L’HATE WATCH: perché guardare ció che vogliamo non é cosí facile

Dalla nostra inviata negli Stati Uniti d'America

The meaning of hate watching and why we use to talk so much about it; the role of the social networks and why is preferable to avoid the danger of people pleasure

[…] Ció che abbiamo in comune é proprio ció che é dato a ciascuno come esclusivamente suo?
Palomar – Italo Calvino


Lo dico senza indugi. Per quanto io ci provi, non riesco ad essere una persona molto attiva sui social network. Non a caso, dopo circa dieci anni dal mio ultimo goffo tentativo di utilizzo di facebook, sono ritornata sulla piattaforma innanzitutto per fare “rete” con gli espatriati che come me cercano un senso di familiarità qui negli Stati Uniti. A dirla tutta, questa scoperta fuori tempo massimo mi sta anche piacendo. Mi duole tuttavia ammettere che ogni volta che aumenta il tempo che dedico alla navigazione sui social network, cresce esponenzialmente anche la mia voglia di sottrarmi ad essi, bruscamente, senza spiegazioni, semplicemente sparire, spinta dalla necessità di rifugiarmi su un’isola deserta, lontana dall’urgenza e dall’angoscia di esposizione.
Il problema vero é che con l’infuriare dei social network sembra sia diventato inevitabile applicare una distinzione tra cosa siamo e cosa di noi viene percepito dall’esterno, in una buffa e triste dicotomia spesso volta a non farsi smascherare, ma perché i giudizi che riceviamo o che potremmo ricevere ci definiscono cosí prepotentemente? C’é un rigido bisogno di circolarità e coerenza di immagine, e in questo calderone precipita anche l’idea che le persone debbano risolversi nei propri gusti culturali.
Questa premessa doverosa é finalizzata ad introdurre l’hate watch, o watching se ci concentriamo sul comportamento, che coincide con gli atti del trarre piacere dal criticare o peggio dallo schernire contenuti per il cinema o per la tv che sono ideati e realizzati per essere dei prodotti popolari, e quindi poco inclini ad incontrare il gusto della critica. Il fenomeno ha trovato di recente ampio spazio sulle testate giornalistiche, soprattutto negli Stati Uniti, in primis a causa della diffusione worldwide di Netflix, i cui prodotti in serie hanno contribuito a classificare queste tipologie di visione come fenomeno “così fan tutti” di cui in balia di una logica performativa sarà indispensabile parlarne, oppure come guilty pleasure da concedersi in base al proprio stato umorale per poi provare vergogna alla scoperta che é di nostro gradimento.
In ogni caso, l’assunto di base é che la condivisione, che si tratti di effetto marketing o meno, é il vero motore che spinge alla visione. Il salto dal gesto del guardare al giudizio negativo sul prodotto non ne costituisce il passaggio successivo, ma il punto di partenza ancor prima del watching.
Come ogni fenomeno di origine relazionale, ha tuttavia radici più antiche rispetto al suo disvelamento: con un tuffo nel passato torno ai racconti dei miei genitori sulla loro generazione, per la quale era piuttosto normale guardare i cosiddetti b-movies o scult, ovvero prodotti realizzati con scarso budget e in tempi particolarmente stringenti. A quei tempi i social network non erano presenti, ognuno assecondava i propri gusti, anche l’intellettuale poteva guardare i film di Christian De Sica senza risultare incoerente, e dunque dormire bene la notte. Scherzi a parte, attualmente imperversa un certo atteggiamento snobista nei confronti di quei prodotti che si collocano in una qualità mediana o costruiti a scopo meramente commerciale, svelando un pregiudizio piuttosto radicalizzato sul rapporto che le persone hanno con la cultura popolare: pare, infatti, che sia sempre necessario attendere un’autorità che sopraggiunga a rassicurare sulla qualità del prodotto. Facendo mea culpa, difatti, quando ho scoperto che Quentin Tarantino, uno dei registi più visionari e trasversalmente – da pubblico e critica – più amati della storia del cinema, si era formato guardando tutto, persino i film di serie D in particolar modo della cinematografia italiana, ai miei occhi un certo cinema da cui mi tenevo ben lontana é stato nobilitato. La storicizzazione, e dunque, la legittimazione di alcuni prodotti, operate dagli appartenenti a gruppi sapienti ed influenti, concorrono a generare polarizzazioni culturali o a definire cosa puó essere degno di sguardo e dunque catalogato come autoriale o simil tale, ma si tratta di persone che hanno la possibilità – e il potere – di fare in modo che il proprio gusto incida sugli altri.

La critica più comune ai prodotti sui quali infuria l’hate watch é che si tratta di materia superficiale, a cui potremmo obiettare innanzitutto che la superficie é di per se’ inesauribile, come direbbe Calvino, od ancora che le allusioni più comuni di cliché nella trama e della differenza tra prodotti o meno d’autore non stanno in piedi se si riflette sul fatto che, ad esempio, alcuni prodotti dotati di linee narrative molto semplici ricorrono a questo escamotage per ricamare in maniera più stratificata altri modelli di business meno sovraesposti (e se non li vediamo é perché sono costruiti con sapienza filmica), o in generale che tutti i prodotti, in quanto “merci” con scopo di vendita, seguono logiche commerciali più o meno evidenti, che é ancora più vero per piattaforme come Netflix che hanno il loro core business proprio in quei contenuti che sponsorizzano maggiormente anche poiché sono targetizzati in modo tale da arrivare al maggior numero di persone.
Let’s be perfectly honest, per dirla come gli americani: le motivazioni per cui decidiamo di guardare un prodotto sono tante, alcune di natura contestuale e temporale, altre di gran lunga a noi sconosciute, e sono quelle che dovremmo ricercare dentro e dopo la visione di un film o una serie per capire qualcosa in più su noi stessi, e perché no, anche sui nostri gusti che non sono cristallizzati ma cambiano insieme a noi. Allora meglio non sentirsi in colpa per quello che piace, relativizzare il proprio punto di vista, sganciarsi da questo asfissiante people pleasure e simulare il signor Palomar che “in un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua é ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice: se no sta zitto”, anche a costo di un silenzio che pian piano puó diventare sempre più familiare.


Diletta Ciociano, laureata magistrale in filosofia, masterizzata ed esperta di management delle risorse umane, professionalmente si occupa della gestione di progetti in ambito sociosanitario, pubblico e privato. Da sempre grande divoratrice di libri e film, ma appassionata di linguaggi culturali in generale, legge e dispensa consigli su cinema, letteratura, podcast e musica. Di recente trasferita negli Stati Uniti, vive a New Haven, Connecticut