“And so even though we face the difficulties of today and tomorrow, I still have a dream. It is a dream deeply rooted in the American Dream” (Martin Luther King).
Le radici del “sogno americano” sono salde e ben piantate nei cuori di ogni statunitense!
L’America: terra di opportunità e di speranze, di ricchezza e di desideri. Le 50 stelline scintillanti, ammaliatrici, simili a dolci melodie di sirene per ignari marinai, creano l’illusione di un sogno che si tocca con mano. Era il 12 ottobre 1492. L’America si apprestava a diventare un nuovo inizio per tanti, una possibilità di migliorare per pochi, una cura per il cancro terminale che attanagliava gli animi degli abitanti del vecchio continente. Era proprio in questo profumo di ottimismo che si stava disegnando silenziosamente il profilo di un fenomeno politico, economico e culturale di portata mondiale: The American Dream. Il progetto prende definitivamente forma a metà dell’800, quando la rivoluzione industriale approda sulle coste americane e la “Corsa all’oro” affanna gli animi dei più impavidi. Il trend di base è il guadagnare quanto più si può, senza dare peso alle modalità con cui questo denaro viene guadagnato. L’importante è sognare che sia attraverso una poesia, un libro, una canzone, un film…
“Armati e senza paure, mangiamo, beviamo, dormiamo, amiamo” recita la poesia Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo di Walt Whitman. In un periodo, in cui l’identità poetica non è ben delineata, Whitman si erge a cantore epico delle americane virtù. Di tra le righe dei suoi versi si libera the soul del sogno americano, ruggente e sfrenato, slancio mistico teso a rappresentare tutto ciò che l’America è ed ambisce ad essere: vivere “a gomiti in fuori e pugni serrati” e “respirando aria, bevendo acqua, danzando sui prati o sulle spiagge”. Da impavido capitano conduce la nave della poesia americana su mari mai solcati prima. E chissà se non sia riuscito addirittura a superare i precedenti poetici europei, ai posteri l’ardua sentenza! Non è da meno Horatio Algere Jr, il quale con le sue dime novels si è conteso con il più celebre Mark Twain il primato di cantore delle gesta dei poveri. Il fil rouge di tutti i suoi romanzi è il conseguire il successo nelle avversità. Protagonisti indiscussi delle novels sono ragazzi poveri, che non mirano all’estrema ricchezza ma ad una agiatezza borghese. Sognatori con i piedi per terra, lavoratori con un pizzico di fortuna, ma lontani dal David Copperfield di Dickens.
L’intento di questi primi autori è costruire intorno al sogno americano una maschera di fascino misto ad incorruttibilità, rispettando i dettami della kalokagathìa platonica; ben presto, purtroppo, la maschera cade! Ed ecco che il sogno lascia spazio all’illusione di uno, nessuno e centomila attori. L’avvento del ’900 è un ruggito che scuote l’America, scacciando via i fantasmi del secolo precedente. Cavalcando l’onda oscura del primo conflitto mondiale, i Roaring Twenties risuonano più che mai. Anni frenetici. Anni in cui l’oscurità delle tenebre è velata da una patina di dorato candore e lucentezza. Anni dominati dal Proibizionismo e dai mille modi con cui esso veniva eluso. Gli anni del Grande Gatsby. “Credeva nella luce verde, nel futuro orgastico che anno dopo anno si ritira davanti a noi. Allora ci è sfuggito, ma non importa; domani correremo più forte, allungheremo le braccia ancora di più…E un bel mattino…”. Jay Gatsby è dilacerato dagli spiriti di tre fasi differenti della vita, come Scrooge: il passato, la culla del sogno americano, il suo; il presente, grembo freddo in cui nutre la sua calda illusione; il futuro che ha la voce di Daisy, una voce che però non udrà mai più. Le fiammeggianti parole di Fitzgerald squadernano davanti agli occhi estasiati dei lettori una verità lampante epperò dolorosa: seguire un sogno deviato e deviante porta sulla strada dell’illusione corrosiva.
Negli anni successivi, molte sono le personalità artistiche che, sulla scia di Fitzgerald, mostrano le ambiguità palesi che il “sogno americano” reca con sé. Quarto potere di Orson Welles è uno degli esempi migliori. Seduti in un vecchio cinema americano, la pellicola proietta pian piano il disgregarsi dell’American Dream. Si materializza quella caduta tanto temuta e dovuta sostanzialmente alla quantità eccessiva di risorse accumulate con la scusante di “giovane nazione”.
Non meno scoraggiante è la tematica di fondo dell’album Wrecking Ball di Bruce Springsteen. Note lente, come lenta è la realizzazione di aver toccato il fondo ed è ora, secondo il cantante, di smascherare e denunciare coloro i quali hanno condotto l’America ed il suo sogno a tanto. Il tempo e le persone hanno gradualmente trasformato il “sogno americano”, rendendolo l’ombra di se stesso, un mero termine privo di reale significato. Ma non sarebbe più giusto che tutti noi, persone comuni, vivessimo day by day un “sogno americano”?