.
Tuttavia, la morte é ovunque nei loro filmati, nella natura primordiale e maestosa dei vulcani, nella pericolosità delle loro ricognizioni, nella consapevolezza del proprio destino: senza angoscia, ne’ inquietudine, ne’ rabbia, vivere una vita piena di significato, morirla allo stesso modo.

GUARDA IL TRAILER

Diletta Ciociano, laureata magistrale in filosofia, masterizzata ed esperta di management delle risorse umane, professionalmente si occupa della gestione di progetti in ambito sociosanitario, pubblico e privato. Da sempre grande divoratrice di libri e film, ma appassionata di linguaggi culturali in generale, legge e dispensa consigli su cinema, letteratura, podcast e musica. Di recente trasferita negli Stati Uniti, vive a New Haven, Connecticut